Violare gli spazi

 13.00

Aide Esu

pp. 195
Anno 2024 (febbraio)
ISBN 9788869482816

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Descrizione

Aide Esu
Violare gli spazi
Militarizzazione in tempo di pace e resistenza locale

Sole, spiagge, mare e natura selvaggia è l’iconografia turistica della Sardegna, una narrazione che stride con la realtà della militarizzazione del suo territorio. Dalla fine degli anni Cinquanta l’isola è un hub strategico per i test sulle armi e per l’addestramento delle forze armate italiane e della Nato. Il suo destino militare l’accomuna ad altre isole, dal Mediterraneo al Pacifico, anch’esse assoggettate a opacità istituzionali e a forme di estrattivismo, dipendenza ed esclusione, ma anche produttrici di cicliche forme di resistenza e nuove soggettività.
Le dinamiche decisionali interstatali, l’uso di dispositivi discorsivi per la costruzione del consenso fondato sulla contrapposizione modernità-arretratezza, le conseguenze delle attività addestrative e sperimentali sull’ambiente e sulla salute, l’emergere del rischio nella sfera pubblica locale contrapposta alla minimizzazione del rischio da parte delle istituzioni, le forme di resistenza locali sono i diversi piani della militarizzazione presi in esame dal testo. Queste letture contribuiscono a svelare le ambiguità, i dinieghi e i mancati riconoscimenti del diritto alla salute e alla tutela ambientale originati dalla militarizzazione in tempo di pace. Mostrano, inoltre, come gli intrecci dei dispositivi giuridici, degli esiti tecnico-politici e delle relazioni interstatali siano riconducibili, in materia militare, a una compromessa sovranità italiana.

Aide Esu insegna sociologia all’Università di Cagliari, si è formata in Francia e negli Stati Uniti, è stata Fulbright Distinguished Chair all’Università di Pittsburgh. Ha scritto articoli scientifici e contributi in volume sulla militarizzazione della Sardegna e su memoria e naturalizzazione della violenza nel conflitto tra Israele e Palestina.

RASSEGNA STAMPA

“il manifesto” – 19 marzo 2024

Tutela della salute e rivendicazione dei diritti di chi abita i territori

di Costantino Cossu

Sardegna isola paradiso. Mare limpido, spiagge incontaminate, un paesaggio di aspra bellezza che si è salvato da aggressioni e scempi. È l’immagine che le agenzie turistiche danno di un’isola in cui l’industria delle vacanze si avvia a diventare una monocoltura. Dietro le quinte dell’isola paradiso c’è però un’isola inferno. Nella sua mappa i poligoni e le basi militari. Spazi rubati e devastati che, a partire dagli anni immediatamente successivi alla seconda guerra mondiale, hanno occupato estensioni sempre più vaste.
ENTRARE IN QUESTI SPAZI nascosti per violarli, ovvero per rendere manifesta la logica di potere (politico, economico e militare) da cui sono nati e per cui continuano a esistere, è, da almeno settant’anni a questa parte, obiettivo di movimenti pacifisti e antimilitaristi la cui storia è radicata nelle specificità della società sarda. A ricostruire questo percorso di antagonismo arriva ora il saggio di Aide Esu Violare gli spazi. Militarizzazione in tempo di pace e resistenza locale (ombre corte, pp. 195, euro 13). Esu, che insegna Sociologia all’Università di Cagliari, ha già scritto in passato sulla militarizzazione della Sardegna e si è occupata anche di memoria e naturalizzazione della violenza nel conflitto tra Israele e Palestina. È quindi nell’ambito delle scienze sociali più che in quello storico che si muove il volume. Il cui interesse sta nella prospettiva di ricerca scelta da Esu, che legge l’attivismo pacifista e antimilitarista sardo alla luce della vasta letteratura che, nell’ambito delle scienze sociali, da decenni si occupa dei movimenti di resistenza alla militarizzazione di territori per lo più periferici e inseriti in contesti geopolitici in cui il dislivello di potere tra chi occupa gli spazi per usi militari e i movimenti locali che si battono per liberarli è determinante e assume, in genere, connotati coloniali e postcoloniali.
SPESSO E NON A CASO questi territori sono isole. «Parliamo di proteste racchiudibili – specifica Esu – in una mappa globale di azioni per tutelare la salute (Vieques, Portorico) e per rivendicare i diritti dei residenti (il caso delle Chagos), ma anche contro la violenza sulle donne (Okinawa) o contro il pericolo delle armi a testata nucleare (Comiso)».
Le tappe temporali delle pratiche di violazione degli spazi militarizzati individuate in Sardegna da Esu sono tre. Il primo momento di rottura è l’occupazione, da parte della gente di Orgosolo, dei campi di Pratobello, una zona a uso civico vitale per gli equilibri sociali ed economici della comunità barbaricina, in cui l’Esercito avrebbe voluto costruire un poligono di tiro. Siamo nel 1969. L’azione ha successo. Giovani formatisi politicamente nelle città (dell’isola e del continente) e nei movimenti studenteschi, insieme con i pastori e con una fortissima partecipazione femminile, in cinque giorni di occupazione dei terreni e di assemblea permanente dell’intero paese respingono il tentativo di consegnare lo spazio di Pratobello alle servitù militari. La tappa successiva è, a partire dagli anni Settanta e sino ai primi anni Duemila, la battaglia, di gruppi locali ma anche del movimento pacifista internazionale, per chiudere, nell’isola de La Maddalena, la base militare della Us Navy di appoggio a sommergibili ad armamento nucleare. Tempi certamente più lunghi rispetto a Pratobello, ma, anche qui, con un esito positivo: nel 2008 gli americani cedono e lasciano La Maddalena.
La terza tappa è segnata dalle azioni che, dall’inizio del nuovo secolo sino a oggi, hanno impegnato un composito fronte di resistenza contro l’occupazione militare nei poligoni di Quirra (il più grande d’Europa), di Teulada e di Capo Frasca. Un movimento che si è espresso in forme originali e che nei suoi esiti più recenti si è articolato, sotto la sigla A Foras, per nodi locali e secondo una pratica assembleare aperta che, su un registro intersezionale, consente a sensibilità differenti (pacifista-antimilitarista, femminista, ambientalista, indipendentista) di dialogare e di produrre analisi comuni e azioni di lotta unitarie. Diverse le criticità ancora da superare, ma anche una prospettiva aperta a sviluppi nuovi e promettenti.


