Il punto zero della rivoluzione

 15.00

Silvia Federici

pp. 158
Anno 2020
ISBN 9788869481499

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Descrizione

Silvia Federici
Il punto zero della rivoluzione.
Lavoro domestico, riproduzione e lotta femminista
Traduzione e cura di Anna Curcio

“Come provo a mostrare in questo libro, oggi un femminismo radicale deve operare su vari fronti, ma senza mai limitarsi a una pratica puramente difensiva. La ricostruzione del tessuto sociale, la determinazione di nuovi rapporti di solidarietà capaci di procurare subito, nel presente, nuove risorse e nuovi rapporti sociali, sono la prima condizione non solo per la sopravvivenza ma anche e soprattutto per aprire un processo di riappropriazione della ricchezza e per recuperare il controllo sui mezzi della nostra riprodu- zione. Abbiamo davanti un lavoro immenso, se si pensa alle condizioni disastrate – ambientali, economiche, sociali – in cui siamo costrette a vivere. Dall’educazione alla salute, dall’ambiente alla costruzione di nuove forme di (ri)produzione: si può davvero dire che dobbiamo mettere il mondo sot- tosopra, perché la bancarotta del sistema capitalistico è tale che ormai da esso ci si può aspettare solo crisi, miseria e violenza” (Silvia Federici).

“Finalmente abbiamo un volume che raccoglie i numerosi saggi che in un periodo di quattro decenni Silvia Federici ha scritto sulla questione della riproduzione sociale e sulle lotte delle donne su questo terreno. Oltre a fornire una potente storia dei cambiamenti nell’organizzazione del lavoro riproduttivo, Il punto zero della rivoluzione documenta lo sviluppo del pensiero della sua autrice su alcune delle questioni più importanti del nostro tempo: la globalizzazione, le relazioni di genere e la costruzione di nuovi beni comuni” (Mariarosa Dalla Costa).

“Con pensatrici e attiviste ecofemministe, Federici sostiene che la protezione dei mezzi di sussistenza ora diventa il terreno chiave della lotta e invita le donne del Nord e del Sud a unirsi per costruire nuovi beni comuni” (Ariel Salleh).

Silvia Federici ha insegnato presso l’Università di Port Harcourt in Nigeria, ed è stata Professore Associato e poi Ordinario di Filosofia politica e Studi Internazionali al New College dell’Hofstra University (NY). Cofondatrice del Collettivo internazionale femmi- nista e del Comitato per la libertà accademica in Africa, nel 1995 ha cofondato la Radical Philosophy Association, progetto contro la pena di morte. Tra le sue pubblicazioni: Calibano e la strega (2004), Genere e Capitale (2020), e per i nostri tipi, Reincanare il mondo. Femminismo e politica dei “commons” (2018).

Rassegna stampa

“Connessioni precarie”

La rivoluzione è donna
di Paola Rudan

Il Punto zero della rivoluzione. Lavoro domestico, riproduzione e lotta femminista (Verona, ombre corte, 2014, 15,00 €) presenta in un’unica raccolta quasi quarant’anni della riflessione teorica e politica di Silvia Federici, studiosa (ha insegnato presso l’Università di Port Harcourt in Nigeria e la Hofstra University di New York) e soprattutto militante politica femminista. Del 1974 è il saggio che apre il volume, del 2010 quello conclusivo. Tra questi due estremi si collocano processi di trasformazione del capitalismo – la sua globalizzazione e l’affermazione dell’ordine mondiale neoliberale – che rischiano di rendere i testi più datati quasi un souvenir dal passato, a meno di non approfittare di questo scarto temporale per leggere la riflessione di Federici a ritroso, sia per valutare potenzialità e limiti della sua più recente proposta politica, sia per utilizzarla come «grado zero» dei percorsi attuali dei movimenti in modo da vagliare le possibilità reali di resistere alle trasformazioni del capitalismo globale.

