Sesso, razza e pratica del potere

 22.00

Colette Guillaumin

pp. 245
Anno 2020
ISBN 9788869481451

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Descrizione

Colette Guillaumin
Sesso, razza e pratica del potere
L’idea di natura
Prefazione e cura di Sara Garbagnoli, Vincenza Perilli, Valeria Ribeiro Corossacz

Ancora poco nota in Italia, in ragione anche della scomoda radicalità del suo pensiero antiessenzialista, Colette Guillaumin ha teorizzato dalla fine degli anni Sessanta il carattere sistemico, non accidentale e non innato di sessismo e razzismo. Attraverso un’analisi storica e sociologica delle idee di sesso e di razza e dei rapporti sociali che le hanno prodotte, Guillaumin dimostra che le donne e le persone non-bianche sono gruppi oppressi e che è l’oppressione a creare questi gruppi. In altre parole, uomini e donne, bianchi e non-bianchi sono categorie che non hanno nulla di “naturale”, e quindi nulla di eterno. Sono classi antagoniste prodotte da forme sistemiche di dominio, di sfruttamento, di appropriazione di una classe (di sesso, di razza) sull’altra, e trasformate in “gruppi naturali” da un’ideologia che fabbrica “l’idea di natura” per nascondere l’origine sociale dei rapporti asimmetrici tra gruppi di sesso e di razza. Impensabile, rivoluzionaria è la tesi sostenuta da Guillaumin in questo testo precursore e ormai classico. Una tale visione caratterizza, più in generale, l’approccio del “femminismo materialista”, sviluppatosi in Francia, che conta tra le principali esponenti, oltre la stessa Guillaumin, Christine Delphy, Monique Wittig, Nicole-Claude Mathieu e Paola Tabet.
I testi di Guillaumin hanno il grande pregio di essere vivi, aperti, inesauribili. Da un lato, ispirano senza sosta nuove ricerche (sui processi di razzizzazione, sulla performatività del linguaggio, sulla dominazione adulta), dall’altro, costituiscono un contributo imprescindibile alla prospettiva detta oggi “intersezionale”, che guarda il reciproco riprodursi dei rapporti sociali di oppressione.

Colette Guillaumin (1934-2017), sociologa femminista, è stata ricercatrice presso il Cnrs di Parigi e ha tenuto seminari nelle università di Amiens, Ottawa e Montréal. Ha fatto parte del collettivo della rivista “Questions Féministes” e della redazione di “Le Genre Humain”. Ha scritto numerosi saggi in riviste e opere collettanee, e pubblicato i volumi L’idéologie raciste. Genèse et langage actuel (Mouton, 1972, Gallimard nel 2002) e Racism, Sexism, Power and Ideology (Routledge, 1995).

Rassegna stampa

InGenere – 11.03.2021

In Sesso, razza e pratica del potere Colette Guillaumin mette a fuoco le connessioni tra potere, razzismo e sessismo, anticipando problematiche che nei decenni successivi sarebbero divenute centrali nel dibattito femminista sui rapporti tra native e immigrate

