Rispondere alla crisi

 14.00

Alessandra Quarta e Michele Spanò

pp. 154
Anno 2017
ISBN 9788869480591

Ordina

Descrizione

Alessandra Quarta, Michele Spanò (a cura di)
Rispondere alla crisi
Comune, cooperazione sociale e diritto

La crisi economico-finanziaria esplosa nel 2008 è stata anche, almeno in Europa e sicuramente in Italia, una crisi di ciò che restava del Welfare State. Alla catastrofe di uno Stato incapace di erogare servizi secondo il principio dell’universalità e di un mercato inadatto a rispondere efficacemente a bisogni sociali tanto urgenti si è opposta una fitta, differenziata e ambigua batteria di “pratiche di resistenza”. Gruppi informali e spontanei di attori hanno cominciato a dare vita a nuove pratiche di solidarietà e a sperimentare l’autorganizzazione per rispondere a bisogni fondamentali individuali e collettivi. La cooperazione sociale – istituendo processi collaborativi e di condivisione, mescolando esperienza, diritto, affetti, ingegno – è diventata la premessa e l’operatore di una diversa distribuzione di costi e benefici e di una nuova organizzazione di bisogni e servizi. I saggi raccolti nel libro cercano di tracciare, da prospettive disciplinari diverse e formulando diagnosi non necessariamente convergenti, una prima cartografia critica di tutte quelle “pratiche, invenzioni e istituzioni” che la cooperazione sociale inventa e istituisce ogni giorno dentro e contro la crisi. Si tratta, in ultima istanza, di riconoscere – e valutare criticamente – quanta e quale politica è prodotta dal e nel sociale.

Contributi di Massimo Amato, Adalgiso Amendola, Davide Arcidiacono, Filippo Barbera, Francesco Chiodelli, Alisa Del Re, Ugo Mattei, Antonio Negri, Ivana Pais, Tania Parisi, Giacomo Pisani, Alessandra Quarta, Michele Spanò.

Alessandra Quarta è assegnista di ricerca in diritto privato presso l’Università di Torino. Tra le sue pubblicazioni Non-proprietà. Teoria e prassi dell’accesso ai beni (2016). Con Michele Spanò ha curato Beni comuni 2.0. Contro-egemonia e nuove istituzioni (2016).

Michele Spanò è assegnista di ricerca in diritto privato all’Università di Torino. Tra le sue pubblicazioni I soggetti e i poteri. Introduzione alla filosofia sociale contemporanea (2013) e Azioni collettive. Governamentalità, soggettivazione, neoliberismo (2013).

RASSEGNA STAMPA

il manifesto – 22.8.2017

Rispondere alla crisi, tra gratuità e profitto
di Roberto Ciccarelli e Alessandro Santagata

È ormai opinione condivisa che la categoria della «crisi» sia penetrata a tal punto da diventare uno strumento di controllo e di disciplinamento di stampo ordoliberista. Per rispondere alla crisi si impone l’austerity e si limitano i meccanismi democratici; si smantella il welfare e si rimuovo diritti sociali consolidati. La crisi si presenta dunque come liquefazione della modernità statuale alimentando il vivace dibattito sulla ricerca della «terza via» del comune. Come emerge dalla lettura di Rispondere alla crisi. Comune, cooperazione sociale e diritto (ombre corte, pp. 154, euro 14), lo sviluppo di nuove pratiche di resistenza interroga i caratteri della trasformazione e suggerisce vie d’uscita.
Curata da Alessandra Quarta e Michele Spanò, si tratta di una raccolta eterogenea di saggi presentati al convegno di Torino del 2015 che ha dato il titolo al libro. L’interesse di partenza era investigare in che modo, sotto le equivoche etichette di condivisione e collaborazione, diversi attori sociali hanno messo in campo fenomeni più o meno istituzionalizzati per soddisfare bisogni e garantire servizi: «una gamma ricca di esperienze di mutualizzazione all’incrocio tra gratuità e profitto, pubblico e privato, locale e globale».
I DIECI SAGGI pubblicati offrono una prospettiva molto ricca sulla cosiddetta sharing economy nelle sue diverse sfaccettature. Si va dalla piattaforme di condivisione online al co-housing, agli spazi di coworking. Come sottolineano i due curatori, «questo modello di produzione e di scambio non esprime il desiderio di un riconoscimento da parte del pubblico». Si tratterebbe piuttosto di un paradossale «pubblicizzarsi di tutto quanto è privato» che impone oggi una «nuova riflessione sull’istituto del contratto e perfino sul negozio» – si veda l’analisi di Quarta sui problemi giuridici posti dal carpolling e dal couchsurfing – in un contesto che Alisa Del Re definisce di crisi del rapporto tradizionale tra cittadinanza e lavoro.
Nel sistema post-fordista il lavoro diventa orizzontale, relazionale e richiede un nuovo autocontrollo della sua qualità che investe la responsabilità personale del lavoratore.
Dall’altra parte, cresce la ricerca di comunità quotidiana e laboriosa di cui il libro fornisce un profilo aggiornato per quanto riguarda il caso italiano. Giacomo Pisani, per esempio, descrive la sharing economy come un sistema caratterizzato «dall’importanza attribuita all’accesso piuttosto che alla proprietà, attraverso la condivisione di beni che altrimenti resterebbero sotto-utilizzati».
NEL COWORKING, in particolare, si coniuga l’innovazione e l’intraprendenza del lavoro autonomo con le possibilità di collaborazione al di fuori delle gerarchie aziendali. Ne consegue un nuovo modello imprenditoriale in cui gli asset appartengono ai soggetti coinvolti – e non a un imprenditore esterno che dirige la produzione – e nelle piattaforme digitali la distinzione tra produttori e consumatori sfuma nei contorni.
Secondo l’autore, tale condivisione struttura un modo di vivere orientato al mutualismo e alla cooperazione che vive dentro il sistema di mercato forzandone le regole del gioco, offrendo nuovi sistema di welfare, oltre che di produzione.
Certo, come è da tempo oggetto di discussione, esistono note piattaforme nelle mani di grosse corporation, per le quali sono state coniate le definizioni di on-demand economy e di gig-economy, che veicolano dinamiche di auto-sfruttamento/capitalismo estrattivo.
Come sottolinea nella postfazione Ugo Mattei, il libro non elude il problema, ma cerca di operare delle distinzioni. Nel 2015 la sharing economy nel suo complesso ha prodotto in Italia un giro di affari di 3 miliardi e mezzo che, stando ai dati forniti da Davide Arcidiacono e Ivana Pais, potrebbe oscillare tra i 14,1 e i 25,2 miliardi entro il 2025.
IL MERITO di questa pubblicazione è mostrare una realtà già oggi molto complessa e popolata da centinaia di piattaforme italiane dal basso, banche del tempo, cohousing – analizzati da Francesco Chiodelli – gruppi di produttori-consumatori e di condivisione di beni e servizi attraverso la rete.
Gli innovatori sociali, descritti da Filippo Barbera e Tania Parisi, vivono nelle grandi città, sono generalmente trentenni e concentrano gli sforzi nel sociale, nella promozione culturale e nel turismo. Siamo quindi di fronte a un sistema dinamico che pone tutta una serie di questioni politiche legate al mutualismo e al municipalismo e alle pratiche di resistenza. Nel suo contributo Antonio Negri lancia la suggestione che «nell’età del lavoro cognitivo» la forza lavoro esprima, a differenza dell’età industriale, un’iniziativa produttiva autonoma che mette il comune davanti al mercato.
DI SICURO c’è che stiamo parlando di un settore per molti aspetti innervato nella storia del cooperativismo e in un sistema produttivo ancora molto tradizionale. Le sfide politiche poste dagli autori dal punto di vista economico-giuridico, e nella varietà delle impostazioni proposte, toccano nodi culturali profondi (identità, comunità, forme di vita) e sono dei punti di partenza concreti.

