Genealogie del futuro

 14.00

Gigi Roggero, Adelino Zanini

pp. 160
Anno 2013
ISBN 9788897522430

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Descrizione

Gigi Roggero e Adelino Zanini (a cura di)
Genealogie del futuro
Sette lezioni per sovvertire il presente

La rilettura di Marx compiuta dall’operaismo italiano a partire dalla fine degli anni Cinquanta è ormai riconosciuta sul piano internazionale come una pietra miliare del pensiero critico e radicale. E tuttavia, per ripensare a fondo, perfino da capo, concetti e categorie storicamente determinate, è necessario possederli interamente. La libertà di sperimentazione, un nietzscheano elogio dell’assenza di memoria, diventano infatti produttivi solo se capaci di un machiavelliano ritorno ai princìpi, nel quale un metodo comune sia tutt’uno con una prassi sovversiva. Le lezioni raccolte in questo volume si svolgono perciò a partire dalle principali categorie concettuali che conducono a tale ritorno ai princìpi: Adelino Zanini fornisce un’introduzione alla critica dell’economia politica di Marx; Sandro Chignola si occupa di Stato e costituzione; Antonio Negri percorre la storia dei movimenti dagli anni Sessanta a oggi; Christian Marazzi analizza le questioni della moneta e del capitale finanziario; Alisa Del Re tratta il rapporto tra produzione e riproduzione nella critica femminista; Sergio Bologna spiega il significato della categoria di composizione di classe; Federico Chicchi e Salvatore Cominu esaminano gli strumenti dell’inchiesta e della conricerca. Il libro costituisce un’utile cassetta degli attrezzi al servizio di studiosi e giovani lettori attenti al pensiero critico.

Gigi Roggero fa parte dei collettivi UniNomade ed edu-factory, collabora con “il manifesto” ed è ricercatore precario. Tra i suoi lavori: Introduzione all’archivio postcoloniale (Rubbettino, 2008), La misteriosa curva della retta di Lenin (La casa Usher, 2011). Per i nostri tipi ha pubblicato La produzione del sapere vivo (2009).
Adelino Zanini è professore di Storia del pensiero economco all’Università di Ancona. Tra i suoi lavori più recenti: J.A. Schumpeter. Teoria dello sviluppo e capitalismo (Bruno Mondadori), Filosofia economica (Bollati Boringhieri, 2005) e, per i nostri tipi, L’ordine del discorso economico (2011).

UN ASSAGGIO

Indice

 

7 Introduzione

11 Capitolo primo. Verso la melonieconomics. Aspetti della politica economica italiana (2011-23): da Berlusconi alla Meloni

1. Introduzione; 2. Il primo e secondo tempo del governo delle destre in Italia: uno sguardo d’insieme alle politiche economiche; 3. L’intermezzo di Monti (2011-13) e il mito liberista dell’austerità espansiva; 4. I nuovi interlocutori della politica economica italiana. La Bce e la Commissione europea (via Fiscal Compact); 5. Letta, Renzi e Gentiloni. Una sinistra smarrita e conservatrice; 6. Dai partiti antisistema al ritorno dei tecnici: da Conte a Draghi; 7. Una interpretazione: dall’austerità al populismo economico; 8. Le elezioni politiche del 2022 e il populismo all’opera: il programma elettorale di Fratelli d’Italia e la prima finanziaria del governo Meloni; 9. Radiografia di un anno di populismo economico conservatore

42 Capitolo secondo. Il virus della tassa piatta

1. Le mini flat tax e l’equità fiscale; 2. La flat tax e la retorica politica; 3. La flat tax e i paradisi fiscali; 4. La flat tax e l’evasione fiscale; 5. Flat tax e le dimissioni della premier inglese; 6. Quale flat tax? Una proposta; 7. La nuova flat tax per gli autonomi; 8. La flat tax è bocciata anche dall’Ufficio parlamentare di bilancio