di Mariagrazia Rossilli

Sesso, razza e pratica del potere di Colette Guillaumin (ombre corte, 2020), raccolta di saggi pubblicati tra il 1977 e il 1992 uscita in Francia in una nuova edizione nel 2016, contribuisce a colmare un vuoto di conoscenza su un’autrice finora poco tradotta in Italia, situandosi tra le meritorie iniziative editoriali che ombre corte sta realizzando con le traduzioni e ripubblicazioni della produzione del femminismo materialista e marxista a livello internazionale, riportando alla luce aspetti cruciali del dibattito degli anni ’70-’80, in connessione anche con una rinnovata vitalità in molti paesi degli studi ispirati a questo tipo di approccio (si vedano ad esempio le pubblicazioni degli scritti considerati ormai dei classici di Nancy Fraser e Silvia Federici).
La cancellazione in Italia del dibattito femminista marxista, che pure era stato negli anni ‘70 pionieristico a livello internazionale, è una delle cause della scarsa conoscenza dell’opera di Colette Guillaumin, con la riduttiva narrazione del femminismo francese limitata alla triade Hélène Cixous, Julia Kristeva, Luce Irigaray, il tentativo di rimozione della nostra storia coloniale e, infine, la lunga egemonia, oggi in declino, della teoria essenzialista della “differenza sessuale”.
Sociologa al Centre national de la recherche scientifique di Parigi e militante femminista, Colette Guillaumin (1934-2017) è stata tra le collaboratrici della rivista teorica del femminismo materialista francese Questions féministes, fondata da Christine Delphy e Nicole-Claude Mathieu. Già a partire dalla a sua tesi dottorato, pubblicata nel 1972 con il titolo Idéologie raciste, Guillaumin stravolge la lettura secondo cui la razza è data come una categoria naturale e a-storica che precederebbe e costituirebbe il fondamento del razzismo problematizzandone la nozione come prodotto e non come supporto del razzismo stesso. Guillaumin situa l’origine della moderna idea di razza in un preciso momento della storia europea quando i grandi cambiamenti socio-economici politici e ideologici tra il XVIII e il XIX secolo portano a un conflitto apparentemente irrisolvibile tra i valori ugualitari dell’illuminismo e l’intensificarsi dello sfruttamento industriale e la pervasività dello schiavismo e del colonialismo.
L’ideologia razzista, facendo ricorso “all’idea di natura” e legando in modo essenzialista aspetti fisici, psicologici e culturali, cercherebbe di dare risposta a questa antinomia e di giustificare dominazione e sfruttamento, così che i rapporti di potere possano essere legittimati in quanto fondati nella natura e che la subordinazione al gruppo dominante di “razza bianca” possa essere percepita come immutabile. Con questa inversione teorica del rapporto tra razzismo e razza Guillaumin fa emergere il carattere socialmente e storicamente costruito della categoria di razza, un’invenzione che trasforma i caratteri fisici in un “marchio naturale” atto a rendere invisibili i rapporti di dominio.
Il razzismo costituirebbe l’espressione ideologica e discorsiva di un rapporto sociale materiale, che Guillaumin definisce “appropriazione”: non solo la dominazione e lo sfruttamento della forza lavoro di un individuo, ma la sua completa reificazione fisica e psicologica, la sua completa riduzione a forza-lavoro. Analogamente a quanto affermato per la razza, Guillaumin rovescia anche la prospettiva naturalistica ed essenzialista della differenza sessuale: la riduzione della differenza delle donne dagli uomini a dato naturale e la riduzione delle donne a elementi più vicini alla natura che alla società e alla cultura nascono dalla necessità di legittimare l’appropriazione sociale delle donne da parte degli uomini rendendo invisibili i rapporti di potere.
La stessa nozione di differenza sessuale naturalizzata non sarebbe altro che una costruzione funzionale al mantenimento delle “classi di sesso” e del rapporto asimmetrico che le crea al fine di legittimare e nascondere l’origine sociale di tale rapporto. Per spiegare i caratteri del rapporto di appropriazione delle donne da parte degli uomini Guillaumin introduce il concetto di sexage (un neologismo che le curatrici traducono come “sessaggio”).