UN ASSAGGIO

Introduzione
Istituire la cooperazione
di Alessandra Quarta e Michele Spanò

La fronte china a terra
non è dunque rimprovero miopia o umiltà d’accatto,
solo un inchino al prato:
se la pioggia ha cessato
la sua retorica battente
adesso è bello uscire, nonostante
una bisbetica bava di vento.
Da sola si bonifica
la terra vilipesa. Se io pure
procedo tutti i giorni a questi campi
è appena per vedere:
non attendo nessuno
non ho nulla da dire
piuttosto prendo appunti
su questa pasta d’alberi. Ma scrivo
impugnando uno stelo di nipitella e quindi
non troverete segni. Lo capisco.
Mi correggo da solo.

Andrea Temporelli, Errata corrige

1. L’ipotesi attorno a cui chiamammo a discutere sociologi, urbanisti, economisti, filosofi, giuristi e politologi, nel novembre 2015, all’Università di Torino, poteva essere a buon diritto considerata di una sconcertante banalità. Si trattava di interrogare tutta la pletora, confusa e arbitrariamente raccolta sotto le etichette equivoche di “condivisione” e “collaborazione”, di fenomeni, più e meno istituzionalizzati, che gli attori sociali (quelli che noi, provocatoriamente e contro molta sociologia, chiamiamo “i privati”) avevano messo e stavano mettendo in campo per soddisfare bisogni e garantire servizi che la crisi economica aveva contribuito a ristrutturare da cima a fondo, quando non semplicemente a far sparire. Né lo Stato, nella sua novecentesca veste ‘provvidenziale’ e progressiva, e tanto meno il mercato, in quella di efficiente e razionalissimo allocatore, sono apparsi all’altezza della bisogna. E i privati si sono dati da fare: istituzionalizzando la cooperazione sociale. Producendo cioè una gamma, ricca e tutt’altro che omogenea, di esperienze di “mutualizzazione” di bisogni e servizi all’incrocio tra gratuità e profitto, pubblico e privato, locale e globale, materialità delle pratiche e ineffabilità degli algoritmi, informalità e vincoli, civismo e illegalismo, affetti e necessità.
Non era il giudizio di valore a interessarci; ma l’analisi il più possibile “etnografica” del panorama. Se il giornalismo sarebbe bastato a dare conto di questa impressionante intraprendenza delle forme di vita di fronte a quella radicale metamorfosi del produrre e del vivere assieme che con troppa pigrizia continuiamo a chiamare “crisi”, senza distinguere le conseguenze degli avvenimenti economici dalle reazioni, organizzate e ormai autonome dal fenomeno che le ha generate, restava – e ancora resta – da capire come queste pratiche trovino i propri mezzi, si forgino le proprie forme, si dotino dei loro propri arrangiamenti normativi. Dunque, non l’eroismo dei singoli – con paradossale obliterazione delle cause – era sotto il fuoco dell’analisi, ma la composizione sociale della crisi; il tenore “politico” di queste risposte e l’effetto che esse avrebbero potuto avere su quello che, faute de mieux, ci intestardiamo a definire “politica”. L’ipotesi è così perfezionata e la domanda che attende risposta è quindi se, nell’indeterminarsi di forme di vita e modi di produrre valore, esistano, e come siano fatte, quelle che abbiamo deciso di chiamare provvisoriamente “istituzioni” della cooperazione.

Ti potrebbe interessare…