64 Capitolo terzo. La politica economica e fiscale della melonieconomics

1. Una fotografia dell’Italia fiscale; 2. Cuneo fiscale e diseguaglianze economiche; 3. Le proposte economiche del M5S; 4. Il programma populista della Meloni; 5. Le due proposte della politica fiscale del futuro governo; 6. Il discorso programmatico della Meloni; 7. La finanziaria di Giorgetti; 8. La legge di bilancio 2023 è trimestrale; 9. Una manovra finanziaria contro i dipendenti pubblici; 10. La finanziaria politica del governo Meloni; 11. Il virus del fanatismo dell’ideologia no tax; 12. I problemi dell’autonomia differenziata; 13. Il ritorno del Bot-people; 14. La riforma dell’Irpef del viceminsitro Leo; 15. Il Documento di economia e finanza di aprile 2023; 16. La riduzione del cuneo fiscale come salario assistenziale; 17. Le tasse e il vero pizzo di Stato; 18. Inflazione e tasso di interesse; 19. La Confindustria di Bonomi con poche idee; 20. La tassa sugli extraprofitti bancari; 21. La politica fiscale nella narrazione di Giorgetti; 22.Il non rinnovo dei contratti della Pubblica Amministrazione; 23. L’asta per i titoli di Stato e un debitore generoso; 24. La Nota di aggiornamento del Documento di economia e finanza 2023 e il debito pubblico; 25. La manovra di Giorgetti per il 2024 aggrava i problemi

125 Capitolo quarto. Questioni aperte: super bonus edilizio, reddito di cittadinanza e salario minimo

1. Super bonus edilizio: le criticità; 2. Il super bonus e gli istituti di ricerca; 3. Super bonus edilizio e sovranismo economico; 4. La premier Meloni contro il bonus edilizio; 5. Super bonus e buco di bilancio; 6. Il super bonus e l’Ufficio parlamentare di bilancio; 7. La destra si oppone al salario minimo; 8. La destra non è più sociale; 9. La destra e l’assegno di inclusione; 10. Le due ragioni sbagliate della destra contro il salario minimo; 11. Salario minimo e concorrenza al ribasso; 12. Inps e nuova statistica governativa

155 Capitolo quinto. L’inflazione bellica e i suoi profitti: che fare?

1. I tre possibili scenari dell’inflazione bellica; 2. Extraprofitti bellici: perché è giusto tassarli; 3. Confindustria e aiuti di Stato; 4. Inflazione e la Banca d’Italia; 5. Inflazione: l’economia di guerra richiede nuovi strumenti; 6. La Bce cambia strategia contro l’inflazione; 7. Il prezzo della benzina ai tempi della destra; 8. Inflazione e la ricetta dei potenti di Davos; 9. Inflazione e salari secondo la Banca d’Italia; 10. L’inflazione e i suoi rimedi secondo Lagarde; 11. L’inflazione governativa; 12. Occorrono proposte concrete per difendere i salari

185 Conclusioni. Oltre la melonieconomics e la minaccia del populismo economico conservatore

1. La melonieconomics e il populismo economico; 2. L’interpretazione economica tradizionale: il fragile ciclo populista; 3. Il populismo e il costituzionalismo fiscale; 4. L’interpretazione marxista: la nuova crisi fiscale dello Stato; 5. Un nuovo populismo economico atomistico e corporativo; 6. Quale alternativa al populismo conservatore?