Sexage rimanda per analogia a esclavage e servage, schiavitù e servaggio, ossia a una nozione di appropriazione fisica illimitata della materialità stessa del corpo che eroga forza lavoro. Nel “sessaggio”, però, Guillaumin declina a molti livelli l’appropriazione e lo sfruttamento delle donne: accaparramento illimitato fisico e psicologico del loro intero corpo, della loro sessualità, dei prodotti del loro corpo, del loro tempo e della loro energia lavorativa, della loro stessa individualità e riduzione della persona-donna a oggetto a disposizione degli uomini. Il sessaggio avverrebbe sia in forma collettiva in quanto tutta la “classe degli uomini” avrebbe il diritto di accaparrarsi il corpo e la persona della “classe delle donne” come oggetti a loro disposizione e di godere del loro lavoro non remunerato, sia nella forma privata del matrimonio o dell’unione di coppia fondata e legittimata proprio nella esistenza della appropriazione collettiva.
Il sessaggio indicherebbe quindi il rapporto peculiare costitutivo delle “classi di sesso” nell’economia domestica moderna in cui, nel modo di produzione domestico (concetto specificamente mutuato dalla teorizzazione di Christine Delphy insieme con quello di “classi di sesso”) non si darebbe la distinzione capitalistica tra la forza lavoro e il corpo materiale che la produce, ma si realizzerebbe l’appropriazione dell’intero corpo che la produce. Insomma, sia nel razzismo che nel sessismo “l’invenzione della natura”, “non può essere separata dalla dominazione e dall’appropriazione degli esseri umani” (pp.181-201): alcuni tratti biologici, come il colore della pelle o la morfologia dell’apparato riproduttivo, divengono “marchi naturali” utili a rendere visibili i dominati in quanto alterità e invisibili i dominanti, che vengono a coincidere con la norma e il neutro universale, quindi a fondare i processi di categorizzazione e gerarchizzazione.
Tuttavia, per Guillaumin, sesso e razza, benché categorie empiricamente non valide nell’ordine biologico, sarebbero però empiricamente effettive nell’ordine sociale, esprimendo allo stesso tempo verità e menzogna: verità in quanto riferite all’esistenza di un gruppo sociale e menzogna rispetto al suo fondamento nella “natura somatica” del gruppo stesso. Le analisi di Guillaumin rivestono notevole interesse per la decostruzione dell’idea di “natura” di razza e sesso contestualizzata nei processi storici della modernità. Mettendo a fuoco le relazioni di potere intrinseche al razzismo e al sessismo e tentando di analizzarne le connessioni, Guillaumin anticipa in qualche modo problematiche divenute salienti nei decenni successivi nel dibattito femminista sui rapporti tra native e immigrate.
Nella sua decostruzione del razzismo ritroviamo aspetti di attualità politica, dal momento che il razzismo viene oggi troppo spesso trattato come un fenomeno prioritariamente culturale legato alla “paura del diverso”, nascondendone l’origine strutturale nella materialità dello sfruttamento economico, a volte addirittura schiavistico, e le contraddizioni sociali che ne derivano e ascrivendo alle differenze culturali anche quelle che sono drammatiche disuguaglianze sociali, con la conseguenza di impedire in questo modo di conoscere e trattare correttamente persino le stesse differenze culturali.
Al di là delle interpretazioni attualizzanti che nella prefazione ne danno le curatrici, leggendovi elementi analitici anticipatori dell’attuale approccio intersezionale di sesso/genere, razza e classe, l’apparato concettuale di Guillaumin appartiene integralmente al quadro teorico del dibattito femminista materialista degli anni ‘70 e ‘80 del secolo scorso. Anche se lo sforzo analitico di Guillaumin consiste nel tentativo di far emergere l’aspetto strutturale delle diverse forme di dominazione, la concettualizzazione meramente analogica di razza e sesso, già peraltro criticata dal black feminism negli anni ‘70, non è in grado di dare conto né delle specificità strutturali dello sfruttamento e oppressione delle donne, né delle specifiche implicazioni su razza sesso e classe sociale.
Anche la nozione di sessaggio, nel significato di appropriazione del corpo erogatore di lavoro non retribuito, si situa nel quadro delle analisi degli anni ‘70 sul lavoro domestico produttivo della merce forza lavoro e della contemporanea visione delle donne come un tutto, un gruppo sociale nella sua totalità sfruttato da quello degli “uomini-padroni”, laddove oggi nelle stesse analisi delle femministe marxiste l’attenzione tende più a concentrarsi sulla insolvibile contraddizione tra riproduzione sociale umana e produzione capitalistica di merci e la conseguente strutturale sottovalutazione/femminilizzazione del lavoro riproduttivo in tutte le sue forme (socializzato salariato, privato non retribuito o mercificato) e sulle differenze e i conflitti che attraversano la vita delle donne.


