La sfida del cambiamento climatico

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Dipesh Chakrabarty

pp. 167
Anno 2021 (25 febbraio)
ISBN 9788869481802

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Descrizione

Dipesh Chakrabarty
La sfida del cambiamento climatico
Globalizzazione e Antropocene
Prefazione e cura di Girolamo De Michele
Traduzione Carlotta De Michele

Il concetto di Antropocene, nato all’interno delle scienze naturali, designa l’epoca nella quale l’essere umano come specie è in condizione di incidere, con le sue pratiche, sull’ecosistema globale. Dopo la rivoluzione industriale, e soprattutto la grande accelerazione del xx secolo e l’intensificazione della globalizzazione capitalistica ed estrattiva nel secondo dopoguerra, e il conseguente cambiamento climatico, l’Antropocene costituisce un terreno di intersezione fra la crisi economico-sociale globale e la crisi climatica. In questo campo si collocano le riflessioni dell’ultimo decennio di Dipesh Chakrabarty, già autore del fondamentale Provincializzare l’Europa, con una serie di interventi finora inediti in Italia. La crisi determinata dall’azione dell’essere umano e dello sfruttamento capitalistico dell’ambiente pone, secondo Chakrabarty, questioni di giustizia climatica per via della natura disomogenea e diseguale del globo che il capitalismo e gli imperi europei hanno creato assieme. Al tempo stesso, la crisi climatica, e la crisi pandemica ad essa collegata, pone un altro ordine di questioni che concernono il rapporto fra l’umanità come specie e il pianeta Terra: la costruzione di un mondo, e la critica dei processi che l’hanno attuata, si intreccia con l’esistenza della vita in senso biologico e fisio-chimico. La critica ai processi che hanno prodotto un’umanità differenziata e con disuguaglianze di classe, e la consapevolezza della crisi ambientale, mettono in questione la concezione antropocentrica del mondo, e alludono alla necessità di decentrare l’umano.

Dipesh Chakrabarty è uno storico indiano, professore presso l’Università di Chicago. Si è imposto come una delle figure di maggior rilievo della Postcolonial Theory col suo Provincializzare l’Europa (Meltemi, 2000). A partire da The Climate of History (2009) partecipa al dibattito mondiale sul cambiamento climatico.