 

Introduzione

Il tema che mi propongo di esplorare in questo volume è quello del populismo economico, almeno quello che si è realizzato, e si sta concretamente realizzando, nell’esperienza italiana. Il populismo economico non è un fenomeno nuovo, ma risale almeno agli anni Trenta e si ripresenta in forme sempre nuove. Il temine populismo di per sé non avrebbe una connotazione negativa, ma tra gli studiosi è prevalsa una valutazione di questo tipo, come di una distorsione delle reali dinamiche democratiche, prima che di quelle economiche che fa leva in maniera strumentale sui sentimenti di rabbia, di ingiustizia e di esclusione sociale delle perosne. Sul populismo come fenomeno politico si è scritto moltissimo in questi ultimi anni, anche perché abbiamo visto l’affermarsi di forze dichiaratamente populiste che, da fenomeno marginale hanno acquisito un vasto ed inaspettato successo elettorale, giungendo, come in Italia, alle posizioni di governo. Gli elettori sembrano gradire le sirene del populismo. Il populismo è un fenomeno molto complesso che ha molteplici dimensioni di tipo culturale, etico, religioso ma anche economico. Tuttavia l’aspetto economico è sempre stato considerato secondario e poco analizzato. Con questo volume vogliamo contribuire a colmare questa lacuna, concentrandoci sull’esperienza italiana che ha, per certi aspetti, fatto da apripista con il populismo personalistico di Berlusconi, una vicenda italiana, ma non solo, cominciata nel 1994.
Storicamente gli economisti non hanno dato molta importanza al populismo economico perché lo ritenevano un fenomeno di breve periodo e tipico delle economie in via di sviluppo democraticamente poco evolute e, in fondo, poco interessante. Lo studio classico è il volume The Macroeconomics of Populism in Latin America del 1991 a cura di Rudigher Dornbusch e Sebastian Edwards. Il volume bollava il populismo sudamericano del dopoguerra, con le sue politiche sul debito e la redistribuzione delle ricchezze, come una serie di errori che avrebbero portato alla fine, magari con una qualche sofferenza, al suo superamento anche di tipo antidemocratico e autoritario. E in parte è quello che è avvenuto.
Questa visione tradizionale, limitata geograficamente al continente latino americano ad anche temporalmente, cioè limitata agli anni Ottanta, è entrata in crisi e ormai tramontata con il collasso finanziario ed economico del 2008. Le sue drammatiche conseguenze sul piano economico hanno dato di nuovo voce ai movimenti populisti gonfiandoli in maniera inaspettata. Il populismo economico ha cambiato casa, trasferendosi dai Paesi in via di sviluppo con una modesta tradizione democratica ai Paesi ricchi. Come possiamo spiegare il populismo che ha portato alla Casa Bianca uno speculatore immobiliare come Trump? Ecco allora che il discorso sul populismo si fa più complesso e non appartiene solo alle società povere in via di modernizzazione. Ai temi macroeconomici classici come la svalutazione ed il debito pubblico se ne aggiungono altri come il nazionalismo economico e le guerre commerciali.
La tesi centrale del libro è che una forma di populismo economico ha caratterizzato l’azione dei governi italiani dopo la crisi del 2008, con l’eccezione forse del Governo Monti, e prima ancora con i governi Berlusconi. Un populismo di tipo nuovo perché nel frattempo le regole del gioco sono cambiate, almeno in Europa, con l’adozione dell’euro che ha imbrigliato sia la politica fiscale che la politica monetaria, inaridendo per così dire le fonti del populismo redistributivo. In queste nuove condizioni le forze populiste, sia di destra che di sinistra, hanno guardato altrove e hanno iniziato un’opera sistematica di erosione dello Stato sociale al fine recuperare risorse da spendere nelle competizioni elettorali, gonfiando il disavanzo pubblico. La guerra delle tasse è esemplare da questo punto di vista. Ognuno vuole che sia abbassato il carico fiscale, in primo luogo per sé stesso ma a parità di servizi. Questa forma di populismo di tipo individualistico e corporativo ha trovato la sua espressione più compiuta nelle proposte prima, e nell’azione poi, del governo Meloni, la leader di Fratelli d’Italia uscita inaspettatamente vincitrice dalle elezioni del settembre 2022, di cui ci occuperemo in maniera dettagliata. Un populismo conservatore che va nella direzione paradossale di una riduzione dello Stato sociale. Mentre la grande crisi del ’29 aveva spinto verso un maggior interventismo statale per mitigare i guasti del liberismo economico, quella gemella ed egualmente distruttrice del 2008 ha portato acqua agli alfieri del liberismo individualista, progetto sostenuto e capitalizzato da una classe politica conservatrice, sia di destra che di sinistra.