 

IAPh Italiana – Recensioni 14 Aprile 2021

Sesso, razza e pratica del potere. L’idea di natura, di Colette Guillaumin
di Sandra Burchi

Nel marzo 2020 è uscito in Italia, per le edizioni Ombre Corte, un testo di Colette Guillumin “Sesso, razza e pratica del potere (ombre corte, a cura di, pp. 245, euro 22). Il volume pubblicato in Francia nel 1992 e riedito nel 2016, raccoglie articoli e saggi della studiosa francese scritti fra il 1977 il 1992. Sara Garbagnoli, Vincenza Perilli e Valeria Ribeiro Corossacz hanno tradotto e curato l’edizione italiana con il chiaro intento di “riempire un vuoto presente in Italia nel dibattito femminista e sul razzismo”. Guillaumin è, infatti, un’autrice poco conosciuta e poco tradotta. Sociologa e antropologa, è stata ricercatrice presso il Centre National de la Recherche Scientifique en France (Cnrs). Negli anni ’70 e ’80 ha fatto parte del collettivo di “Questions feministes” e ha partecipato alla fondazione della rivista “Le Genre Humain”. Si tratta di due riviste importanti che segnalano bene i suoi due campi di interesse teorico e di militanza, il femminismo e l’antirazzismo, intese come questioni intimamente connesse. Ha insegnato fra la Francia e il Canada e ha pubblicato libri e articoli su riviste internazionali portando avanti la sua ricerca e la sua riflessione in un confronto continuo con figure come Nicole- Claude Mathieu, Monique Wittig, Paola Tabet e Christine Delphy, ringraziate, anche in questo testo, per il loro lavoro teorico e per la capacità di mettere in discussione le “evidenze” cioè “la forma sacra delle ideologie”. Solo negli ultimi anni i lavori di queste autrici – rappresentanti di quello che è stato definito il femminismo materialista francese – sono stati tradotti o inclusi come punti di riferimento nel dibattito italiano (basti pensare alla traduzione di Federico Zappino degli scritti di Monique Wittig o a quella di Deborah Ardilli di Christine Delphy). Le curatrici del volume individuano tre ordini di ragioni su questo ritardo: il lungo periodo in cui la teoria della differenza sessuale – approccio diametralmente opposto a quello del femminismo materialista – ha dominato il campo degli studi e del dibattito femminista in Italia, la grande attenzione a una triade di autrici molto discusse e quasi integralmente tradotte come Cixous- Kristeva- Irigaray, e la negazione sistematica e fortemente radicata nel senso comune della storia italiana di razzismo e colonialismo. C’è da dire, inoltre, che anche solo rimanendo al femminismo italiano, le correnti più decisamente marxiste-materialiste hanno cominciato a emergere come tradizioni politiche solo negli ultimi anni. Esperienze importanti come quelle di Lotta femminista, o dei Comitati per il Salario al lavoro domestico, che hanno avuto in alcune città italiane una forte presenza negli anni Settanta, sono state solo recentemente riprese, studiate e messe al centro di rivelanti analogie con le battaglie femministe che animano il nostro presente. Sesso razza e potere esce dunque in un momento di grande interesse per i filoni del femminismo di impianto marxista e materialista – come dimostra la centralità assunta dal lavoro di Silvia Federici o la ristampa dei lavori di Mariarosa Dalla Costa – e rappresenta un utile serbatoio di concetti che dialogano con la contemporaneità dei femminismi più sensibili a questo approccio. >> continua a leggere >>


 

Manastabal – 25 settembre 2020

Sesso e razza: formazioni immaginarie materialmente efficaci

Dialogo su Colette Guillaumin con Sara Garbagnoli, Vincenza Perilli e Valeria Ribeiro Corossacz

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Carmilla – 4 Febbraio 2021

«Idea di natura» e rapporti sociali di sesso e di razza: l’epistemologia della dominazione di Colette Guillaumin
di Marcella Farioli

Colette Guillaumin, Sesso, razza e pratica del potere. L’idea di natura (traduzione, prefazione e cura di Sara Garbagnoli, Vincenza Perilli, Valeria Ribeiro Corossacz), Ombre Corte, Verona 2020, pp. 244, € 22,00 (tr. di Sexe, race et pratique du pouvoir. L’idée de nature, Éd. côté-femmes 1992, Éd. Ixe 2016).

Nel 1972 esce in Francia nelle edizioni Mouton il volume di Colette Guillaumin L’idéologie raciste. Genèse et langage actuel. La sociologa e militante femminista e antirazzista, ricercatrice del CNRS e dal 1977 collaboratrice della rivista teorica del femminismo materialista francese Questions féministes, opera in questo saggio una vera svolta epistemologica nell’analisi dei «rapporti sociali di razza». Guillaumin scardina infatti la concezione dominante all’epoca secondo cui il razzismo si definisce in quanto trattamento ostile di gruppi “naturali” preesistenti, rovesciando questa prospettiva e il rapporto causale di matrice idealista che essa sottende: se l’ideologia razzista si diffonde parallelamente alla diffusione su larga scala dello schiavismo e del colonialismo, soprattutto a partire dal XVII secolo, è perché essa è chiamata a giustificare una dominazione e uno sfruttamento già in atto. La legittimazione dei rapporti sociali di razza avviene attraverso «l’idea di natura», ovvero la credenza nell’esistenza di categorie naturali, chiuse e dotate di un determinismo interno e di caratteristiche particolari: tale concezione, attraverso il procedimento della naturalizzazione, permette di perennizzare e di pensare come immutabile la subordinazione da parte del gruppo dominante, la «razza bianca», del gruppo sociale minoritario e dominato, la «razza nera». Se le razze non esistono sul piano biologico, esiste tuttavia la brutale realtà delle razze socialmente costruite.

Il razzismo dunque, lungi dal configurarsi come un fenomeno culturale “curabile” attraverso strumenti educativi che dissolvano la “paura del diverso”, come oggi sovente si proclama, non costituisce la causa, ma l’effetto, l’espressione ideologica e discorsiva di un rapporto sociale materiale preesistente, che Guillaumin definisce «appropriazione»: non solo la dominazione e lo sfruttamento della forza lavoro di un individuo, ma la sua completa reificazione fisica e psicologica, la sua riduzione a «macchina-forza-lavoro» (machine-à-force-de-travail). I neri, per intendersi, non erano e non sono schiavizzati e sfruttati perché sono neri, ma il colore della pelle diviene a posteriori rilevante per marcare e legittimare la loro schiavitù e il loro sfruttamento.

