Tempo presente

 18.00

Franco Palazzi

pp. 180
Anno 2019
ISBN 9788869481222

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Descrizione

Franco Palazzi
Tempo presente
Per una filosofia politica dell’attualità

Cosa resta oggi della vocazione pubblica della filosofia politica? Tra dibattiti sempre più astratti e destinati esclusivamente agli addetti ai lavori e la mancanza di canali appropriati per instaurare una relazione costruttiva con il mondo fuori dell’accademia, l’impressione è che non ne rimanga molto. In particolare, afferma l’autore, è passata in secondo piano la relazione tra il pensiero politico ed il presente, tra il confronto interno alla disciplina ed una critica del mondo circostante che non sia riservata a pochi, ma risulti comprensibile (e discutibile) per l’opinione pubblica nel suo complesso. I cinque saggi raccolti in questo volume rappresentano altrettanti tentativi di rivolgere su temi di bruciante attualità uno sguardo filosofico-politico, valorizzandone il potenziale di messa a fuoco e decostruendone, al contempo, alcuni punti ciechi. Discussioni teoriche come quelle sulla possibilità di un populismo di sinistra e sull’universalismo democratico vengono così rilette alla luce di eventi contemporanei. Che si tratti di osservare da vicino il potenziale radicale di un movimento come Black Lives Matter o di mettere in evidenza il portato epistemologico dell’hashtag #MeToo, di formulare una genealogia del razzismo che pare oggi improvvisamente diffondersi in Italia o di riflettere sulla complessa relazione tra neoliberalismo e malessere psichico, Tempo presente utilizza un ampio ventaglio di strumenti interpretativi per scandagliare le contraddizioni del presente, e stimolare l’immaginazione di un futuro più giusto.

Franco Palazzi sta completando un master in filosofia presso la New School for Social Research di New York ed è graduate fellow del Robert L. Heilbroner Center for Capitalism Studies. Ha pubblicato articoli e saggi in riviste scientifiche e volumi collettanei in italiano e in inglese, occupandosi principalmente di pensiero politico contemporaneo. Da diversi anni affianca alla ricerca accademica un’intensa attività di analisi e riflessione su eventi di attualità, collaborando con riviste e siti come “Doppiozero”, “Effimera”, “Jacobin”, “Open Democracy”, “OperaViva Magazine” e “Public Seminar”.

RASSEGNA STAMPA

Iride – Fascicolo 3, settembre-dicembre 2020

Riflessioni incarnate per una filosofia d’occasione
di Federica Merenda

Franco Palazzi, Tempo presente. Per una filosofia politica dell’attualità, Verona, Ombre Corte, 2019, pp. 198.

