L’antropologia politica

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Pierre Clastres

pp. 79
Anno 2023 (febbraio)
ISBN 9788869482489

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Descrizione

Pierre Clastres
L’antropologia politica
Il potere e le società contro lo Stato
Prefazione di Miguel Abensour

Nelle due interviste qui raccolte (l’una del 1974, apparsa in “L’Ati-mythes”, l’atra raccolta da Raymond Bellour e pubblicata nel 1978), Clastres espone a grandi linee le sue idee e posizioni sulle questioni che l’hanno occupato per tutto la sua breve vita, come antropologo ed etnologo: il potere, la guerra e la violenza nelle società selvagge.
Clastres presenta le sue tesi rivoluzionare che daranno origine a nuovi paradigmi e a una nuova antropologia politica: le società cosiddette primitive sono effettivamente delle società senza Stato non per mancanza o carenza, ma per un rifiuto dello Stato, tanto che si possono definire non più semplicemente “società senza Stato” ma “società contro lo Stato”; lo studio delle tribù indigene dell’America del sud rivela che il capo selvaggio è dotato di prestigio ma non di potere – il che significa che nella società egli non dispone del potere di commandare e di trasformare gli altri membri della tribù in soggetti che obbediscono. Ma a Clastres non basta opporre le società senza Stato alle società con Stato: ci invita a una svolta copernicana che consiste nel far gravitare le società con Stato attorno alle società contro lo Stato, in modo da aprire e scoprire uno spazio di comprensione inedito e rinnovare da cima a fondo l’idea di politica.

Pierre Clastres (1934-1977), l’erede libertario di Levi-Strauss, come qualcuno l’ha definito, condusse ricerche originali presso i Guaraní, i Guayaki e i Chulupi. La sua fama, anche negli ambienti extra-accademici, è legata soprattutto ai saggi raccolti in La società contro lo Stato (1974). Tra i suoi lavori ricordiamo: Cronaca di una tribù. Il mondo degli indiani guayaki, cacciatori nomadi del Paraguay (Feltrinelli, 1980); Archeologia della violenza (Meltemi, 1998); Il grande parlare. Miti e canti sacri degli Indiani Guaraní (Mimesis, 2016); L’anarchia selvaggia (éleuthera, 2017).

RASSEGNA STAMPA

UN ASSAGGIO

Indice

7 Prefazione. La voce di Pierre Clastres
di Miguel Abensour

15 L’antropologia politica
Conversazione con “LAnti-mythes” (1974)

65 Il potere e le società contro lo Stato
Conversazione con Raymond Belleur (1978)


 

