Divenire invertebrato

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a cura di Massimo Filippi e Enrico Monacelli

pp. 159
Anno 2020 (settembre)
ISBN 97888694811581

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Descrizione

Divenire invertebrato
Dalla Grande Scimmia all’antispecismo viscido
a cura di Massimo Filippi e Enrico Monacelli
Prefazione di Alessandro Dal Lago

Viviamo in un mondo fuori controllo. Il pianeta, che ci ha ospitato finora, è in ebollizione e minaccia la nostra stessa esistenza. Un numero di specie al limite della nostra capacità di comprensione si avvia ogni giorno verso l’estinzione, per non parlare del millenario sfruttamento e dell’incessante messa a morte di miliardi di “animali da reddito” perpetrati con mezzi sempre più osceni. Di fronte a questo scenario, da un lato le correnti maggioritarie dell’antispecismo non sembrano in grado di fornire risposte adeguate, dal momento che, pur nella variabilità delle loro proposte, hanno continuato a ruotare attorno a politiche dell’eccezionalismo umano. Dall’altro lato, la teoria critica, restando saldamente ancorata a modalità di pensiero obsolete e inefficaci, non ha fatto caso – o finge di non fare caso – che il nostro rapporto con le specie non umane è ormai completamente insostenibile e ingiustificabile.
Per iniziare a muoversi verso un antispecismo e una teoria critica non antropocentrici, questa antologia raccoglie un bestiario di saggi che trae ispirazione da alcune fra le più vitali e vivaci correnti del pensiero contemporaneo – dal realismo speculativo alle teorie materialiste derivate dal decostruzionismo derridiano, dal multiculturalismo prospettivista alle ontologie immanentiste di stampo deleuziano. Questo libro va letto come la prima mappa alternativa disegnata per orientarci nel territorio inesplorato della nostra convivenza con il resto del vivente.

Saggi di Claudio Kulesko, China Miéville, Eugene Thacker, Karen Barad, Eva Hayward e Jami Weinstein, Bogna M. Konior e Yvette Granata, Dagmar Van Engen.

Massimo Filippi, professore ordinario di Neurologia presso l’Università “Vita e Salute” di Milano, si occupa da anni della questione animale da un punto di vista filosofico e politico. È membro della redazione di “Liberazioni” e collabora con “Il Corriere della Sera” e “il manifesto”. Tra i suoi numerosi lavori e cure, per i nostri tipi ricordiamo Ai confini dell’umano (2010) e L’invenzione della specie (2016).
Enrico Monacelli è dottorando in Filosofia presso l’Università Statale di Milano. Ha collaborato con “aut aut”, “alfabeta2”, “Not”, “L’Indiscreto” ed è membro della redazione della rivista antispecista “Liberazioni”.

RASSEGNA STAMPA

UN ASSAGGIO

Prefazione
di Alessandro Dal Lago

Quid ibi immundae simiae? quid feri leones? quid monstruosi centauri? quid semihomines? quid maculosae tigrides? quid milites pugnantes? quid venatores tubicinantes? Videas sub uno capite multa corpora, et rursus in uno corpore capita multa.
Bernardo di Chiaravalle, Apologia ad Guillelmum, xii, 29