Negli anni successivi, Guillaumin riflette sulle analogie che accomunano il razzismo e il sessismo in quanto espressione ideologica di rapporti sociali concreti: il concetto di razza in quanto prodotto di determinati rapporti potere e il procedimento di razzizzazione (racisation) dei gruppi oppressi attraverso l’ideologia naturalistica si prestano, secondo la sociologa, ad essere estesi anche ai rapporti sociali di sesso. Il volume Sexe, race et pratique du pouvoir. L’idée de nature, pubblicato per la prima volta nel 1992 dalle Éditions côté-femmes e ora curato e tradotto in italiano da Sara Garbagnoli, Vincenza Perilli e Valeria Ribeiro Corossacz, è il frutto di questa riflessione. Il rapporto sociale di appropriazione in quanto accaparramento fisico e psicologico dell’individuo, del suo tempo, della sua sessualità, dei prodotti del suo corpo e della sua forza lavoro si applica in maniera pertinente alla dominazione e allo sfruttamento delle donne attraverso il sexage (un neologismo di Guillaumin che le traduttrici scelgono opportunamente di tradurre con il calco «sessaggio»). Tale appropriazione è, anche nel caso delle donne, giustificata dall’«idea di natura»: alcuni tratti biologici in sé privi di una specifica pertinenza, come il colore della pelle o la morfologia dell’apparato riproduttivo, divengono “marchi naturali” utili a fondare processi di categorizzazione e gerarchizzazione.

Colette Guillaumin mostra così che il sesso e la razza sono costruzioni sociali su base economica e politica proprio come la classe, e che essi sono empiricamente imbricati. L’articolo Razza e Natura. Sistema dei marchi, idea di gruppo naturale e rapporti sociali tradotto nel volume (pp. 181-201) illustra il funzionamento del sistema dei marchi, che, mentre rende visibili i dominati in quanto alterità e naturalizza la loro oppressione, invisibilizza i rapporti di dominio e i dominanti, che vengono a coincidere con la norma, l’implicito, il neutro universale. Ciò avviene sia nel razzismo sia nel sessismo; «l’invenzione della natura» insomma «non può essere separata dalla dominazione e dall’appropriazione degli esseri umani» (p. 201). Il marchio, che facilita a causa della sua evidenza concreta i processi di naturalizzazione, non è percepito come tale, ma come fonte dei rapporti sociali di dominio.

Guillaumin mutua la categoria di «classe di sesso» da un altra sociologa materialista e fondatrice di Questions féministes, Christine Delphy, che applica all’asse del sesso la categoria marxiana di classe sociale. Su questa base Guillaumin definisce il rapporto sociale di sessaggio come una duplice appropriazione, collettiva e privata, della classe delle donne da parte della classe degli uomini: la prima agisce attraverso il modo di produzione domestico (analiticamente distinto dal modo di produzione capitalistico), lo sfruttamento del lavoro non pagato delle donne e il luogo comune che queste ultime siano “per natura” a disposizione degli uomini; la seconda si attua attraverso il matrimonio, ed è possibile solo perché esiste la prima. Tale sistema di dominio si declina in un’ineguaglianza e gerarchizzazione tra i sessi a differenti livelli: divisione del lavoro, condizioni materiali di esistenza, proprietà di beni, salari, scambio sessuo-economico, autonomia, anche psicologica; «quando si è materialmente appropriate» infatti, «si è mentalmente spossessate di sé» (p. 55).

Analogamente a quanto affermato per il razzismo, dunque, anche nel meccanismo del sessaggio viene invertito il rapporto causale così come è stato radicato nella percezione comune dalla vulgata naturalistica: le donne non vengono appropriate perché sono donne, ma è la costruzione sociale di un gruppo sociale-donne, che non sarebbe socialmente pertinente in assenza del rapporto sociale di appropriazione, a nascere dalla necessità di legittimare l’appropriazione stessa di un gruppo sociale da parte di un altro.