Per Federici la messa in comune [commoning] del lavoro riproduttivo, la sua gestione al di fuori delle logiche del mercato, unisce la resistenza opposta dalle donne ai nuovi processi di enclosure nei contesti post-coloniali agli esperimenti di «auto-riproduzione» realizzati dai movimenti sociali contemporanei, come Occupy o meno note comunità anarchiche statunitensi. Orti urbani, cucine di quartiere, movimenti per il free software sono considerati modi – niente affatto utopici ma già in atto, sebbene non integrati in un progetto complessivo condiviso dai movimenti radicali – di sottrarre le condizioni della riproduzione al comando del salario che il capitale cerca di imporre a quote crescenti della popolazione mondiale attraverso una nuova «accumulazione originaria». In questa resistenza, le donne avrebbero un ruolo cruciale non grazie a una loro naturale vocazione, ma in virtù del bagaglio di sapere e dell’esperienza di lotta che esse hanno storicamente accumulato nel lavoro riproduttivo.

Dal rifiuto alla valorizzazione

È un’indicazione coerente con l’esigenza di Rimettere il femminismo sui piedi, come recita il titolo di un saggio del 1984, cioè di combinare la prospettiva di una trasformazione totale con una visione strategica degli obiettivi conseguibili dal movimento femminista nel presente. Si tratta anche, soprattutto, di un passaggio dal rifiuto alla valorizzazione del lavoro riproduttivo che Federici espressamente riconosce nella prefazione al volume. Il rifiuto segnava la rivendicazione di un salario per il lavoro domestico negli anni Settanta: il capitale aveva contenuto i costi della riproduzione della forza lavoro trasformando il lavoro domestico in un’attività «naturale» per le donne e perciò non pagata. Pretendere un salario significava «de-sessualizzare» quel lavoro riconoscendolo come tale e non come una componente essenziale di una presunta identità femminile. Non si trattava, quindi, di un’implicita sanzione dei ruoli previsti dalla divisione sessuale del lavoro – secondo una critica avanzata allora da molte femministe – ma di un rifiuto di quei ruoli e al contempo della possibilità di ridurre il potere del capitale di estrarre lavoro gratuito alle donne attraverso la mediazione del salario maschile. Eliminare la mediazione maschile significava, per Federici, ripensare la concezione della classe: a partire dall’idea trontiana di «fabbrica sociale» (estesa non solo al territorio, ma anche alla camera da letto e alla cucina) e dalla critica terzomondista a Marx era possibile pensare il salario come strumento per estrarre il valore anche da chi è apparentemente escluso dal «lavoro produttivo» e considerare le donne come parte della classe in virtù della loro funzione specifica all’interno della divisione del lavoro. Vi è quindi una sostanziale continuità tra rifiuto e valorizzazione del lavoro riproduttivo, perché in entrambi i casi le donne traggono il loro ‘significato’ politico dalla posizione in cui sono collocate dai rapporti capitalistici di (ri)produzione. Per questo, mentre coglie un problema, la critica di Federici al femminismo italiano della differenza risulta essa stessa problematica: pur avendo il merito di aver rifiutato l’assimilazione delle donne agli uomini attraverso l’uguaglianza, il femminismo della differenza ha trasformato quest’ultima in un’essenza, una ‘natura’ femminile da affermare come fine in sé, al di fuori di un progetto di trasformazione sociale. Bisogna però domandarsi in che cosa questa trasformazione consista per le donne se la loro ‘seconda natura capitalistica’ – il loro bagaglio di esperienza come ‘riproduttrici’ – è il valore politico da affermare nella prospettiva dei commons. Si tratta d’altra parte di un problema di cui la stessa Federici sembrava consapevole quando considerava le politiche di «crescita lenta», interamente basate sulla riproduzione e la sussistenza, come un modo per riportare le donne in casa condannandole alla vita che avevano sempre fatto, per di più ammantata di una funzione etica, disconosciuta sul piano salariale e perciò ancora una volta non politica.

È perciò significativo che il «patriarcato» – termine che compare in questo volume solo quattro volte e solo in forma aggettivata, per indicare la società italiana degli anni Cinquanta o le strategie di de-patriarcalizzazione compatibile con il capitalismo adottate dalle Nazioni Unite – appaia quasi del tutto assorbito nel rapporto capitalistico. Violenza sessuale, pornografia, prostituzione e nuove forme di «caccia alle streghe» risultano altrettanti effetti collaterali della trasformazioni del capitale – benché innescati anche dal rifiuto opposto dalle donne alla divisione sessuale del lavoro – tanto che non pare esservi alcun conflitto sessuale che non possa essere ‘risolto’ da una consapevolezza del ruolo delle donne nella lotta di classe. Negli anni ’70 la rivendicazione del salario per il lavoro domestico era rivolta non ai mariti ma allo Stato, rappresentante del capitale collettivo, «l’“Uomo” che trae realmente profitto da questo lavoro»; ora il bagaglio politico delle donne come riproduttrici costituisce una risorsa tanto per le donne quanto per gli uomini, «sia per demolire l’architettura sessuata delle nostre vite, sia per ricostruire le nostre case e le nostre vite come beni comuni».