Prefazione
La voce di Pierre Clastres
di Miguel Abensoure

Non sorprende che l’intervista con Pierre Clastres sia stata realizzata dalla rivista “L’Ati-mythes”: creata a Caen dagli ex studenti di Claude Lefort, era conosciuta per essere particolarmente interessata alla storia di Socialisme ou Barbarie, e per aver pubblicato delle interviste con gli ex membri del gruppo. Se Pierre Clastres non è mai appartenuto a questo gruppo, non di memo si era avvicinato al movimento antiburocratico, condividendone senza riserve la sua critica all’Urss. Lo prova la nota che pubblicò su Marchenko in “Textures” (10-11, 1975), il cui comitato di redazione era composto, tra gli altri, da Cornelius Castoriadis e Claude Lefort. È nello stesso numero che Marcel Gauchet iniziò il suo lungo studio sull’opera di Pierre Clastres. Occorre precisarlo? L’intervista in “L’Anti-mythes” era seguita da un breve testo di Marcel Gauchet, già apparso nell’ottobre 1974 in “Études de marxologie” diretta da Maximillian Rubel. A ben vedere, l’intervista di Pierre Clastres (9, 14 dicembre 1974) si colloca temporalmente tra l’intervista di Cornelius Castoriadis (primo semestre 1974) e di Claude Lefort (19 aprile 1975): è dunque all’interno della costellazione dell’antitotalitarismo radicale che Pierre Clastres dà il suo contributo a “L’Ati-mythes”. Inoltre, un po’ di tempo prima della sua morte accidentale nell’estate del 1977, partecipò attivamente alla creazione della rivista “Libre” che succedette a “Textures” e dove furono pubblicati i suoi ultimi testi.
Quanto ai redattori di “L’Ati-mythes”, si può pensare che impressionati, come molti all’epoca, dai primi scritti di Pierre Clastres, non furono che felici di potergli offrire l’occasione di descrivere le grandi linee del suo lavoro, così innovativo. Qualche anno prima Georges Balandier aveva tracciato un quadro di quella che Thomas Kuhn chiama la “scienza normale” con Anthropogie politique (Puf, Paris 1967). La stessa cosa fece Jean-Willam Lapierre, la cui opera fu presa di “mira” da Pierre Clastres nel suo saggio Copernico e i selvaggi. A Pierre Clastres spettava il compito di presentare le tesi rivoluzionarie che davano origine a nuovi paradigmi e a una nuova antropologia politica. Queste tesi sono tre.
1. Le società cosiddette primitive sono effettivamente delle società senza Stato non per mancanza o deficit, ma per il rifiuto dello Stato, tanto che non si possono più chiamare “società senza Stato” ma “società contro lo Stato”. Questo passaggio dal “senza” al “contro” porta a mettere in luce un insieme di dispositivi che hanno la funzione di impedire, di bloccare l’apparire di un potere politico separato dalla società. Tuttavia, l’insieme di questi meccanismi costituisce una vera e propria politica selvaggia, pienamente adulta. Là dove l’antropologia politica classica non vedeva nulla, o soltanto degli embrioni di Stato, la nuova antropologia sa descrivere una specifica istituzione politica del sociale, destinata a sbarrare la strada allo Stato, nella misura in cui essa si oppone al costituirsi di un potere politico separato. Ne consegue che la politica esiste prima dello Stato, il che porta a concepire una distinzione essenziale tra la politica e lo Stato, tra la politica e lo statuale. Grazie ai lavori di Pierre Clastres sembra che possa esserci politica, una forma di comunità politica, senza che vi sia necessariamente Stato. Distinzione fondamentale dalle conseguenze determinanti: lo Stato si trova in qualche modo detronizzato. Lungi dall’essere il compimento, la realizzazione della politica, lo Stato si trova ridotto a non essere che una forma possibile tra le altre, una forma regionale e che per ciò non ha più la vocazione a diventare universale. Perché la politica può dispiegarsi all’esterno dello Stato e contro di esso.
2. Lo studio delle tribù indigene dell’America del sud rivela che il capo selvaggio è dotato di prestigio – il che non vuol dire nulla – ma è privo di potere. Questo significa che nella società egli si pone all’esterno del potere, che non dispone del potere di comandare e di trasformare gli altri membri della tribù in soggetti che obbediscono. La logica della società selvaggia, società indivisa, vuole che essa rimanga indivisa e si opponga a ogni situazione che potrebbe introdurre una divisione tra dominanti e dominati, e lasciare che si produca un potere separato dalla società. Non di meno resta il fatto che il capo, privo di potere, è un pezzo essenziale della società selvaggia: è lui che nei rapporti con le altre comunità assume la volontà della società di esistere in quanto totalità una. Se si considera il criterio del debito per valutare l’esistenza del potere è evidente che questo non è separato dalla società, perché è il capo a essere in debito nei confronti della società e non il contrario. Il capo che deve possedere delle doti oratorie è in debito di parole e deve dare prova di generosità, è in debito di beni. Il capo selvaggio è sotto sorveglianza; secondo Pierre Clastres la società vigila a che il suo gusto per il prestigio non si trasformi in desiderio di potere.
3. A Pierre Clastre non basta opporre le società senza Stato alle società con Stato, o meglio, le società con potere non coercitivo alle società con potere coercitivo; ci invita anche a praticare una rivoluzione copernicana, vale a dire a operare una conversione dello sguardo, una svolta radicale che consiste nel far gravitare le società con Stato attorno alle società contro lo Stato, in modo da aprire e scoprire uno spazio di comprensione inedita e rinnovare completamente la comprensione della politica. Dopo Clastres, è importante comprendere la società con Stato a partire dalle società contro lo Stato, e non più la società senza Stato a partire dallo Stato, come se le società primitive trovassero il loro senso in una logica della mancanza, del deficit e non in una logica del rifiuto. […]