Sesso, razza e pratica del potere

 22.00

Colette Guillaumin

pp. 245
Anno 2020
ISBN 9788869481451

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Descrizione

Colette Guillaumin
Sesso, razza e pratica del potere
L’idea di natura
Prefazione e cura di Sara Garbagnoli, Vincenza Perilli, Valeria Ribeiro Corossacz

Ancora poco nota in Italia, in ragione anche della scomoda radicalità del suo pensiero antiessenzialista, Colette Guillaumin ha teorizzato dalla fine degli anni Sessanta il carattere sistemico, non accidentale e non innato di sessismo e razzismo. Attraverso un’analisi storica e sociologica delle idee di sesso e di razza e dei rapporti sociali che le hanno prodotte, Guillaumin dimostra che le donne e le persone non-bianche sono gruppi oppressi e che è l’oppressione a creare questi gruppi. In altre parole, uomini e donne, bianchi e non-bianchi sono categorie che non hanno nulla di “naturale”, e quindi nulla di eterno. Sono classi antagoniste prodotte da forme sistemiche di dominio, di sfruttamento, di appropriazione di una classe (di sesso, di razza) sull’altra, e trasformate in “gruppi naturali” da un’ideologia che fabbrica “l’idea di natura” per nascondere l’origine sociale dei rapporti asimmetrici tra gruppi di sesso e di razza. Impensabile, rivoluzionaria è la tesi sostenuta da Guillaumin in questo testo precursore e ormai classico. Una tale visione caratterizza, più in generale, l’approccio del “femminismo materialista”, sviluppatosi in Francia, che conta tra le principali esponenti, oltre la stessa Guillaumin, Christine Delphy, Monique Wittig, Nicole-Claude Mathieu e Paola Tabet.
I testi di Guillaumin hanno il grande pregio di essere vivi, aperti, inesauribili. Da un lato, ispirano senza sosta nuove ricerche (sui processi di razzizzazione, sulla performatività del linguaggio, sulla dominazione adulta), dall’altro, costituiscono un contributo imprescindibile alla prospettiva detta oggi “intersezionale”, che guarda il reciproco riprodursi dei rapporti sociali di oppressione.

Colette Guillaumin (1934-2017), sociologa femminista, è stata ricercatrice presso il Cnrs di Parigi e ha tenuto seminari nelle università di Amiens, Ottawa e Montréal. Ha fatto parte del collettivo della rivista “Questions Féministes” e della redazione di “Le Genre Humain”. Ha scritto numerosi saggi in riviste e opere collettanee, e pubblicato i volumi L’idéologie raciste. Genèse et langage actuel (Mouton, 1972, Gallimard nel 2002) e Racism, Sexism, Power and Ideology (Routledge, 1995).

Rassegna stampa

Colette Guillaumin, le radici dell’oppressione

SCAFFALE. «Sesso, razza e pratica del potere», appena edito da ombre corte per le cure di Sara Garbagnoli, Vincenza Perilli e Valeria Ribeiro Corossacz, raccoglie gli articoli scritti dalla sociologa femminista francese tra il 1977 e il 1992