Le enclave di libertà

Nell’indicare la società capitalistica come la causa dell’oppressione delle donne, in ogni caso, Federici fa della loro condizione una chiave specifica per comprendere processi di portata globale. Nei saggi centrali di questo volume la riorganizzazione delle politiche (ri)produttive tra disinvestimento statale nella spesa pubblica, inclusione delle donne nel mercato del lavoro in una posizione subordinata, commercializzazione dei servizi riproduttivi e globalizzazione della cura è interpretata alla luce della sempre più marcata coincidenza tra divisione sessuale e internazionale del lavoro. La subordinazione delle donne è rovesciata, per dirla con Chandra Talpade Mohanty, in un «privilegio epistemologico» che sarebbe invece cancellato, secondo Federici, dalle recenti teorie del lavoro «immateriale» che, mentre riconoscono la dimensione «affettiva» di tutto il lavoro, mettono in ombra la specificità di quello riproduttivo. Il problema di queste letture (Federici si confronta in particolare con Toni Negri e Michael Hardt) non è solo analitico – si trascura la dimensione «materiale» del lavoro riproduttivo, lo si assimila a forme di lavoro ad alto contenuto tecnologico – ma anche politico: viene meno la possibilità di alleanze strategiche tra «produttori» e «riprodotti», come quelle che si vedono negli Stati uniti tra pazienti e infermiere contro l’esternalizzazione delle cure ospedaliere, o tra datori di lavoro e lavoratrici domestiche nelle rivendicazioni di diritti di fronte allo Stato. Così, se la critica di Federici agli effetti ‘neutralizzanti’ delle teorie del lavoro immateriale risulta convincente, essa rischia di cadere in una diversa neutralizzazione che sembra trascurare i conflitti interni alla classe e la loro rilevanza sul piano organizzativo: se donne e uomini possono trovarsi uniti nella lotta al capitale, lo stesso dovrebbe dirsi di serve e padrone, come se queste ultime non fossero l’immediata controparte delle prime, soprattutto nel momento in cui è il salario a essere in questione.

D’altra parte, per Federici il confronto con Negri e Hardt è significativo anche da un altro punto di vista: gli autori di Impero sarebbero infatti tra gli entusiasti celebratori del Frammento sulle macchine, il massimo esempio di una concezione «tecnicista» della rivoluzione che avrebbe impedito a Marx di riconoscere la funzione e il significato del lavoro riproduttivo delle donne per la lotta di classe. Non solo le macchine non potranno mai sostituire il lavoro riproduttivo umano – che richiede competenza e attività non meramente meccaniche – ma la tecnologia è anche il segno più evidente del rapporto distruttivo del capitale con le risorse naturali. Ancora una volta, Federici indica un’irriducibile specificità del lavoro riproduttivo, che impone di evitare qualsivoglia semplificazione dei modelli interpretativi lungo un asse ‘sviluppista’ che focalizza il centro dell’iniziativa politica nelle presunte figure più avanzate del lavoro produttivo (il cosiddetto «cognitariato») relegando a forme anacronistiche modalità di erogazione del lavoro, come quello a domicilio, che sono in realtà parte di un progetto di lungo periodo del capitale. Tuttavia, qui la sua proposta politica rivela forse i punti maggiormente problematici. I commons, infatti, rischiano di cristallizzare un’associazione tra donne e natura in chiave anti-tecnologica che fa il paio con una concezione dei rapporti sociali più rivolta verso il passato che non capace di misurarsi con le contraddizioni del presente. Se è vero – come ammette Federici – che il vantaggio della teoria di Negri e Hardt è quello di considerare la produzione del comune come immanente all’organizzazione capitalistica del lavoro, allora è difficile considerare i commons come un «fuori» dal capitale o dal mercato senza farne enclave la cui possibilità di esistenza dipende dalla loro irrilevanza politica – zone franche perché indifferenti per il capitale – o addirittura dalla loro funzione di calmieramento degli effetti della crisi proprio come l’economia di sussistenza delle donne del Terzo mondo era stata un «ammortizzatore» degli effetti della globalizzazione. Non stupisce, da questo punto di vista, Federici superi i limiti di Marx attraverso un riferimento all’anarchismo di Kropotkin o al socialismo utopistico.