Con chi ce l’aveva, nella celebre Apologia, l’austero santo e dottore della chiesa citato sopra? Con la rappresentazione, nei capitelli dei colonnati che ornavano i chiostri dei conventi, di immonde scimmie, feroci leoni, mostruosi centauri, tigri maculate, mezzi uomini, soldati in battaglia, cacciatori che suonano i corni, nonché esseri con molti corpi e una testa o un corpo e molte teste. In una parola, ce l’aveva con la rappresentazione dei mostri e altri esseri abietti, come quelli che si macchiano di sangue, soldati e cacciatori. La riprovazione del dotto cistercense, gran disciplinatore delle cose ecclesiastiche e nemico degli eretici, non sembra però aver ostacolato la diffusione dei mostri nell’architettura religiosa. Basterebbe dare un’occhiata ai doccioni o gargoyle del Duomo di Milano, edificato circa tre secoli circa dopo Bernardo, per avere un’idea della perdurante fascinazione medievale per i mostri.
A onta di santi e teologi, il Medioevo conviveva felicemente con il mostruoso. Come avrebbe potuto la novella cristiana della salvezza diffondersi concretamente tra le genti senza l’evocazione di ciò che è fuori da ogni norma o decenza? Come illuminare la santità, se non sullo sfondo dell’immondo? Si noti: il mostruoso non è necessariamente una manifestazione del diabolico. Quest’ultimo ama travestirsi, assumere forme ambigue e apparentemente normali – che so, una bella fanciulla, una capra, un sapiente barbuto –, mentre il mostruoso è ciò che appare clamorosamente alla vista, si mostra nella luce cruda del meriggio. Le gargoyle, bestie con il volto deforme di umani, cani ringhianti o avvoltoi, sono ben visibili all’esterno delle cattedrali perché il fuori non è protetto dalla santità, riservata all’interno dei sacri edifici. Minacce, dunque, ma anche guardiani che intimano ai peccatori di mondarsi prima di incedere sotto le navate. Mostri necessari, come è il Quasimodo di Victor Hugo, gargoyle umana che protegge e al tempo stesso minaccia Notre-Dame.
L’umanità medievale vive letteralmente in compagnia dei mostri. Ho in mente la Navigatio Sancti Brendani (ix secolo), che probabilmente ha ispirato a Dante alcune immagini chiave, come la montagna del Purgatorio, quella, circondata da nubi, che appare a Ulisse e ai suoi compagni nell’ultimo viaggio verso l’equatore. Il santo irlandese – un uomo di chiesa realmente vissuto – s’imbarca con 14 monaci (due volte sette, numero fatale nell’immaginario antico e medievale) su un canotto a vela che affronta le onde oceaniche. Nel viaggio vanno di isola in isola, taluna abitata da religiosi, altre impervie e disabitate, ma in ogni caso circondate da mostri e fiere, nell’aria e nell’acqua. In un’incisione del xv secolo, San Brendano approda su un’isola-balena, dove apparecchia un altare e verosimilmente dice messa. L’isola-pesce è un luogo ricorrente dell’iconografia medievale: in essa si fondono due idee, l’enormità delle mostruose creature acquatiche, paragonabili solo a isole, e la scivolosità dell’apparente terraferma. In ogni momento, Leviatano può immergersi, abbandonando alle acque i coraggiosi o gli sventati che vi avevano posato i piedi. Per mentalità dei secoli cosiddetti bui, un terremoto poteva essere il risultato dell’agitarsi improvviso di una bestia vivente subito sotto la crosta terrestre.
Per il resto, le acque sono abitate da cefalopodi capaci di stritolare e affondare i navigli, polpi immani come il celebre kraken, aragoste grandi come cavalli, che immaginiamo capaci di tagliare in due i marinai con le enormi chele e così via. Per quanto riguarda i mostri terrestri, uno sguardo alle opere di Hieronymus Bosch, che utilizzava ogni tipo di fonte iconologica, ci permette di immaginare quali mostri abitassero la fantasia tardo-medievale: umani con zampe d’animale, scheletri a cavallo di vermi, anfibi che divorano uomini, orecchi dotati di braccia, uova bipedi e così via. Si tratta del prodotto di un’ars combinatoria che eccede i limiti della logica esangue cara a Raimondo Lullo e Leibniz. Nella teratologia medievale tutto si confonde con tutto, i corpi trapassano nei corpi, gli organi si combinano con naturalezza. La morale del tempo impediva a Bosch di rappresentare esplicitamente la sessualità ma in Il giardino delle delizie, il trittico oggi al Prado, immagini paradisiache e infernali coesistono senza problemi. Adamo ed Eva si abbracciano nudi nell’acque, ma sulle rive occhieggiano mostri di ogni tipo, che immaginiamo bramosi di gettarsi avidamente sui nostri due malcapitati progenitori, non appena saranno cacciati dall’Eden.