RASSEGNA STAMPA

Philosophy kitchen – Maggio 2021

L’UOMO COME FORZA GEOLOGICA
di Carlo Facente

‹‹Detto in maniera più critica, è tempo di mettere in discussione il tipo di civiltà in cui gli esseri umani vogliono vivere›› (p. 167): questo è uno dei periodi conclusivi de La sfida del cambiamento climatico. Globalizzazione e Antropocene, una raccolta di saggi e interviste di Dipesh Chakrabarty pubblicata da Ombre Corte (Febbraio 2021), con prefazione e curatela di Girolamo De Michele. Il volume comprende testi scritti e rilasciati tra il 2012 e del 2020, periodo in cui lo storico indiano ha dato un contributo fondamentale nel problematizzare la questione dell’Antropocene attraverso un una prospettiva originale che connette dati scientifici, aspetti storici e implicazioni filosofiche. Il valore dell’opera di Chakrabarty – fin dal capolavoro Provincializing Europe (2000), per arrivare al celebre articolo sul concetto di Antropocene The Climate of History del 2008 – consiste non solo nell’interdisciplinarietà della sua analisi, ma nella messa in evidenza di una commistione di fondo che soggiace ai fenomeni, naturali e sociali che siano, e alle loro cause. Tale mescolanza impossibilita, secondo Chakrabarty, l’incanalamento per vie epistemologiche univoche, conchiuse e che difendono la primalità della propria indagine a rispetto alle altre. Bisogna stare all’altezza del fenomeno, preservare la complessità di ciò che si intende analizzare. Nel caso specifico, secondo Chakrabarty, si tratta di non ridurre lo studio dell’Antropocene né a una mera critica del capitalismo, né di circoscrivere il problema in una dimensione puramente tecnico-scientifica. Attenzione, non si tratta di eludere questi due aspetti. Chakrabarty evidenzia spesso la rilevanza che queste prospettive possiedono nel tentativo di ricostruire un quadro complessivo e quanto più possibile esaustivo dell’Antropocene. Anzi, secondo Chakrabraty tutti i fenomeni che costellano il contemporaneo – dalla deforestazione, all’industrializzazione al consumo di combustibili fossili – appartengono, per esempio, alla storia del capitalismo. Non si può negare questo. Molto più semplicemente si tratta di non rivendicare nessun primato, nessuna assolutezza rispetto a quelli che possono essere altri contributi, appartenenti a prospettive e discipline differenti, che permettano di illuminare il fenomeno nella totalità delle sue sfaccettature e implicazioni. Quando si studiano eventi e fenomeni globali quali possono essere il cambiamento climatico o la globalizzazione, la settorializzazione delle discipline in ambiti circoscritti diventa un limite nonché un rischio. Conviene approfondire questo punto e mostrare come Chakrabarty motivi i suoi dubbi rispetto a certe tendenze delimitanti.
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Esattamente all’interno di quest’ambito di delimitazione epistemologica si consuma il folto, talvolta esasperato, dibattito sul nome Antropocene. La ragione per cui si discuta tutt’oggi sulla validità o meno di tale denominazione deriva dal fatto che, alla base delle diverse articolazioni o dei diversi mutamenti del nome, soggiace un concetto di Antropocene completamente diverso, da prospettiva a prospettiva. Non sono pochi coloro che mettono in discussione il neologismo in virtù della sua derivazione dal nome greco anthropos, che da un lato indurrebbe a credere che ogni uomo, povero o ricco, sia responsabile dei disastri ambientali, dall’altro consoliderebbe un’ennesima prospettiva di antropocentrismo che non sarebbe in grado di tenere conto delle ripercussioni che l’Antropocene ha su altre forme di vita. D’altra parte, molti climatologici, afferma Chakrabarty, ritengono che il termine Antropocene si possa utilizzare unicamente in ambito tecnico e sconsigliano categoricamente il suo utilizzo all’interno delle scienze sociali. Il nucleo di questa richiesta di divieto consiste nella necessità di preservare un evento di natura strettamente geologica da un suo utilizzo e da un suo ri-maneggiamento a supporto delle finalità critiche più disparate. Contrapposti a tale filone, si collocano coloro che avvertono la necessità di estirpare l’Antropocene da una circoscrizione tecnico-scientifica manifestando l’urgenza di porlo al centro del dibattito pubblico e politico. All’interno di questa prospettiva, distanziare eccessivamente la questione Antropocene dalla comunità vivente dell’oggi rischia di portare ad un’atrofia politica che non può che ostacolare il germogliare