Il miraggio del reddito

Il problema sollevato negli anni Settanta, in altre parole, resta aperto: «se assumiamo che ogni lotta debba concludersi con una redistribuzione della povertà, assumiamo l’inevitabilità della nostra sconfitta». Proprio per questo, le domande che Federici pone nel corso del suo lungo lavoro di definizione del punto zero della rivoluzione – l’imprescindibile fondamento femminista della lotta di classe – restano ineludibili. Pensare la dimensione sociale della riproduzione significa, ad esempio, riportare la questione dell’aborto (sempre più attuale nei processi di riorganizzazione capitalistica oltre la crisi) non solo nei termini di una libera scelta individuale delle donne sul proprio corpo, ma alla luce delle condizioni materiali nelle quali si dà quella scelta. Quella dimensione impone di interrogarsi su che cosa significa pretendere un riconoscimento della vita messa al lavoro in termini di «reddito» senza fare di quel reddito il miraggio di una perfetta equivalenza salariale e dello Stato un mediatore neutrale. Essa obbliga a domandarsi se la comunità – senza la quale non si danno commons – possa essere la risposta al problema di una società globale sempre più organizzata attraverso l’esclusiva mediazione del denaro, una «parola sporca» per le femministe degli anni Settanta che anche Federici sembra ora pronunciare senza vagliarne fino in fondo le implicazioni. Significa interrogarsi, come femministe, sul problema del potere, quello che Federici ‘percepiva’ nelle grandi assemblee di donne di quarant’anni fa, in una dimensione di massa difficilmente conseguibile nelle comunità della riproduzione. Ma proprio la riproduzione, come sostiene Federici, è il punto zero della rivoluzione persino in un presente globale nel quale la liberazione di molte donne dal lavoro riproduttivo – magari grazie al lavoro di una donna migrante – ha spinto alcune a dichiarare la fine del patriarcato. Benché del tempo sia trascorso, «dal punto di vista della totalità del rapporto capitale-lavoro» forse è ancora necessario ammettere che «possiamo anche non servire un uomo in particolare, ma siamo tutte in un rapporto subordinato nei confronti dell’intero mondo maschile».

Pubblichiamo la versione integrale della recensione apparsa su «il Manifesto» del 7 maggio 2014

UN ASSAGGIO

Prefazione

Il momento determinante della storia, in ultima istanza, è la produzione e la riproduzione della vita immediata.
Frederick Engels, L’origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato (Prefazione alla prima edizione del 1884)

Il compito […] di fare della casa una comunità di resistenza è stato condiviso globalmente dalle donne nere, in particolare dalla donne nere delle società suprematiste bianche.
bell hooks, Elogio del margine