 

“Il Fatto Quotidiano” – 26 aprile 2024 (blog)

Militarizzazione della Sardegna, l’ultimo libro di Aide Esu smaschera una mistificazione
di Enrico Lobina

È disponibile l’ultima pubblicazione di Aide Esu, docente di Sociologia dell’Università di Cagliari. Il volume, dal titolo Violare gli spazi – Militarizzazione in tempo di pace e resistenza locale è edito da Ombre Corte, di Verona.

Il tema è centrale per la vita delle sarde e dei sardi, per la loro storia recente e per le loro prospettive future, anche se accuratamente accantonato dalla politica dei palazzi, che sa che chi affronta la militarizzazione della Sardegna mette a rischio la propria personale carriera politica. Esu offre un quadro chiaro, minuzioso, dal quale non si può scappare. “Sotto il profilo metodologico questo studio si basa su un’analisi delle fonti istituzionali, e su materiali originali di ricerca qualitativa condotta in un arco temporale di 8 anni”.
Il libro è strutturato in quattro capitoli, legati tra di loro ma compartimentati per temi: militarizzazione e costruzione del consenso, politiche dell’incertezza, isole e militarizzazione, proteste, resistenza e azioni dirette.
Un tema trasversale, centrale almeno sino a 20 anni fa nella vicenda della militarizzazione e nell’intera vicenda sarda, è l’utilizzo della dicotomia “tradizione/modernità”, con la modernità che significa accettare la militarizzazione, che porta ricchezza, servizi, benessere. Sino a qualche decennio fa le lotte contro la militarizzazione della Sardegna, che ebbero luogo talvolta anche con una partecipazione di massa, erano legate a grandi organizzazioni politiche, che rispondevano anche a logiche di posizionamento internazionale. Una eccezione, che fu anche un momento-spartiacque, fu la lotta (vittoriosa) di Pratobello del 1969. E infatti Esu sostanzialmente suddivide la storia del movimento contro la militarizzazione della Sardegna in tre fasi: la prima dal dopoguerra a Pratobello, la seconda da Pratobello ai primi anni Duemila, e la terza è quella attuale, dei movimenti “no-bases”.
Questa ultima fase è anche quella in cui, grazie ai processi, ad una diversa postura della stampa e dei media ma non solo, la narrazione sulla positività delle base viene intaccata. Il senso comune si modifica. Nel 2018, per esempio, “la relazione finale della Commissione parlamentare sull’uranio impoverito richiama la necessità di mitigare la presenza militare nell’isola attraverso una pianificazione di riduzione della presenza militare nell’isola entro i 3 mesi dall’approvazione della relazione. Questo contenimento avrebbe dovuto comportare la progressiva riduzione delle aree soggette a servitù militare, la dismissione dei Poligoni di Capo Teulada e Capo Frasca, la riqualificazione del PISQ”.