di un senso comune, di un dialogo pubblico e quindi di una risposta politica globale, tutte dinamiche che richiedono di essere attivata al più presto. Prima di mostrare come Chakrabarty si posizionerà tra queste tendenze apparentemente opposte, è necessario integrare un altro approccio centrale nel dibattito in questione, quella di Jason Moore. La proposta di Moore (cfr. 2017) presenta come nucleo centrale un importante cambio di paradigma. Nella sua prospettiva, se si vuole rendere la riflessione antropocenica produttiva e consistente, non si può omettere la considerazione che la storia attraverso cui l’uomo sia diventato una forza geologica – cioè il percorso attraverso cui l’essere umano è diventato detentore di una consistente capacità di modificare e incidere sulla salute del pianeta – non sia altro che la storia del capitalismo. L’idea di Moore in realtà è più complessa, presenta degli spunti molto interessanti, tra cui l’idea che la natura, all’interno della storia del capitale, non sia considerabile come oggetto, come indipendente dal capitale stesso. Il capitalismo non è altro che una delle combinazioni dei possibili rapporti che sussistono tra umani e natura, è un dispositivo esperienziale e relazionale che si articola e dispiega storicamente secondo modalità differenti. Tuttavia, tutto questo non comporta mai, come nota De Michele nella prefazione, un livellamento totale del naturale al culturale. Questo tentativo di produzione, modificazione, sopraffazione della natura provoca uno schianto, uno scontro frontale con una dimensione che si rivela irriducibile e che rimane. Questo comporta un risultato inaspettato. Non è solo il capitalismo a modellare la natura, ma è anche la natura, in virtù della sua eccedenza e residualità, a rendere necessaria una trasformazione periodica del capitale. Sulla scorta di tutto ciò, si comprenderà meglio perché Moore al concetto di Antropocene preferisce quello di Capitolocene, da concepire attraverso ‹‹un ripensamento del capitalismo all’interno della rete della vita›› (Moore 2017, p. 31). I fattori antropocenici che hanno contribuito al riscaldamento globale sono tutti determinati dall’impeto capitalistico eurocentrico, che secondo Moore affonda le proprie radici nel 1500, in un’epoca pre-capitalistica in cui sono in gestazione ambizioni e politiche di industrializzazioni colonizzatrici. Fissare come punto di partenza l’anthropos, l’uomo neutro e indifferenziato in quanto specie, rischia di offuscare tutte le violenze, i rapporti di potere e produzione, le disuguaglianze che sono alla base della fondazione – e ora della distruzione – del mondo moderno. (Moore 2017, pp. 37-38).
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Secondo Chakrabarty, il limite della prospettiva di Moore consiste nel fatto che, impostato così il problema, l’Antropocene possa essere ritenuto un fenomeno riducibile non solo a ciò che si è consumato negli ultimi cinquecento anni di storia ma, soprattutto, ciò vorrebbe dire che l’Antropocene sia un evento che riguarda, coinvolge, interessa solamente gli esseri umani. Bisogna difendere con fermezza l’idea che ‹‹la storia umana non può più essere raccontata dalla prospettiva dei soli cinquecento anni (al più) del capitalismo›› (p. 141), questo non significa assolutamente eliminare la storia del capitalismo ma, come si diceva pocanzi, tenere conto che ‹‹possiamo considerare noi stessi e la storia umana da molte prospettive contemporaneamente›› (p. 142). L’Antropocene costringe a un’apertura storica su scala geologica in cui è necessario ripensare la nozione e il ruolo dell’umano. Se l’uomo, a partire dalla fine del 18esimo secolo, ha assunto una portata sempre più massiccia nell’influenzare il clima del pianeta, ciò significa che egli è divenuto co-detentore di un potere che in passato apparteneva unicamente alle forze geologiche. Qui si instaura la possibilità di ripensare il ruolo che l’uomo ha all’interno della natura, di sviluppare un discorso ecologico e filosofico sulla statuto della soggettività e sui modelli di razionalità da adottare o rigettare.
Questa modalità di esistenza simile a una forza, non umana, dell’essere umano ci dice che non siamo semplicemente una forma di vita cui è stato donato un senso dell’ontologia. […] Ma nel diventare una forza geologica fisica nel pianeta, abbiamo anche sviluppato una forma di esistenza collettiva che non ha alcuna dimensione ontologica. Abbiamo bisogno di modi non ontologici di pensare l’umano. (p. 52)