Il testo si divide in tre parti. Il primo capitolo offre una visione d’insieme, anche molto sintetica, del populismo economico italiano dal governo Berlusconi a quello Meloni, toccando alcuni punti salienti. Un tratto populista ha accompagnato sia i governi di destra che di sinistra. Se i conservatori hanno cavalcato per primi, con Berlusconi il nuovo vento populista, i progressisti sono stata soggiogati da esso e non sono stati in grado di offrire delle risposte adeguate. Nei capitoli successivi viene proposta criticamente l’anatomia di quella che possiamo chiamare, adoperando uno stile statunitense, la melonieconomics, cioè l’insieme delle scelte economiche del governo Meloni. Un anno appare sufficiente per capire le strategie del populismo conservatore del nuovo governo di centro-destra, o meglio destra-centro, che riassume ed amplifica tutte le tendenze precedenti. La parte centrale tocca temi di attualità. Il capitolo secondo considera la flat tax, il terzo le politiche fiscali, il quanto alcuni temi specifici come il salario di cittadinanza oppure il super bonus fiscale, il quinto lo stile demagogico e sovranista della premier, infine il sesto tocca il tema del populismo e l’inflazione. Per far questo ho raccolto i principali contributi, con qualche piccola revisione stilistica, che nell’ultimo anno sono venuto pubblicando sul blog de “Il Fatto Quotidiano”, raccogliendoli in maniera sistematica. Ogni articolo contiene delle utili, ed anzi necessarie, fonti statistiche che consentono al lettore interessato di smascherare la retorica populista, i suoi limiti e le sue, a volte veramente poco razionali, pretese.
Nella parte finale, cioè nell’ultimo capitolo, viene proposta una riflessione generale che può aiutarci a comprendere la natura di questo populismo economico di un paese industrializzato che sembra caratterizzare la realtà della politica economica italiana. Un populismo conservatore e di stampo individualista, ostile alle riforme di fondo e incapace di affrontare i grandi problemi del momento come la diseguaglianza nella distribuzione del reddito oppure la sfida ambientale, ma anche quelli minori come aumentare il numero dei taxi oppure far pagare le imposte sulle lucrose licenze balneari. Se l’Italia nell’ultimo decennio è stata il fanalino di coda nella crescita economica dei paesi industrializzati, una ragione si può trovare anche nel populismo corporativo che come una zavorra ci ha impedito e ci impedisce di cogliere le occasioni del presente.
La tradizionale distinzione tra conservatori e progressisti deve ora fare i conti con il populismo, le cui istanze non vanno negate ma superate in positivo, con proposte realmente innovative e non guardando ad un mitico passato che esiste solo in una ingenua fantasia, ma proprio per questo ancora più pericolosa, come fa la melonieconomics. Appiattirsi su di esso per lucrare un opportunistico consenso elettorale fa ulteriormente regredire non solo l’economia, ma anche l’intera società italiana. Anche il fronte progressista deve confrontarsi con il populismo senza inseguire le inutili e dannose scorciatoie della destra. Demonizzare il populismo economico non serve, abbracciarlo passivamente sarebbe la rovina. Il populismo è l’ultima sfida all’edificio democratico che si regge su di un robusto Stato sociale ad ispirazione universalistica. La deriva verso il populismo economico dovrebbe essere contrastata, da questo punto di vista, anche dai conservatori perché non solo non risolve i nostri cronici problemi economici, ma nella sua impotenza sostanziale ne crea di nuovi.

RASSEGNA STAMPA

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