Nonostante l’innegabile radicalità e originalità del pensiero antinaturalista di Guillaumin, la ricezione e circolazione delle sue opere, come di quelle delle altre materialiste, non è stata adeguata alla forza della loro rivoluzione epistemologica in seno agli studi femministi e al valore degli strumenti euristici offerti all’analisi dei sistemi di dominazione. In Italia questa rimozione è stata più evidente che in altri paesi, sia in ambito militante sia in ambito accademico. Di essa le curatrici offrono un triplice ordine di spiegazioni: la lunga egemonia nel nostro paese del pensiero della differenza sessuale, la riduzione del femminismo francese – nella narrazione mainstream – alla triade Hélène Cixous, Julia Kristeva, Luce Irigaray, e infine il tentativo di cancellazione della nostra storia coloniale; motivazioni cui si possono aggiungere l’avversione dilagante per il marxismo e per la visione materialistica della storia, la tendenza postmodernista a rifiutare le interpretazioni generali della realtà, la riluttanza ad estendere il paradigma materialista ai rapporti sociali di sesso, l’insopprimibile angoscia che la categorizzazione dei gruppi sociali finisca per peccare di essenzialismo o per elidere la loro (peraltro evidente) assenza di omogeneità, la negazione del conflitto e delle sua cause concrete in materia di rapporti tra i sessi a favore dell’irenica convinzione che l’educazione alle differenze eliminerà le basi – rigorosamente culturali – delle diseguaglianze. Ma la differenza, come Guillaumin insegna, non è biunivoca, e nasconde sempre un rapporto gerarchico: «se le donne sono differenti dagli uomini, gli uomini, loro, non sono differenti (…). I negri sono differenti (i bianchi sono, semplicemente)» (pp. 84-85).

In verità, il pensiero di Guillaumin appare particolarmente attuale e fecondo in questo momento storico in cui assistiamo a una prepotente rinaturalizzazione del genere e della razza, e in cui infuria la violenza maschile, che ha le sue radici proprio nell’appropriazione collettiva della classe di sesso delle donne: come la sociologa osserva, infatti, la violenza maschile «è la sanzione socializzata del diritto che si arrogano gli uomini sulle donne: tale uomo su tale donna, così pure come su tutte le donne che “non sanno stare al loro posto”». Il pensiero di Guillaumin, sempre attento a non disgiungere l’elaborazione teorica dalla ricerca militante di vie pratiche per la trasformazione dell’esistente, rappresenta un formidabile antidoto contro la concezione diffusa di una complementarietà naturale tra i sessi, che invisibilizza i rapporti di forza, culturalizza e psicologizza la violenza maschile, perpetua le diseguaglianze, e nasconde le basi materiali e i meccanismi sociali che le producono.

La traduzione italiana di Sexe, race et pratique du pouvoir, che contiene buona parte degli scritti di Guillaumin tra il 1977 e il 1992, colma dunque un vuoto non irrilevante nel panorama editoriale italiano e del più generale dibattito accademico e militante attorno al razzismo e al sessismo. Il volume è introdotto da una prefazione italiana (Il pensiero anti-naturalista di Colette Guillaumin) di Sara Garbagnoli, Vincenza Perilli e Valeria Ribeiro Corossacz, studiose che da anni perseguono lo sforzo di diffondere in Italia il pensiero del femminismo materialista francofono: va in questo senso la pubblicazione nel 2013 dell’antologia Non si nasce donna (Roma, Alegre), prima raccolta in lingua italiana di testi del femminismo materialista.

L’introduzione del volume, divisa in tre sezioni principali e ricca di riferimenti bibliografici, propone un quadro storico e culturale di insieme, che consente di contestualizzare il pensiero di Guillaumin nell’ambito del femminismo materialista, delle sue protagoniste e della loro reciproca influenza; su di esso si innesta la disamina chiara e concisa degli snodi fondamentali del pensiero di Guillaumin, della loro attualità e della loro importanza nel quadro della sociologia del razzismo e del sessismo e del pensiero femminista. Per un approfondimento di questi temi e sull’approccio delle curatrici al femminismo materialista e a Guillaumin, si può leggere l’ampia e interessante intervista a Garbagnoli, Perilli e Ribeiro Corossacz rilasciata in occasione dell’uscita del volume.

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Colette Guillaumin, le radici dell’oppressione

SCAFFALE. «Sesso, razza e pratica del potere», appena edito da ombre corte per le cure di Sara Garbagnoli, Vincenza Perilli e Valeria Ribeiro Corossacz, raccoglie gli articoli scritti dalla sociologa femminista francese tra il 1977 e il 1992