Si noti la differenza con l’impostazione di Moore. L’Antropocene invece di essere riletto alla luce di un Capitolocene, è l’occasione – o meglio – pone l’urgenza di ri-mettere sul tavolo una delle questioni centrali dell’antropologia filosofica: il rapporto soggetto-oggetto e quindi di cultura-natura. L’uomo è diventato forza geologica ma la forza geologica, scrive Chakrabarty attraverso Latour (cfr. Latour 2008), ‹‹non è né un soggetto né un oggetto›› (p. 52). Il punto centrale è che, se si sostiene che gli esseri umani stiano fungendo da forza geofisica, si deve accettare di star paragonando ‹‹gli esseri umani a un agente non umano, non vivente›› (p. 50). L’umano si intinge di un’inedita contraddittorietà che lo scinde: ‹‹l’essere umano e l’umano non umano›› (ibidem). Le ripercussioni sono innumerevoli, una delle più evidenti consiste nella necessità di elaborare un nuovo tipo di storia. Se l’uomo è arrivato a esercitare un ruolo nella storia geologica del mondo, ciò significa che quella in cui siamo immersi ‹‹non è più né storia strettamente “naturale” né strettamente “umana”›› (p. 48). L’uomo è diventato protagonista della natura e questo non può che richiedere un ripensamento delle principali categorie con le quali si è tematizzato il suo rapporto con il mondo, una decostruzione critica della dicotomia tra storia naturale e storia umana è quanto mai necessaria.
La parete divisoria fra storia naturale e storia umana che era stata eretta nella prima età moderna e rinforzata nel diciannovesimo secolo, quando le scienze e le discipline degli esseri umani erano consolidate, si è incrinata in modo serio e permanente (p. 48).

