Un femminismo decoloniale

 11.00

Françoise Vergès

pp. 115
Anno 2020
ISBN 9788869481550

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Collana: . Tag: , , . Product ID: 2334

Descrizione

Françoise Vergès
Un femminismo decoloniale
Traduzione di Gianfranco Morosato

Nella sua analisi Françoise Vergès parte dall’assunto innegabile che a partire dal XVIII secolo la storia del femminismo occidentale sia stato un fruttuoso susseguirsi di vittorie nel campo della rivendicazione dei diritti individuali delle donne. L’autrice precisa tuttavia che queste vittorie, fondate sullo cancellazione delle disparità uomo-donna, hanno sottovalutato e in certi contesti ignorato le esperienze di dominazione che esistono tra le donne stesse. A fronte di un femminismo portatore della “missione civilizzatrice” del Nord colonizza- tore, Vergès mostra gli aspetti dirompenti di un posizionamento “decoloniale” in grado di opporsi a quel patriarcato profondamente connesso al sistema capitalista (a sua volta storicamente connesso allo schiavismo) e al neoliberismo.
Il femminismo decoloniale è necessariamente anticapitalista e collega le disuguaglianze di genere e razziali al sistema capitalista. Secondo Vergès non ci si dovrebbe definire femministe senza interessarsi alle questioni ambientali, allo sfrutta- mento, alla vulnerabilità di classe e al razzismo; senza agire in modo condiviso con altri movimenti politici e sociali favorevoli alla decostruzione di questo sistema. Essere femministe decoloniali significa allora combattere contro il femminicidio ma anche per il diritto dei popoli indigeni alla terra, significa trovare delle connessioni tra le esperienze radicate in diverse parti del mondo e riscrivere le strutture in cui i nostri mondi sono pensati.

Françoise Vergès, femminista antirazzista, presidente dell’associazione “Décoloniser les Artsè”, è autrice di diverse libri e articoli sulla schiavitù coloniale, il femminismo, la riparazione, il museo. Le ventre des femmes. Capitalisme, racialisation et féminisme (2017) è uno dei suoi ultimi lavori.

Rassegna stampa

Commonware – 7/08/2020

Recensione di Anna Curcio a “Un femminismo decoloniale” di Françoise Vergès (ombre corte 2020)

Oceano Atlantico, seconda metà del Diciottesimo secolo. Zamore e Mirza, due giovani schiavi in fuga, trovano rifugio su un’isola deserta. Zamore, che ha ucciso il comandante di una nave negriera, sa che non sopravviverà a un’eventuale cattura, ma è generoso e non può fare a meno di salvare una coppia di naufraghi che intravede all’orizzonte. Sofia è figlia di un notabile francese e per sdebitarsi con l’uomo a cui deve la vita aiuterà Zamore e Mirza a sottrarsi alla loro condizione di schiavitù. È questa in estrema sintesi la trama del romanzo L’esclavage des noirs, ou l’heureux naufrage di Olympe de Gouges, apparso in Francia nel 1785. Uno dei testi fondativi del femminismo storico europeo, subito tacciato di essere sovversivo per gli spiragli di libertà che lasciava intravedere ai neri schiavi. A questo romanzo, come ad altri analoghi del tempo, in particolare Paule et Virgine di Bernardine de Saint-Pierre, «una delle opere più lette del XVIII secolo», la femminista antirazzista Françoise Vergès riconduce l’origine di un «femminismo civilizzazionale», di cui produce una accurata e tagliente critica nel volume Un femminismo decoloniale, di recente tradotto dal francese per le edizioni ombre corte (2020, pp. 115, euro 11,00). Sofia, la vera protagonista del romanzo di de Gouges è colei che consente l’emancipazione dei due giovani schiavi: «senza la donna bianca, nessuna libertà» sottolinea la femminista antillana, per portare l’accento sulla politica della compassione al fondo del femminismo bianco e della sua missione civilizzatrice. Vergès, cresciuta a La Réunion in una famiglia comunista impegnata nella lotta di liberazione anticoloniale, sa che, sullo sfondo della narrazione eurocentrica della modernità, il femminismo ha sistematicamente cancellato le donne non bianche dall’analisi dei conflitti e delle forme di resistenze. E questo vale allora come oggi… continua a leggere >

 


il manifesto 18.04.2020

Françoise Vergès, l’indocile luogo della resistenza

TEMPI PRESENTI. A proposito di Un femminismo decoloniale, di Françoise Vergès. L’attualità del volume consiste nell’evidenziare quell’economia che divide i corpi tra quelli che hanno diritto a una buona salute e al riposo, e quelli la cui salute non ha importanza
di Francesca Maffioli