Oggi, a distanza di sei anni, queste posizioni sembrano impensabili. La “terza guerra mondiale a pezzi”, nella quale siamo immersi, e la complicità italiana nel genocidio del popolo palestinese rende impensabile, per la totalità dello scenario politico e mediatico, anche solo pensare di progettare una riduzione della presenza militare. Ricordo che, chiaramente, quella relazione fine della Commissione non portò a nulla.
Il libro di Esu parte, con informazioni precise, dal secondo dopoguerra, e arriva sino a oggi e al movimento “no-bases” di Aforas. Un aspetto giustamente centrale in ogni capitolo del libro è il continuo tentativo, riuscito fino ad oggi, di insabbiare, nascondere, instillare dubbi, mistificare, rendere incerto ogni ragionamento sulla militarizzazione della Sardegna. Per esempio, sulle questioni sanitarie, “la non visibilità e l’inesistenza di un registro regionale tumori sono i due strumenti su cui fanno leva le autorità militari per minimizzare ogni relazione tra ambiente e salute”. Sugli effetti demografici ed economici della militarizzazione della Sardegna diversi studi si sono soffermati, ma non sono mai stati popolarizzati.

Il libro di Aide Esu inserisce la vicenda umana di chi vive la Sardegna di oggi e sente la militarizzazione, poiché la vive quotidianamente o perché ha imparato a riconoscerla, dentro paradigmi conoscitivi “liberatori” e all’interno di una dimensione internazionale “geopolitica” che rende chiari i termini della questione, demistificando in modo magistrale la decennale mistificazione tecno-politica-militare.

UN ASSAGGIO

Indice

7 Introduzione

13 Capitolo primo. Militarizzazione e costruzione del consenso

1. Gli accordi Italia-Usa; 2. Diventare moderni, i militari agenti di cambiamento; 3. La militarizzazione della Sardegna; 4. Come conciliare le divergenti esigenze della Difesa e delle comunità locali?

43 Capitolo secondo. Politiche dell’incertezza: l’uso politico della non conoscenza

1. Luci e ombre dell’inquinamento nelle aree militari; 2. Rischio e rappresentazione mediatica; 3. Neither confirm nor deny, attendismo e minimizzazione; 4. Segretezza e non conoscenza

68 Capitolo terzo. Isole e militarizzazione

1. Immaginari e realtà delle isole; 2. Militarismo e modernità; 3. Le pratiche mistificanti: il greenwashing e il branding territoriale

81 Capitolo quarto. Proteste, resistenza e azioni dirette contro le occupazioni militari

1. Anti-Militarismo e movimenti No-bases, un fenomeno globale; 2. Il riscatto orgolese: le giornate di Pratobello; 3. Il pericolo nucleare, la base Usa nell’isola di Santo Stefano; 4. Il rinnovo della protesta dopo i disastri ambientali; 5. Considerazioni finali

131 Bibliografia


 

Introduzione

Con qualche breve interruzione ho passato 42 anni di vita a Quirra, ho avuto undici figli, ora sono sette. Uno è morto nella prima infanzia e gli altri da grandi, Paolo, Piero (noto Luca) e Roberto. Paolo è deceduto a marzo del 2003, Piero a ottobre dello stesso anno, Roberto l’anno scorso, è morto di un tumore alla testa. Anche Stefano è stato operato e io ho avuto un intervento per un tumore alla tiroide a dicembre.