La proposta di Chakrabarty consiste nel tentativo di tenere insieme due dimensioni dell’umano che troppo si tende a ritenere come inconciliabili: l’uomo in quanto homo (soggetto politico) e l’uomo in quanto anthropos (forza geologica). Solo attraverso l’accettazione di questo paradigma contradditorio si può evitare l’homocentrismo antropocenico, che consiste nel non tenere conto che l’Antropocene ha ripercussioni sul mondo inanimato, colpisce e riguarda le altre forme di vita, l’esistenza geologica del pianeta in quanto tale. Ecco perché non è un fenomeno unicamente riconducibile alla sfera politica, all’ambito di un’etica globale. Non c’è di mezzo solo l’uomo in quanto uomo, ma dell’uomo in quanto specie, in quanto non solo umano. Per questo motivo è necessario stare attenti, dice Chakrabarty, a fondare la coscienza epocale sulla ragione, come ha fatto Jaspers. Il rischio è quello di partire con mezzo piede nell’homocentrismo, rischiare di disperdere il punto di partenza del discorso: l’Antropocene non è semplicemente un capitolo della storia umana, coinvolge l’inumano. Non a caso lo storico indiano fa riferimento ai wicked problems, ovvero a una tipologia di problemi di varia natura disciplinare che possono essere determinati ma di cui non si può dare una soluzione univoca, completa ed esaustiva. In questo contesto Chakrabarty si avvale di Heidegger, autore che sembrerebbe distante anni luce dalla sua prospettiva. L’Analitica Esistenziale, lo statuto ontologico privilegiato in cui è situato l’Esserci, ostacola la possibilità di imbastire un dialogo autentico con il mondo naturale, in particolar modo con quello animale. Nonostante questo, il riferimento ad Heidegger c’è ed è centrale. La nozione di Grundstimmung, di uno stato d’animo che sta alla base, è ciò attraverso cui si può instaurare un nesso proficuo e sincero tra homocentrismo e zoecentrismo. Lo stare al mondo significa di per sé essere collocato in un Ci, in un luogo di per sé attinto da una connotazione emotiva; è recuperando il senso, la concretezza di tale stato d’animo che il mondo si dischiude più agevolmente e l’Esserci recupera il senso proprio Ci. Come nota Chakrabarty, la conoscenza per Heidegger non ha luogo, solamente lo stato emotivo coinvolge lo spazio (pp. 109-111). Nel Ci dell’Esserci risiede la fusione originaria tra l’appartenenza dell’uomo al mondo e la tonalità emotiva dell’esser-situato. Per consolidare un tale riconoscimento è necessario incentivare la maturazione di quello che De Michele definisce ‹‹sguardo strabico›› (p. 22), un dispositivo di visioni in grado di saper cogliere la differenza e la connessione tra umano e naturale, tentando da un lato di smuovere le tematizzazioni dicotomizzanti con le quali ci si è abitualmente relazionati alla natura, dall’altro mantenendo una rigida manutenzione dell’alterità naturale, di cui però dobbiamo riconoscere di far parte. Si tratta di interrompere ogni brama sintetizzante e di vivere nella contraddizione di questa condizione.
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La possibilità di prelevare l’uomo dalla storia degli sviluppi geofisici è terminata. Se fino a pochi secoli fa gli eventi e i cambiamenti terrestri – come oggi la pandemia – erano pensati come uno sfondo, come anomalie separabili dal raggio d’azione umana, oggi ‹‹siamo diventati consapevoli che lo sfondo non è più solo uno sfondo›› (p. 105), ci siamo resi conto di essere diventati parte di qualcosa che abbiamo tradizionalmente concepito come un oggetto a noi esterno. Se oggi lo sviluppo della tecnologizzazione tende a essere definito come un prolungamento della natura e dei suoi limiti, bisognerà interrogarsi sulla rilevanza estensiva che esercita l’uomo nel mondo in quanto forza geologica. Non deve stupire che per Chakrabarty la pandemia COVID-19 ‹‹rappresenta anche un momento nella storia della vita biologica di questo pianeta in cui gli esseri umani hanno agito da amplificatori di un virus il cui serbatoio ospite potrebbero essere stato alcuni pipistrelli in Cina per milioni di anni›› (p. 165). Ogni fenomeno ambientale non è relegabile a una storia globale, questo è il punto. Rendendo necessaria l’introduzione di criteri, confronti e relazioni tra vita umana e inumana, tra vivente e mondo, tra storia naturale e storia umana, l’Antropocene richiede nuove modi di porsi domande, nuove modalità d’esperienza e di istituzione.
Ma al tempo stesso la crisi del cambiamento climatico, gettandoci nelle linee temporali della vita inumana e della geologia, ci sottrae anche all’homocentrismo che ci divide. […] Le nostre storie politiche continueranno a dividerci mentre ci facciamo strada attraverso questa crisi: ma dobbiamo pensare queste storie politiche divise non semplicemente nel contesto della storia del capitalismo, ma nel quadro molto più generale della storia evoluzionistica. Possiamo seguire Lovelock e chiederci: riusciranno gli esseri umani, anche dentro e attraverso i loro conflitti e le loro differenze, a riconoscere “i bisogni della Terra anche se il [loro] tempo di risposta è lento?” Questa rimane la questione critica per il futuro. (p. 112)