di Silvia Nugara

È uscito Sesso, razza e pratica del potere (ombre corte, a cura di Sara Garbagnoli, Vincenza Perilli e Valeria Ribeiro Corossacz, pp. 245, euro 22) di Colette Guillaumin (1934-2017). Il volume, pubblicato in Francia nel 1992 e riedito nel 2016, raccoglie articoli scritti dalla sociologa femminista tra il 1977 e il 1992 solo quattro dei quali già tradotti in rivista o nel prezioso Non si nasce donna. Percorsi, testi e contesti del femminismo materialista in Francia (Alegre, 2013). Quell’agile antologia riuniva un articolo per ciascuna delle pensatrici che Guillaumin stessa omaggia nell’introduzione del suo libro, «Niente di tutto questo sarebbe potuto essere pensato, e ancora meno comunicato e discusso, senza il lavoro teorico di Nicole-Claude Mathieu, Monique Wittig, Paola Tabet, Christine Delphy», e insieme alle quali operò «una formidabile messa in discussione delle “evidenze”, forma sacra dell’ideologia».
INFATTI, per queste teoriche, il sesso e la razza non sono ovvietà naturali bensì relazioni di potere specifiche che costituiscono classi di dominati e di dominanti, le donne e gli uomini, i bianchi e i non bianchi.
Sesso, razza e pratica del potere è dunque un tassello di quell’impresa teorica collettiva che, sulla scia di de Beauvoir, osò rendere suscettibile di cambiamento la radice più profonda dell’oppressione delle classi di razza e di sesso, cioè il concetto di natura. Significativamente, il volume di Guillaumin si apre con Pratica del potere e idea di Natura, articolo apparso a puntate in due numeri della rivista Questions féministes intitolati rispettivamente «Les corps appropriés» e «Natur-elle-ment», trovata geniale in cui naturalmente diventa natura, lei mente, ironizzando sui giochi di parole del gergo psicoanalitico in voga all’epoca presso PsychetPo.
A seguito della sua tesi di dottorato, pubblicata nel 1972 con il titolo L’ideologie raciste e in cui Guillaumin analizza la «razza» non come un insieme di pregiudizi ma come una costruzione storica, economica e simbolica che trasforma il tratto somatico del «colore» in feticcio, «marchio» di una natura specifica, l’autrice si avvicinò al movimento femminista analizzando la divisione socio-sessuale come veicolo di costruzione dei corpi sessuati e razzializzati (racisés).
Nei saggi antologizzati in questo volume, Guillaumin evidenzia come sessismo e razzismo, pur avendo le proprie specificità, funzionino entrambi sulla base di una dinamica doppia, materiale e ideologica, in cui l’ideologia serve a giustificare l’oppressione materiale come esito di leggi meccaniche o mistico-naturali così da evacuarne la matrice politica: «È in questo modo che la schiavitù diventa un attributo del colore della pelle, la non remunerazione del lavoro domestico un attributo della forma del sesso».
PER QUANTO SAPPIAMO che le parole non si limitano a riflettere la realtà ma contribuiscono a costruirla, ogni volta che questa idea prende forma concreta nella nostra esperienza, ci prende uno stupore, come se indossando un nuovo paio di occhiali il mondo ci apparisse per la prima volta. Ciò accade leggendo Guillaumin, il cui pensiero può essere ripercorso in alcune voci-chiave (marchio, classe di sesso, formazione immaginaria) ognuna delle quali sintetizza e veicola il suo approccio concettuale. Una delle voci principali è certamente sessaggio (sexage) concepita per analogia con esclavage e servage per indicare il rapporto di appropriazione individuale e collettiva non solo della forza lavoro ma del corpo stesso delle donne come macchina di lavoro produttivo, procreativo e di riproduzione sociale. Tale appropriazione crea la classe delle donne implicando per esse l’obbligo sessuale e procreativo ma anche l’ingiunzione alla riproduzione sociale, alla cura degli invalidi, degli anziani, dei bambini, delle pulizie. Da simili meccanismi dipendono la segregazione sessuale degli spazi, la divisione sessuale e razziale del lavoro con il sistematico accaparramento del tempo e del corpo delle donne, tanto più se povere e non bianche, la conseguente acquisizione di libertà delle une (bianche di classe media) a discapito delle altre (non bianche e povere).
IL PENSIERO di Guillaumin si dispiega attraverso uno stile peculiare, spesso sarcastico, effetto di quella collera delle oppresse di cui scrive in Donne e teorie della società, saggio che chiude il libro e che le curatrici hanno reso disponibile online. Nella prosa della sociologa non mancano poi spunti di cronaca o brevi apologhi a tenere insieme la teoria e la vita: c’è l’uomo che in una strada di Parigi prende di mira solo le donne toccando loro il sesso o il massacro di 14 studentesse al Politecnico di Montréal nel 1989, episodi liquidati dal discorso comune o dalla cronaca come accessi di follia ma in realtà espressioni di una violenza strutturale che costruisce le donne in quanto sesso di cui disporre e da terrorizzare; o anche in quanto vittime, come quando nel 1989 a La Rochelle una bambina fuggì il suo aguzzino dopo una notte di sevizie calandosi dal quinto piano di un palazzo e nessun giornale spese una parola sulla sua audacia e sangue freddo.
Al netto di qualche aggiornamento, queste analisi rimangono purtroppo valide quando sottolineano come la violenza, esercitata o minacciata, sia una delle tecniche di cui si avvale quel processo di costruzione e differenziazione dei corpi che è un fenomeno incessante, ma anche instabile. Un’analisi radicale dei meccanismi sociali condotta, come fa Guillaumin, tramite sintesi fulminanti che si mandano a memoria e scavano varchi nella coscienza può infatti offrire quel «capovolgimento delle prospettive» che è il presupposto per un cambiamento sociale.