A solo un anno di distanza dall’edizione originale in lingua francese, Ombre corte pubblica l’ultimo libro di Françoise Vergès Un femminismo decoloniale (pp. 115, euro 11). La buona traduzione a cura di Gianfranco Morosato è costellata da una curatissima trasposizione delle note dell’originale francese, con aggiunte e riferimenti alle traduzioni italiane (quando già esistenti) delle opere citate. La qualità dell’impianto è provata dalla scelta di spiegare fin dall’inizio, alle lettrici e ai lettori, il valore dell’aggettivo che accompagna il nome delle protagoniste di questo testo: le «donne razzizzate». Il riferimento esplicativo attinge a un testo di Vergès del 2017: «se, evidentemente, la ‘razza’ non esiste, alcuni gruppi e individui sono oggetto di una ‘razzizzazione’, cioè di una costruzione sociale discriminante, marcata dal negativo, nel corso della storia. I processi di razzizzazione sono i diversi dispositivi – giuridici, culturali, sociali, politici – con cui le persone e i gruppi sono etichettati e stigmatizzati. ‘Razzizzata’/ ‘razzizzato’ non è quindi una nozione descrittiva ma analitica. La razzizzazione, abbinata al genere e alla classe, produce forme specifiche di esclusione».

SI TRATTA per la politologa e attivista francese di mettere in luce le travail invisibile delle donne razzizzate, in quanto soggetti resi e costretti a restare subalterni dalle forme più degenerate del capitalismo, quello razziale. Il capitolo iniziale debutta parlando proprio di queste donne, quelle che nel gennaio 2018, dopo quasi due mesi di sciopero, vinsero contro la Onet, società di pulizie che subappalta per la Snfc (la società nazionale delle ferrovie francesi). Le parole con cui Vergès sceglie di aprire il primo capitolo del suo saggio risaltano, oggi, per l’eco d’attualità nei tempi della pandemia: «Queste lavoratrici, che fanno parte di una forza lavoro razzizzata e prevalentemente femminile, che svolgono lavori sottoqualificati e quindi sottopagati, lavorano mettendo a rischio la loro salute, il più delle volte a tempo parziale, all’alba o alla sera quando gli uffici, gli ospedali, le università, i centri commerciali, gli aeroporti e le stazioni ferroviarie si sono svuotati, e nelle camere d’albergo quando i/le clienti se ne sono andati/e. Ogni giorno, instancabilmente, miliardi di donne puliscono il mondo».

Partendo dal valore sommerso del lavoro di queste donne e dalla rabbia legittimata dal non riconoscimento di tale valore, Vergès desidera mettere in discussione il primato ideologico del femminismo bianco, civilizzazionale. Questa ridiscussione permetterebbe infatti di ripensare al rapporto tra i femminismi. Vergès mostra come la divisione del mondo a opera dello schiavismo coloniale del XVI secolo abbia stabilito storicamente delle priorità vitali tra gli esseri umani (quelle di «un’umanità che ha il diritto di vivere e una che può morire»); secondo la studiosa questa stessa divisione avrebbe attraversato anche i femminismi occidentali.
La seconda parte del libro tratta allora la questione del femonazionalismo, il femo-imperialismo, e del marketplace feminism (femminismo di mercato) – diversi ma unanimi nell’islamofobia e nell’adesione «a una missione civilizzatrice che divide il mondo tra culture aperte e culture ostili all’uguaglianza delle donne».

L’AMMISSIONE della parzialità e dell’orizzonte limitato di certo femminismo bianco potrebbe costituire già di per sé un inizio di dialogo con i femminismi intersezionali. Il riconoscimento storico e la consapevolezza lucida di come gli strascichi d’oppressione e di sfruttamento si ripercuotono quotidianamente sui corpi di donne e di uomini razzizzati costituirebbero poi il terreno comune per la costruzione di nuove alleanze transnazionali all’interno dei femminismi. Queste alleanze dovrebbero partire da basi di consapevolezza radicate nelle specificità e nelle differenze di soggetti incarnati e situati; dovrebbero guardare all’economia di usura sui corpi di quelle donne che praticano i mestieri di ménage e di care – quell’economia «che divide i corpi tra quelli che hanno diritto a una buona salute e al riposo, e quelli la cui salute non ha importanza e che non hanno diritto al riposo».
Françoise Vergès dedica ampio spazio alla narrazione di quello che lei chiama il «femminismo di politica decoloniale», riconducendo le sue origini e il suo ancoraggio storico al «femminismo di marronage». Il termine marronage, un calco dallo spagnolo, sta a indicare le schiave e gli schiavi fuggitivi alla ricerca di libertà e di nuove comunità in cui sostare – mantenendo costante il presupposto della relazionalità, ma anche quello del displacement e dell’immaginazione di spazi di libertà. Questo femminismo, indocile e di resistenza, ha disegnato le tracce del femminismo decoloniale alla cui rappresentazione Françoise Vergès dedica le pagine di questo testo agile e deciso. Questo femminismo, ostile alla «fascistizzazione politica, alla predazione capitalista» è radicato «nella coscienza di un’esperienza profonda, concreta, quotidiana, di un’oppressione prodotta dalla matrice Stato, patriarcato e capitale».

RAPPRESENTA il luogo per un immaginario utopico da raggiungere tramite il saper cogliere e riconoscere l’intreccio tra rapporti materiali nelle relazioni di dominio e si esperisce attraverso una pratica della disobbedienza attiva volta alla visione di una possibile futurity. Una «futurità» che sappia sfibrare le maglie collose del pensiero neoliberista, che per convincere ripete da decenni che non ci sono alternative alla sua economia e alla sua ideologia. Non quindi con «lo scopo di migliorare il sistema esistente ma di combattere tutte le forme di oppressione: giustizia per le donne significa giustizia per tutti».