 

il manifesto – 2.3.2021

Dipesh Chakrabarty e l’ecologia radicale
SCAFFALE. «La sfida del cambiamento climatico. Globalizzazione e Antropocene», un volume dello studioso indiano appena edito per ombre corte e a cura di Girolamo De Michele
di Gennaro Avallone

Dipesh Chakrabarty sta dando un contributo molto importante alla comprensione del cambiamento climatico, mettendo insieme le conoscenze sulla storia del clima e sulle trasformazioni del modo di produzione capitalistico-industriale con quelle maturate nel campo della Scienza del sistema terrestre. Il contributo dello studioso indiano e docente di storia presso l’Università di Chicago è ancora più rilevante in quanto esso si confronta anche con una lettura delle implicazioni politiche delle profonde trasformazioni in corso.
QUESTE ULTIME, in primis la crisi climatica, l’innalzamento delle temperature medie, la drastica e diffusa riduzione della biodiversità e la possibile sesta Grande Estinzione delle specie, non sono mutamenti passeggeri o relativi, ma hanno una forza epocale. La loro portata evidenzia che non siamo dentro una semplice, seppure grave, crisi ambientale, bensì di una trasformazione radicale determinata dal «nostro stesso modo di sviluppo, in quanto fondato sui combustibili fossili».
Secondo Chakrabarty, mai prima del momento che stiamo vivendo era accaduto che la storia umana si scontrasse con la storia terrestre, cioè che la storia del pianeta, inteso come la combinazione dei processi geologici, fisico-chimici e biologici che permettono la vita complessa sulla Terra, fosse modificata dalla storia del globo, quindi dalla storia fatta dagli esseri umani. Ora, coerentemente con quanto ha riconosciuto l’Antropocene Working Group dell’International Commission of Stratigraphy, «le nostre azioni sembrano determinare la stessa storia terrestre».
In altre parole, l’affermazione di una nuova era geologica chiamata Antropocene, dunque il divenire forza geologica da parte dell’umanità, sebbene secondo livelli di responsabilità differenziati al suo interno (non dimenticando, quindi, le diseguaglianze economico-sociali, politiche e militari a scala globale), significa che il modo di produrre e vivere degli esseri umani è arrivato ad un punto tale da potere incidere direttamente e costantemente sulla storia della Terra e non solo su quella umana.
È CON TALE DENSITÀ STORICA, ecologica e politica che il libro La sfida del cambiamento climatico. Globalizzazione e Antropocene, curato e introdotto da Girolamo De Michele e tradotto da Carlotta De Michele (ombre corte, pp. 167, euro 15), ci invita a entrare in relazione. Da leggere in maniera approfondita, il testo si confronta con una prospettiva di ecologia radicale che, nell’introduzione, De Michele presenta attraverso un’analisi ricchissima, nella quale si mette in evidenza la necessità per le società umane di operare un processo di decentramento, cioè «una critica radicale al capitalismo finanziario ed estrattivo» attraverso pratiche capaci di costruire una coscienza di specie.
Il libro è una raccolta di cinque saggi e due interviste scritti tra il 2012 e il 2020, successivi all’articolo del 2009 «Il clima della storia: quattro tesi», nel quale lo studioso indiano aveva organizzato il suo nuovo campo di ricerca, dopo essere diventato un punto di riferimento nel dibattito internazionale con il volume Provincializzare l’Europa, pubblicato in italiano nel 2004. In quell’articolo, Chakrabarty assumeva la categoria di Antropocene, come ipotesi di epoca geologica che viene dopo l’Olocene, senza rinunciare a riconoscere che essa non esclude il riferimento al concetto di Capitalocene (che mette più marcatamente in evidenza la critica ai rapporti di potere che lungo la storia del capitalismo hanno prodotto la crisi ecologica) elaborato da Jason W. Moore nell’ambito dell’approccio del’ecologia-mondo.
Il suo obiettivo, ribadito nei testi qui pubblicati, è quello di mettere in evidenza il divenire forza geologica della specie umana, capace, ormai, di potere incidere sul clima «per i millenni a venire». In altre parole, articolando analisi che già la tradizione materialistica aveva elaborato, compresa quella italiana di Machiavelli, Leopardi e Timpanaro, nell’epoca che stiamo vivendo si starebbe riducendo l’autonomia della natura rispetto all’umanità, anche se questa riduzione è in ogni caso relativa, in quanto «il cambiamento climatico planetario e l’Antropocene sono anche eventi guidati da vettori non umani, non viventi, che operano su scale multiple».
DI FRONTE a questo cambiamento radicale, nel quale la questione climatica ricopre una funzione centrale che ha a che vedere con la storia del capitalismo anche se non si può ridurre a essa, una politica che si ponga solo il problema delle emissioni di gas serra e della transizione verso le energie rinnovabili resta all’interno di una visione «umanocentrica», condannandosi a non vedere la crisi nella distribuzione della vita naturale riproduttiva dovuta al cambiamento climatico.
Questa visione sta anche influenzando il modo di comprendere e affrontare la pandemia in corso, nella quale il discorso pubblico dominante non vuole vedere l’azione combinata in atto di una molteplicità di crisi e, quindi, la necessità di cambiamenti da introdurre a diversi livelli (nella distribuzione internazionale della ricchezza, nel regime di mobilità delle persone, nel rapporto tra sistemi umani e sistemi non umani di vita), per cercare, invece, di ritornare ad una normalità pre-pandemia. Questo blocco conservatore si sta verificando nonostante le cause della pandemia abbiano definitivamente mostrato che «gli umani sono i più grandi agenti di devastazione dell’ambiente di questo pianeta», rendendo ancora più attuale l’urgenza, espressa nelle pagine conclusive del libro così come in quelle della prefazione di De Michele, di un’alternativa all’attuale organizzazione socio-ecologica capitalistica, che non si fondi più sulla distruzione o sul dominio «dell’ordine della vita sul pianeta».


 

DinamoPress – 27 marzo 2021

Pensare l’Antropocene. A partire da Chakrabarty
“La sfida del cambiamento climatico. Globalizzazione e Antropocene” raccoglie le riflessioni dell’ultimo decennio di Dipesh Chakrabarty. La combinazione tra l’azione dell’essere umano e lo sfruttamento capitalistico solleva problemi di giustizia climatica (come mostrano i wicked problem della crisi dei rifugiati e della pandemia) che vanno contrastati con un radicale decentramento