UN ASSAGGIO

Prefazione all’edizione italiana
Il pensiero antinaturalista di Colette Guillaumin
di Sara Garbagnoli, Vincenza Perilli, Valeria Ribeiro Corossacz

[…] Nella teoria di Guillaumin, come in quella elaborata dalle altre femministe materialiste, lo specifico sistema di oppressione subito dal gruppo sociale delle donne si dispiega attraverso l’inscindibile articolazione di un fatto materiale con un fatto simbolico. Nel materialismo quale queste teoriche lo intendono, non c’è preminenza dell’uno sull’altro: le forme materiali di oppressione e le forme simboliche sono “le due facce di una stessa medaglia” (Guillaumin), producono ciascuno dei veri e propri “effetti plastici” (Wittig) sui corpi e sulle menti dei gruppi minoritari. Il fatto materiale consiste nell’appropriazione, reificazione e uso delle donne da parte della classe degli uomini. L’oppressione materiale, la reificazione, la predazione della classe delle donne da parte della classe degli uomini sono sostenute e incoraggiate da un sistema percettivo e discorsivo naturalista che costruisce e naturalizza l’idea di “differenza sessuale” e la credenza nell’esistenza di una “natura” differente e complementare per gli uomini e per le donne. La nozione di “differenza” altro non è per queste pensatrici che una costruzione funzionale al mantenimento delle classi di sesso e del rapporto asimmetrico che le crea, mero prodotto ideologico secretato dal sistema eterosessuale per legittimare l’oppressione delle donne e nascondere la sua origine sociale.
La connessione tra fatto materiale e fatto ideologico produce simultaneamente i gruppi di sesso e la credenza credibile che essi siano “per natura” differenti e complementari. Le molteplici forme di esistenza dell’oppressione delle donne – nelle cose, nelle istituzioni, nelle interazioni, nelle categorie, nei corpi, nelle coscienze – e la complicità sotterranea che le lega l’una alle altre spiegano la forza delle resistenze politiche, intellettuali e affettive che solleva una teoria che pensa il sesso come una “categoria politica totalitaria” (Wittig). Della categoria di sesso (e lo stesso vale per quella di razza) occorre, pertanto, pensarne, a uno stesso tempo, “la verità e la menzogna” e affermare che la verità (l’esistenza di un gruppo) ne alimenta la menzogna (il fatto che il gruppo sia naturale).
Affermare che il sessismo – lo stesso vale per il razzismo, per l’eteronormatività – sia un sistema di dominazione di un gruppo privilegiato su un gruppo inferiorizzato implica che tale sistema sia l’esito di una storia secolare di dominazione e che, in quanto geneticamente [geneticamente?] e strutturalmente asimmetrico, non sia “rovesciabile”. Una tale prospettiva ha una duplice conseguenza in termini analitici (Garbagnoli 2019). Da un lato, mostra la non pertinenza di nozioni quali “razzismo anti-uomini” o “eterofobia” o “razzismo anti-bianchi”, usati da alcuni degli attori e dei gruppi che attaccano oggi i saperi e le lotte minoritarie. Dall’altro, permette di rendere visibile che i gruppi dominanti secondo le diverse assi di categorizzazione (razza, genere, sessualità), benché eterogenei al loro interno, godono di un sistema di privilegi che corrisponde al sistema di privazioni dei gruppi oppressi. Nella teoria femminista materialista, “gli uomini”, “gli eterosessuali”, “i bianchi”, non sono certo “gruppi naturali”, ma sono pensati come i gruppi che incarnano la norma (di razza, di sesso, di sessualità) e il sistema di privilegi materiali e simbolici a essa associato. Pensare e nominare il gruppo dei dominanti (e i loro strutturali privilegi) è necessario per pensare e nominare l’origine dell’inferiorizzazione strutturale dei gruppi stigmatizzati.

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