UN ASSAGGIO

Invisibili, loro “aprono la città”

Prendiamoci le donne, e verrà anche il resto.
Frantz Fanon
Ma esternare la rabbia, trasformarla in azione al servizio della nostra visione e del nostro futuro, è un atto di chiarimento che ci libera e ci dà forza, perché è attraverso questo doloroso processo di messa in pratica che identifichiamo chi sono gli/le alleati/e con cui abbiamo serie divergenze e che sono i/le nostri/e veri/e nemici/che.
Audre Lorde

Nel gennaio 2018, dopo quarantacinque giorni di sciopero, delle donne razzizzate, che lavorano alla Gare du Nord, vincono contro il loro datore di lavoro, la società di pulizie Onet, che subappalta per la sncf. Queste lavoratrici, che fanno parte di una forza lavoro razzizzata e prevalentemente femminile, che svolgono lavori sottoqualificati e quindi sottopagati, lavorano mettendo a rischio la loro salute, il più delle volte a tempo parziale, all’alba o alla sera quando gli uffici, gli ospedali, le università, i centri commerciali, gli aeroporti e le stazioni ferroviarie si sono svuotati, e nelle camere d’albergo quando i/le clienti se ne sono andati/e. Ogni giorno, instancabilmente, miliardi di donne puliscono il mondo. Senza il loro lavoro, milioni di dipendenti e agenti del capitale, dello Stato, dell’esercito, delle istituzioni culturali, artistiche e scientifiche non potrebbero occupare i loro uffici, mangiare nelle loro mense, tenere le loro riunioni, prendere le loro decisioni in spazi lindi dove sono stati ripuliti e messi a loro disposizione cestini, tavoli, sedie, poltrone, pavimenti, servizi igienici, ristoranti. Questo lavoro, indispensabile per il funzionamento di qualunque società, deve rimanere invisibile. Non dobbiamo essere consapevoli che il mondo in cui ci muoviamo è pulito da donne razzizzate e supersfruttate. Da un lato, questo lavoro è considerato come rientrante in ciò che le donne devono fare (senza lamentarsi) da secoli: il lavoro femminile di cura e di pulizia è un lavoro gratuito. D’altro lato, il capitalismo produce inevitabilmente lavoro invisibile e vite usa e getta. L’industria delle pulizie è un’industria pericolosa per la salute, ovunque e per tutti/e coloro che vi lavorano. Su queste vite precarizzate, stancanti per il corpo, su queste vite messe in pericolo, poggiano quelle, comode, delle classi medie e del mondo dei potenti.
La vittoria delle lavoratrici della Gare du Nord è significativa perché mette in luce l’esistenza di un’industria che combina razzializzazione, femminilizzazione, sfruttamento, pericolo per la salute, invisibilità, sottoqualificazione, bassi salari, violenza e molestie sessuali e sessiste. Tuttavia, ciò che nel gennaio 2018 ha conquistato le prime pagine dei media in Francia e altrove, che ha dato origine a dibattiti e controversie, petizioni e contro-petizioni, è stata la lettera aperta pubblicata su “Le Monde” firmata da un gruppo di cento donne, tra cui Catherine Millet, Ingrid Caven e Catherine Deneuve, che denuncia l’“odio per gli uomini” all’interno del femminismo. Le firmatarie criticano le campagne #Balancetonporc e #Metoo – in cui le donne denunciano gli uomini che le hanno molestate sessualmente – accusandole di costituire una “campagna di delazione”, di “giustizia sommaria” perché alcuni uomini sarebbero stati “puniti nell’esercizio del loro mestiere, costretti a dimettersi, avendo avuto come unico torto quello di aver toccato un ginocchio, tentato strappare un bacio, o aver parlato di cose ‘intime’ durante una cena di lavoro o aver inviato messaggi a connotazione sessuale a una donna che non era egualmente attratta sessualmente”. Evocano una “ondata purificatrice”. Non sorprende che questa lettera aperta abbia attirato l’attenzione. La vita confortevole delle donne borghesi in tutto il mondo è possibile perché milioni di donne razzizzate e sfruttate garantiscono questo conforto cucendo i loro vestiti, pulendo le loro case e gli uffici dove lavorano, occupandosi dei loro figli, prendendosi cura dei bisogni sessuali dei loro mariti, fratelli, compagni. Hanno quindi tutto il tempo di discutere della leggittimità o meno di essere “importunate” in metropolitana o di aspirare a diventare dirigenti di una grande azienda. Certo, anche gli uomini traggono vantaggio dalla divisione Nord/Sud e altri uomini sono messi nella condizione di mantenerli, ma se insisto sul ruolo delle donne del Sud globale in questa organizzazione del mondo, è per sottolineare ancor più il suo carattere rivoluzionario nella critica del capitalismo razziale e dell’eteropatriarcato.

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