di Tommaso Guariento

Fra le teorizzazioni radicali che, nell’ambito delle human sciences, si sono occupate di trattare la questione del cambiamento climatico, quella dello storico dei processi coloniali Dipesh Chakrabarty ha sicuramente avuto un ruolo anticipatore e fondativo. Il volume curato da Girolamo de Michele e tradotto da Carlotta de Michele raccoglie una selezione di saggi e interviste scritte dal teorico indiano fra il 2012 e il 2020, in un arco di tempo che segue la pubblicazione del suo articolo seminale sul concetto storico e scientifico di Antropocene, The climate of history, pubblicato inizialmente in bengalese sulla rivista “Baromas” nel 2008, e ripubblicato in inglese su “Critical Inquiry” nel 2009. Come ricorda lo stesso Chakrabarty in uno dei saggi della raccolta di Ombrecorte (“Riscrivere la storia dell’Antropocene”), ciò che lo ha spinto a occuparsi di una questione apparentemente così estranea ai suoi interessi storici precedenti è stato l’incontro personale con uno dei sintomi più evidenti del cambiamento climatico antropico – l’incendio delle aree boschive e di una parte delle aree metropolitane nei pressi di Canberra, città nella quale ha svolto per molti anni attività accademiche. L’incontro con la distruzione dell’immagine rurale e affettiva della wilderness incontaminata ha trasformato un sentimento psicologico e biografico individuale nel bisogno di indagare le cause strutturali di quanto stava accadendo. Questo ha portato Chakrabarty all’elaborazione delle sue tesi sul climate change, che hanno stimolato un dibattito importante (e alcuni fraintendimenti) ancora largamente discusso. In particolare, furono due elementi del discorso dello storico indiano ad attirare l’attenzione di storicə, antropologə, e sociologə: la necessità di un rinnovato dialogo fra humanities e hard sciences e l’uso della nozione biologica di “specie” in qualità di attore globale dell’evento-Antropocene. È stato contesto più volte il fatto che, essendo state discusse in ambito ecologico e stratigrafico delle date altamente significative per la storia del Capitale (l’invenzione della macchina vapore di James Watt nel 1784, e la “grande accelerazione” degli anni ’50 del ‘900), parlare in termini economico-politici di Antropocene significasse tout court parlare di capitalismo. A questa critica Chakrabarty ha più volte ribadito che il suo uso del concetto di Antropocene sia stato influenzato dalle metodologie e dal lessico concettuale impiegato da geologə e climatologə, che operano su un piano cronologico e su scale epistemologiche distanti dall’analisi dei cicli di crisi e inflazione che caratterizzano le dinamiche del modo di produzione capitalistico.
«È comprensibile pensarla in questo modo partendo da libri di testo di economia che visualizzano il capitalismo come un sistema economico che affronterà sempre delle crisi periodiche e ne verrà a capo, ma non avrà mai a che fare con una crisi di proporzioni tali da stravolgere tutti i suoi calcoli. È facile pensare, all’interno di questa logica, che il cambiamento climatico sia solo un’altra di quelle sfide del ciclo economico che i ricchi devono superare di tanto in tanto. Ma perché gli studiosi di sinistra dovrebbero scrivere partendo dagli stessi presupposti? Il cambiamento climatico non è una normale crisi del ciclo economico, né una “crisi ambientale” standard riconducibile alle consuete strategie di gestione del rischio. Il pericolo di un punto di non ritorno climatico è imprevedibile ma reale» (pp. 135, 136) >> continua a leggere >>

UN ASSAGGIO

Indice

7 Prefazione
Nella tana del Bianconiglio. A partire da Chakrabarty, per un’ecologia radicale
di Girolamo De Michele

35 Gli studi postcoloniali e la sfida del cambiamento climatico

L’essere umano nella critica postcoloniale odierna; L’essere umano nell’Antropocene; Concludendo

57 La condizione umana nell’Antropocene

Lettura i. Il cambiamento climatico come coscienza epocale: Coscienza epocale; Dal Mondo al Globo o al Pianeta; La divergenza Globo/Pianeta e il posto di zoe; Introdurre una distinzione pragmatica: anthropos e homo. Lettura ii. Decentrare l’umano? Ciò che resta di Gaia: Giustizia climatica e homocentrismo; Lovelock, Gaia e zoe; Cambiamento climatico e coscienza epocale; Cadere nella storia profonda

113 Il significato umano dell’Antropocene

L’Antropocene: un nome e un concetto; Cosa c’è in un nome?; L’antropocene come epoca geologica: discussioni tra gli scienziati; Conclusione

129 La politica del cambiamento climatico va oltre la politica del capitalismo

Due approcci al cambiamento climatico; L’Antropocene e le iniquità del capitalismo; La politica nel/dell’Antropocene; Pensiero di specie; Discutere il cambiamento climatico nelle disomogenee sfere pubbliche