di Silvia Nugara

È uscito Sesso, razza e pratica del potere (ombre corte, a cura di Sara Garbagnoli, Vincenza Perilli e Valeria Ribeiro Corossacz, pp. 245, euro 22) di Colette Guillaumin (1934-2017). Il volume, pubblicato in Francia nel 1992 e riedito nel 2016, raccoglie articoli scritti dalla sociologa femminista tra il 1977 e il 1992 solo quattro dei quali già tradotti in rivista o nel prezioso Non si nasce donna. Percorsi, testi e contesti del femminismo materialista in Francia (Alegre, 2013). Quell’agile antologia riuniva un articolo per ciascuna delle pensatrici che Guillaumin stessa omaggia nell’introduzione del suo libro, «Niente di tutto questo sarebbe potuto essere pensato, e ancora meno comunicato e discusso, senza il lavoro teorico di Nicole-Claude Mathieu, Monique Wittig, Paola Tabet, Christine Delphy», e insieme alle quali operò «una formidabile messa in discussione delle “evidenze”, forma sacra dell’ideologia».
INFATTI, per queste teoriche, il sesso e la razza non sono ovvietà naturali bensì relazioni di potere specifiche che costituiscono classi di dominati e di dominanti, le donne e gli uomini, i bianchi e i non bianchi.
Sesso, razza e pratica del potere è dunque un tassello di quell’impresa teorica collettiva che, sulla scia di de Beauvoir, osò rendere suscettibile di cambiamento la radice più profonda dell’oppressione delle classi di razza e di sesso, cioè il concetto di natura. Significativamente, il volume di Guillaumin si apre con Pratica del potere e idea di Natura, articolo apparso a puntate in due numeri della rivista Questions féministes intitolati rispettivamente «Les corps appropriés» e «Natur-elle-ment», trovata geniale in cui naturalmente diventa natura, lei mente, ironizzando sui giochi di parole del gergo psicoanalitico in voga all’epoca presso PsychetPo.
A seguito della sua tesi di dottorato, pubblicata nel 1972 con il titolo L’ideologie raciste e in cui Guillaumin analizza la «razza» non come un insieme di pregiudizi ma come una costruzione storica, economica e simbolica che trasforma il tratto somatico del «colore» in feticcio, «marchio» di una natura specifica, l’autrice si avvicinò al movimento femminista analizzando la divisione socio-sessuale come veicolo di costruzione dei corpi sessuati e razzializzati (racisés).
Nei saggi antologizzati in questo volume, Guillaumin evidenzia come sessismo e razzismo, pur avendo le proprie specificità, funzionino entrambi sulla base di una dinamica doppia, materiale e ideologica, in cui l’ideologia serve a giustificare l’oppressione materiale come esito di leggi meccaniche o mistico-naturali così da evacuarne la matrice politica: «È in questo modo che la schiavitù diventa un attributo del colore della pelle, la non remunerazione del lavoro domestico un attributo della forma del sesso».
PER QUANTO SAPPIAMO che le parole non si limitano a riflettere la realtà ma contribuiscono a costruirla, ogni volta che questa idea prende forma concreta nella nostra esperienza, ci prende uno stupore, come se indossando un nuovo paio di occhiali il mondo ci apparisse per la prima volta. Ciò accade leggendo Guillaumin, il cui pensiero può essere ripercorso in alcune voci-chiave (marchio, classe di sesso, formazione immaginaria) ognuna delle quali sintetizza e veicola il suo approccio concettuale. Una delle voci principali è certamente sessaggio (sexage) concepita per analogia con esclavage e servage per indicare il rapporto di appropriazione individuale e collettiva non solo della forza lavoro ma del corpo stesso delle donne come macchina di lavoro produttivo, procreativo e di riproduzione sociale. Tale appropriazione crea la classe delle donne implicando per esse l’obbligo sessuale e procreativo ma anche l’ingiunzione alla riproduzione sociale, alla cura degli invalidi, degli anziani, dei bambini, delle pulizie. Da simili meccanismi dipendono la segregazione sessuale degli spazi, la divisione sessuale e razziale del lavoro con il sistematico accaparramento del tempo e del corpo delle donne, tanto più se povere e non bianche, la conseguente acquisizione di libertà delle une (bianche di classe media) a discapito delle altre (non bianche e povere).
IL PENSIERO di Guillaumin si dispiega attraverso uno stile peculiare, spesso sarcastico, effetto di quella collera delle oppresse di cui scrive in Donne e teorie della società, saggio che chiude il libro e che le curatrici hanno reso disponibile online. Nella prosa della sociologa non mancano poi spunti di cronaca o brevi apologhi a tenere insieme la teoria e la vita: c’è l’uomo che in una strada di Parigi prende di mira solo le donne toccando loro il sesso o il massacro di 14 studentesse al Politecnico di Montréal nel 1989, episodi liquidati dal discorso comune o dalla cronaca come accessi di follia ma in realtà espressioni di una violenza strutturale che costruisce le donne in quanto sesso di cui disporre e da terrorizzare; o anche in quanto vittime, come quando nel 1989 a La Rochelle una bambina fuggì il suo aguzzino dopo una notte di sevizie calandosi dal quinto piano di un palazzo e nessun giornale spese una parola sulla sua audacia e sangue freddo.
Al netto di qualche aggiornamento, queste analisi rimangono purtroppo valide quando sottolineano come la violenza, esercitata o minacciata, sia una delle tecniche di cui si avvale quel processo di costruzione e differenziazione dei corpi che è un fenomeno incessante, ma anche instabile. Un’analisi radicale dei meccanismi sociali condotta, come fa Guillaumin, tramite sintesi fulminanti che si mandano a memoria e scavano varchi nella coscienza può infatti offrire quel «capovolgimento delle prospettive» che è il presupposto per un cambiamento sociale.