La dolorosa deposizione, resa dalla 72enne Eligia Augus il 26 luglio 2017 al processo contro gli otto comandanti del poligono interforze del Salto di Quirra (pisq), evoca, nella sua tragica contabilità, le ricadute sulla salute delle attività svolte nelle basi e nei poligoni militari in Sardegna. Malgrado la sentenza disattenda le aspettative iniziali di condanna degli imputati, l’indagine della Procura di Lanusei ha il merito di aprire una crepa sul consenso accreditato alle basi militari.
I quattro capitoli del volume propongono una rilettura critica della militarizzazione della Sardegna e ne delineano la significativa complessità – politica, sociale e ambientale – e il suo intrecciarsi con la protesta e la resistenza dei suoi residenti. Nel primo capitolo si ripercorre la militarizzazione dell’isola, per affrontare nel secondo il rischio generato dalle attività condotte nelle basi e nei poligoni e incardinare, poi, nel terzo questo fenomeno nel quadro globale che vede le isole essere al centro di un comune processo. Il libro chiude con un capitolo finale in cui si esaminano le forme di resistenza alla presenza militare.
Sotto il profilo metodologico questo studio si basa su un’analisi delle fonti istituzionali, e su materiali originali di ricerca qualitativa condotta in un arco temporale di 8 anni comprendente una etnografica del movimento di resistenza locale alla militarizzazione, da interviste semistrutturate, da focus group condotti nelle comunità di Villaputzu e di Perdasdefogu, e nello squat Sa Domu e più recentemente da una ricerca collaborativa con un gruppo di attivisti del movimento contro le basi.
Come si argomenta nel primo capitolo, la stampa locale ha ricoperto un ruolo fondamentale nel veicolare una rappresentazione degli insediamenti militari come opportunità di crescita economica, legittimandoli come agenti di modernizzazione per innovare una società arretrata basata su un’economia di sussistenza. I dispositivi discorsivi adottati richiamano due ambiti salienti, la capacità di contrastare il pericolo comunista durante la guerra fredda e l’essere al centro dell’innovazione e della ricerca grazie alla sperimentazione missilistica condotta nella base del pisq.
L’esame dei casi della base Usa di La Maddalena e del pisq, esplicitano nel secondo capitolo come la sottrazione di territorio ad uso esclusivo militare dia luogo ad egemonie militari soverchianti la sovranità locale ed i diritti dei suoi residenti. Un dominio che ricorre all’adozione di pratiche tecno-politiche, a dipendenze interstatali che fanno emergere gli effetti della compromessa sovranità italiana nel secondo dopoguerra (Dorsini 2022). Questi due casi mettono in luce le ambivalenze dei dinieghi istituzionali associati a minimizzazioni del rischio che promuovono la non-conoscenza. La segretezza e la agnatologia sono i capisaldi su cui si fonda il mantenimento dell’invisibilità delle attività svolte nelle basi. A La Maddalena un articolato intreccio di controversie tecno-politiche alimentano una politica dell’incertezza finalizzata a delegittimare la rilevazione del rischio, mentre nel caso del poligono del Salto di Quirra sono l’incuria, il diniego, la negligenza e la minimizzazione del rischio a generare la deresponsabilizzazione dei militari per gli impatti ambientali. Sotto il profilo istituzionale in entrambi i casi siamo di fronte all’ingiustizia ambientale. Questa si traduce nella mancata tutela di tutti quei cittadini che vivono le esposizioni a sostanze inquinanti, nel mancato monitoraggio e valutazione del rischio e delle conseguenti misure di salute pubblica e di prevenzione primaria. Sotto il profilo politico in entrambi i casi, ciascuno con le sue rilevanti specificità, la produzione dell’ignoranza da origine alla incertezza che frena ogni forma di azione, alimentando una politica di rassegnazione nelle collettività.
Lo studio si colloca nel quadro della letteratura che rilegge gli spazi isolani come hub militari ideali (Vine 2015, Davis 2015, et al.). Come si argomenta nel terzo capitolo le isole sono accomunate da un fenomeno globale di militarizzazione, da pratiche coloniali insediative finalizzate a poter svolgere attività lontane da occhi indiscreti, ma anche luoghi in cui si praticano forme mistificanti di greenwashing e di branding territoriale teso a minimizzare e depotenziare ogni forma di contestazione (Davis 2015).
Come reagire di fronte a questo potere? Malgrado la asimmetria di potere e le politiche di diniego del rischio, si è assistito a forme di mobilitazioni, di proteste e di resistenze. Queste si sono espresse con intensità diverse a scala globale e locale, in alcune circostanze separatamente, altre volte in forma unitaria. In alcune circostanze sono emerse come agency antimilitariste, come movimenti anti-base o come pacifismo. A scala globale parliamo di un’articolata espressione di forme di azione riassumibile in ciò che Cockburn (2012) ha chiamato, riferendosi a Melucci (1989) un movimento di movimenti, una ricca intersezionalità di gruppi e di soggettività che sfidano stati ed alleanze internazionali contro la sottrazione delle terre per fini esclusivamente militari. Parliamo di proteste racchiudibili, limitandoci alle isole, in una mappa globale di azioni a tutela della salute (Vieques, Portorico), per rivendicare i diritti dei residenti (il caso delle Chagos) o contro la violenza sulle donne (Okinawa), o ancora contro il pericolo delle armi a testata nucleare (Comiso, Sicilia). Nel capitolo finale si ripercorre il tragitto delle azioni collettive e di resistenza agli insediamenti militari, che, dalla fine degli anni Cinquanta, ha visto i residenti della Sardegna agire contro l’espropriazione della terra e l’imposizione delle basi militari. Nel tempo queste forme di resistenza hanno dato origine a soggettività e forme di agency diverse, intrecciandosi ed arricchendosi di esperienze maturate altrove. Temporalmente parliamo di tre momenti storici, il primo abbraccia la debole opposizione di dissenso all’insediamento e consolidamento delle basi e dei poligoni militari e si chiude con la rivolta di Pratobello ad Orgosolo (1968), il secondo periodo è coincidente con la permanenza della base Usa a La Maddalena (1972-2008) e l’ultimo fa riferimento alla fase più recente di rilancio dell’azione contro le basi militari con il movimento regionale di A Foras (Fuori) (2014-oggi).