144 Riscrivere la storia dell’Antropocene

156 La sfida della Terra fra natura e società

161 Vivere e pensare nell’attuale pandemia

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Prefazione
Nella tana del Bianconiglio.
A partire da Chakrabarty, per un’ecologia radicale
di Girolamo De Michele

1. A vent’anni dalla pubblicazione di Provincializing Europe, Dipesh Chakrabarty è ritornato in alcune interviste sul suo libro. Il contesto è significativo: la crisi pandemica, che si dispiegava proprio fra primavera ed estate, ha contribuito a sottolineare la provincializzazione dell’Europa a fronte di una crisi globale che si aggiunge alle crisi climatica e migratoria, e a una crisi economica – a sua volta rilanciata, in un perverso feedback, da quella pandemica – che dura ormai dall’inizio del millennio, lasciando sospettare che le apparenti e momentanee riprese dai cicli negativi siano in realtà solo dei flussi all’interno di un ciclo che dura quantomeno dalla primavera del 2001. Non casualmente, sia Chakrabarty che un altro intellettuale molto vicino alle sue posizioni, il narratore indo-bengalese Amitav Ghosh, hanno sottolineato i nessi di queste crisi con il processo di globalizzazione in atto dall’ultimo quarto del secolo scorso:

Una relazione diretta fra il mutamento climatico e la diffusione di questo virus è l’aumento delle temperature che creerà, renderà più facile la trasmissione di certi tipi di malattie in certi luoghi. Ma non possiamo pensare solo in termini di una relazione causale: penso che queste cose – questa pandemia, la crisi migratoria globale, eccetera – siano in realtà tutti effetti di questa grande accelerazione che abbiamo visto negli ultimi trent’anni, a partire dal 1990 circa, da quando questo regime economico neoliberale si è attuato in tutto il mondo. La metà di tutte le emissioni di gas serra che sono nei cieli in questo momento vengono dal 1990. È proprio in questo periodo che abbiamo assistito a questa incredibile accelerazione nei viaggi, nella mobilità: tutte cose che rendono possibile che una pandemia come questa si diffonda istantaneamente, per così dire, in tutto il mondo.

Provincializzare l’Europa significa mettere in discussione un’idea di mondo che, fra le due guerre mondiali, si afferma in Germania, fra Schmitt e Heidegger. Dietro la constatazione, venata di tonalità pessimistiche e malcelati echi spengleriani, che i processi tecno-politici avrebbero prodotto un’unificazione del mondo, o meglio una sua europeizzazione, c’era la matrice imperialistica dei processi di colonizzazione non solo politica, ma anche e soprattutto culturale che avevano prodotto quell’europeizzazione, e la messa in discussione sia del suo carattere di destino che la sua oggettività. Non è casuale che Chakrabarty giochi, contro Heidegger, Jaspers; questi, già nel suo scritto del 1931 Die Geistige Situation der Zeit (pubblicato in traduzione italiana solo nel 1982), un serrato confronto con Sein und Zeit, nell’accettare come piano di discussione l’analitica di Essere e tempo, opera uno scarto laterale in direzione di quella torsione esistenzialistica che Heidegger avrebbe esplicitamente rifiutato nella Lettera sull’umanesimo. L’essere umano, scrive Jaspers, “è quell’ente che non soltanto è, ma sa di esistere. Essendo autocosciente esso indaga il suo mondo e lo modifica secondo piani. Egli ha aperto una breccia nel corso degli eventi naturali”; ma la constatazione che l’essere umano, maturando una “coscienza epocale”, inaugura quella modernità nella quale è in grado di “interferire con la causalità naturale”, si orienta non nella comprensione di questa modernità come un destino o un declino, ma verso la domanda sul che fare. Domanda che ritorna con forza nel più celebre scritto sull’età atomica La bomba atomica e il futuro dell’uomo del 1958: “Una situazione totalmente nuova è nata con la bomba atomica. L’intera umanità andrà fisicamente in rovina, oppure l’uomo si modificherà nella sua situazione etico-politica. Il mio libro cerca di mettere in luce questa alternativa, che impressiona come doppiamente irreale”.