UN ASSAGGIO

Prefazione all’edizione italiana
Il pensiero antinaturalista di Colette Guillaumin
di Sara Garbagnoli, Vincenza Perilli, Valeria Ribeiro Corossacz

[…] Nella teoria di Guillaumin, come in quella elaborata dalle altre femministe materialiste, lo specifico sistema di oppressione subito dal gruppo sociale delle donne si dispiega attraverso l’inscindibile articolazione di un fatto materiale con un fatto simbolico. Nel materialismo quale queste teoriche lo intendono, non c’è preminenza dell’uno sull’altro: le forme materiali di oppressione e le forme simboliche sono “le due facce di una stessa medaglia” (Guillaumin), producono ciascuno dei veri e propri “effetti plastici” (Wittig) sui corpi e sulle menti dei gruppi minoritari. Il fatto materiale consiste nell’appropriazione, reificazione e uso delle donne da parte della classe degli uomini. L’oppressione materiale, la reificazione, la predazione della classe delle donne da parte della classe degli uomini sono sostenute e incoraggiate da un sistema percettivo e discorsivo naturalista che costruisce e naturalizza l’idea di “differenza sessuale” e la credenza nell’esistenza di una “natura” differente e complementare per gli uomini e per le donne. La nozione di “differenza” altro non è per queste pensatrici che una costruzione funzionale al mantenimento delle classi di sesso e del rapporto asimmetrico che le crea, mero prodotto ideologico secretato dal sistema eterosessuale per legittimare l’oppressione delle donne e nascondere la sua origine sociale.
La connessione tra fatto materiale e fatto ideologico produce simultaneamente i gruppi di sesso e la credenza credibile che essi siano “per natura” differenti e complementari. Le molteplici forme di esistenza dell’oppressione delle donne – nelle cose, nelle istituzioni, nelle interazioni, nelle categorie, nei corpi, nelle coscienze – e la complicità sotterranea che le lega l’una alle altre spiegano la forza delle resistenze politiche, intellettuali e affettive che solleva una teoria che pensa il sesso come una “categoria politica totalitaria” (Wittig). Della categoria di sesso (e lo stesso vale per quella di razza) occorre, pertanto, pensarne, a uno stesso tempo, “la verità e la menzogna” e affermare che la verità (l’esistenza di un gruppo) ne alimenta la menzogna (il fatto che il gruppo sia naturale).
Affermare che il sessismo – lo stesso vale per il razzismo, per l’eteronormatività – sia un sistema di dominazione di un gruppo privilegiato su un gruppo inferiorizzato implica che tale sistema sia l’esito di una storia secolare di dominazione e che, in quanto geneticamente [geneticamente?] e strutturalmente asimmetrico, non sia “rovesciabile”. Una tale prospettiva ha una duplice conseguenza in termini analitici (Garbagnoli 2019). Da un lato, mostra la non pertinenza di nozioni quali “razzismo anti-uomini” o “eterofobia” o “razzismo anti-bianchi”, usati da alcuni degli attori e dei gruppi che attaccano oggi i saperi e le lotte minoritarie. Dall’altro, permette di rendere visibile che i gruppi dominanti secondo le diverse assi di categorizzazione (razza, genere, sessualità), benché eterogenei al loro interno, godono di un sistema di privilegi che corrisponde al sistema di privazioni dei gruppi oppressi. Nella teoria femminista materialista, “gli uomini”, “gli eterosessuali”, “i bianchi”, non sono certo “gruppi naturali”, ma sono pensati come i gruppi che incarnano la norma (di razza, di sesso, di sessualità) e il sistema di privilegi materiali e simbolici a essa associato. Pensare e nominare il gruppo dei dominanti (e i loro strutturali privilegi) è necessario per pensare e nominare l’origine dell’inferiorizzazione strutturale dei gruppi stigmatizzati.

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