Questo libro raccoglie più di trent’anni di riflessione e di ricerca sul lavoro domestico, la riproduzione sociale e le lotte delle donne su questo terreno – per sfuggire da questo terreno – per migliorare la propria condizione e per ricostituirla in alternativa ai rapporti capitalistici. È un libro che mescola politica, storia e teoria femminista. Riflette anche la traiettoria del mio attivismo politico nel movimento femminista e nel movimento contro la globalizzazione, e il mio graduale spostamento dal “rifiuto” alla “valorizzazione” del lavoro domestico, che oggi riconosco come esito di un percorso e di una esperienza collettiva.
Non c’è dubbio che nel secondo dopoguerra il rifiuto del lavoro domestico come destino naturale delle donne sia stato un fenomeno diffuso tra le donne della mia generazione. Questo era vero soprattutto in Italia, il paese in cui sono nata e cresciuta, che negli anni Cinquanta era ancora permeato da una cultura patriarcale, consolidata sotto il fascismo, e tuttavia già attraversato da una “crisi dei rapporti di genere”, in parte innescata dalla guerra e in parte dalle esigenze della reindustrializzazione del dopoguerra.
La lezione di indipendenza che le nostre madri avevano appreso durante la guerra, e che ci avevano trasmesso, faceva sì che la prospettiva di una vita dedicata al lavoro domestico, alla famiglia e alla riproduzione fosse inappetibile per gran parte delle donne, e per tante intollerabile. Quando nel saggio Salario contro il lavoro domestico (1974) scrivevo che diventare una casalinga sembrava “un destino peggiore della morte”, esprimevo il mio atteggiamento verso questo lavoro. E infatti facevo tutto quello che potevo per sfuggirvi.
Sembra ironico, allora, in retrospettiva, che abbia passato i successivi quarant’anni della mia vita a occuparmi del lavoro riproduttivo, se non nella pratica almeno dal punto di vista teorico e politico. Tentando di dimostrare perché, come donne, dobbiamo lottare contro questo lavoro, almeno per come è stato istituito nel capitalismo, ne ho colto l’importanza, non solo per la classe capitalista ma anche per la nostra lotta e la nostra riproduzione.
Partecipando al movimento femminista mi sono resa conto che la produzione di esseri umani è il fondamento di ogni sistema economico e politico. L’immensa mole di lavoro domestico retribuito e non retribuito svolto dalle donne in casa è quello che tiene il mondo in movimento. Questa consapevolezza teorica è cresciuta sul terreno pratico ed emotivo fornito dalla mia esperienza in famiglia, che mi ha messo in contatto con una serie di attività che per lungo tempo ho dato per scontate e tuttavia da bambina e da adolescente ho spesso osservato con grande fascino. Anche ora, alcuni dei ricordi più preziosi della mia infanzia sono quelli di mia madre che fa il pane, la pasta, la salsa di pomodoro, le torte, i liquori e poi lavora ai ferri, cuce, rammenda, ricama e si prende cura delle sue piante. A volte l’aiutavo in certe cose, il più delle volte però con riluttanza. Da bambina vedevo il suo lavoro, più tardi, da femminista, ho imparato a vedere la sua lotta e mi sono resa conto di quanto amore ci fosse in quel lavoro, ma anche quanto costoso sia stato per mia madre che il suo lavoro fosse dato per scontato, che non potesse mai disporre di denaro proprio, e che dovesse sempre dipendere da mio padre per ogni centesimo che spendeva.
Nella mia esperienza a casa – nel rapporto con i miei genitori – ho anche scoperto quello che ora chiamo il “doppio carattere” del lavoro riproduttivo: un lavoro che ci riproduce e “valorizza” non solo in vista della nostra integrazione nel mercato del lavoro ma anche contro di essa. Certamente non posso paragonare le mie esperienze a quelle di bell hooks che descrive la “casa” come un “sito di resistenza”. Tuttavia, la necessità di non misurare le nostre vite a partire dalle esigenze e dai valori del mercato è un principio che, nella mia famiglia, ha sempre guidato la riproduzione delle nostre vite e che è stato, a volte, apertamente affermato. Ancora oggi l’impegno di mia madre a far crescere in noi il senso del nostro valore mi dà la forza per affrontare le situazioni difficili. Ciò che spesso mi salva quando mi trovo in situazioni in cui non posso proteggermi, è il mio impegno a difendere il suo lavoro e quindi me stessa come la bambina a cui quel lavoro era dedicato. Il lavoro riproduttivo non è certamente l’unica forma di lavoro che solleva la questione di ciò che diamo al capitale e ciò che diamo “alla nostra gente”. Ma è certamente il lavoro in cui le contraddizioni connaturate al “lavoro alienato” sono più esplosive, ed è per questo che è il punto zero della pratica rivoluzionaria, anche se non si tratta dell’unico punto zero. Niente infatti soffoca tanto la nostra vita quanto la trasformazione in lavoro delle attività e relazioni che soddisfano i nostri desideri. Ed è per questo che tramite le attività con cui giorno per giorno produciamo la nostra esistenza, possiamo sviluppare la capacità di cooperare e resistere alla nostra disumanizzazione, imparando a ricostruire il mondo come spazio di formazione, creatività e cura.

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