Tempo presente. Per una filosofia politica dell’attualità è un testo che colpisce per la posizione – non artificiosamente costruita, ma coraggiosamente riconosciuta e accolta – da cui muove l’autore. La posizione incarnata di un filosofo che vive e riflette nel suo tempo e sul suo tempo da una prospettiva anche geograficamente localizzata, tra l’Italia e gli Stati Uniti.
In una delle prime pagine dell’introduzione al volume, Palazzi chiarisce che «questo libro nasce certamente da una forma di delusione politica, da un disappunto radicale per l’andamento del mondo» (p. 7); in questo caso, è la delusione e non la meraviglia della filosofia antica la scaturigine dell’indagine filosofica, come l’autore riconosce riprendendo una riflessione di Simon Critchley sull’occasione della filosofia nell’età moderna (Simon Critchley, Infinitely Demanding. Ethics of Commitment, Politics of Resistance).
La confessata delusione politica è accompagnata da un sentimento di frustrazione rispetto all’impotenza di (gran parte della) filosofia politica contemporanea che pure prende a oggetto tematiche collegate a brucianti questioni di attualità, come le migrazioni e il razzismo, sebbene lo faccia da una prospettiva che l’autore percepisce perlopiù distante dall’esperienza, in uno iato tra posizionamento teorico ed esperienza sensibile che, lungi dall’essere una percezione isolata, ha portato alla ripresa di una riflessione sulla vocazione politica della filosofia e sul rapporto tra discorso filosofico e pratica politica testimoniata dal fiorire di scritti, tra lo scientifico e il divulgativo, su questo tema (Donatella Di Cesare, Sulla vocazione politica della filosofia).
Il dibattito menzionato si trova al cuore della disputa tra filosofia analitica e filosofia continentale particolarmente divisiva nella realtà anglosassone e presente anche nel contesto italiano (di cui costituisce un tentativo di ricostruzione, benché ormai risalente, il volume di Franca D’Agostini, Analitici e continentali). Rispetto a essa, proposte di supe- ramento vengono oggi avanzate da autori e autrici che propongono paradigmi alternativi, anche nel campo specifico della filosofia politica (tra queste, Lea Ypi, Stato e avanguardie cosmopolitiche).
Sebbene Palazzi muova da riflessioni epistemologiche, il suo scritto non è un saggio metodologico che propone un nuovo paradigma formale per l’analisi filosofica: se così fosse, tale sforzo risulterebbe contraddittorio rispetto all’enunciato proposito di tentare di recuperare la distanza individuata tra l’esperienza del presente e, da un lato, un approccio analitico-normativo avente per oggetto una realtà astrattamente concettualizzata che si propone di influenzare per sgocciolamento, utilizzando le parole di Lorna Finlayson (The Political is Political. Conformity and the Illusion of Dissent in Contempo- rary Political Philosophy), la prassi sociale e politica (p. 12) e, dall’altro, «molte opere di filosofia continentale […][che] non riguardano magari direttamente il presente inteso come stretta attualità, ma scavano nel passato per elaborare una storia del pensiero senza la quale gli eventi attuali risulterebbero incomprensibili» ma il cui «nesso tra la dimensione genealogica e la sua rilevanza per la contemporaneità resta spesso inespresso, o solo sommariamente indagato» (p. 16). Rispetto a queste ultime opere l’autore si pone in linea di continuità, nel tentativo di mettere tuttavia in luce il rischio di marginalità che esse corrono nel momento in cui tale scostamento non viene attenzionato adeguatamente.
L’inquadramento teorico sviluppato nell’introduzione è seguito da cinque saggi attraverso cui Palazzi si misura sul campo con la propria proposta, costituendo essi esempi di una riflessione filosofico-politica che scaturisce dall’urgenza di fatti, accadimenti del presente, che non si stagliano nel vuoto di una realtà da laboratorio ma nascono e si sviluppano tra le maglie del presente, della storia e delle sue rappresentazioni, ponendo questioni assoluta- mente rilevanti per chi ha scelto il lavoro intellettuale come professione e vocazione.
Il primo e il quarto capitolo costituiscono i contributi in cui il tentativo innovativo dell’autore risulta più compiuto, condividendo il focus sul tema che astrattamente sarebbe detto del razzismo, e che qui viene affrontato da Palazzi rispetto a due eventi specifici: la partecipazione di Black Lives Matter alla manifestazione svoltasi a seguito dell’uccisione di Timothy Caughman da parte di un suprematista bianco a New York e il tentato omicidio plurimo a sfondo razzista compiuto a Macerata nel 2018 da un cittadino italiano. Particolar- mente rispetto ai casi di razzismo, Palazzi sottolinea la necessità di una prospettiva incarnata, notando che «una delle costanti che accomuna alcune delle più importanti riflessioni sul razzismo è proprio il riferimento alla sua percezione fisica, al fatto che esso si senta; anche lo sguardo, in quest’ottica, non è più caratterizzato da una presa di distanze, ma assume una valenza bruciante, abrasiva – è uno sguardo che classifica, che giudica, che discrimina, che marchia a fuoco il corpo dell’altro» (p. 39); il filosofo rifiuta deliberatamente la prospettiva dello spettatore, adottando, rispetto alla protesta newyorkese, quella di partecipante alla manifestazione, di cui condivide col lettore anche impressioni emotive e fisiche.
Il secondo saggio rappresenta forse il capitolo più eccentrico rispetto al resto dell’opera. Più classico come impostazione, si concentra sul largamente dibattuto e controverso concetto di populismo, analizzato nel suo rapporto con il contesto democratico e rispetto al caso dei due movimenti che si sono fronteggiati nelle ultime elezioni presidenziali francesi, la destra detta populista del Front National di Marine Le Pen e il cosiddetto populismo di sinistra de La France Insoumise di Jean-Luc Melenchon.
Nel terzo capitolo, Palazzi si confronta con la campagna mediatica #MeToo considerandone il potenziale di liberazione rispetto alla condizione di ingiustizia epistemica ermeneutica e testimoniale – per utilizzare il linguaggio del contributo analitico di Miranda Fricker (Epistemic Injustice), che qui l’autore riprende – delle donne vittime di diverse forme di violenza non sempre riconosciute come violenza di genere dalle normative in vigore, riferendosi inoltre alla prospettiva femminista della situated knowledge di Donna Haraway (Situated Knowledges: The Science Question in Feminism and the Privilege of Partial Perspective).
Il volume si chiude con un capitolo su una questione decisamente poco discussa e presente nel dibattito non solo filosofico ma anche più generalmente scientifico contemporaneo, che pure riguarda gli accademici in prima persona: il tema della depressione e di altre condizioni di disagio psichico nel contesto della «accademia neoliberale», per cui la riflessione di Palazzi trae origine dal caso del suicidio di Mark Fisher, docente universitario, e dalla riflessione di Barbara J. Jago (Chronicling an Academic Depression, in «Journal of Contemporary Ethnography»). Palazzi descrive una realtà ben nota a chi ricopre o aspira a ricoprire una posizione nel mondo accademico, un mercato del lavoro in cui «la scarsità crescente di finanziamenti pubblici e la polarizzazione di quelli privati in una manciata di settori ad alta redditività nel breve periodo innesca una competizione all’ultimo sangue nella quale la possibilità di fare carriera rimanendo all’interno del sistema accademico è concessa soltanto a pochissimi di coloro che vi fanno ingresso» (pp. 183-184) e in cui si instaurano dinamiche di auto-colpevolizzazione meritocratica e ottimismo crudele: «se si darà il massimo e ci si sarà impegnati incondizionatamente alla fine si sarà tra gli eletti»; a tali pressioni già di per sé difficilmente sostenibili si aggiunge il fardello del lavoro di cura e di riproduzione sociale a carico delle accademiche (p. 188), di cui viene dato conto in una prospettiva intersezionale che apre a riflessioni che trascendono il contesto universitario.
Con questo testo Palazzi, che si proponeva esplicitamente fin dall’introduzione di voler contribuire a combattere la marginalità della filosofia politica nel dibattito pubblico contemporaneo, è riuscito a nostro avviso a individuare per la sua riflessione filosofica una dimensione appropriata, definita innanzitutto dal linguaggio adottato, chiaro e comprensibile anche a non specialisti ma che non rinuncia a uno spessore teorico mai banalizzante, e dalla scelta delle tematiche affrontate. Tematiche tra loro disomogenee, che raccolte insieme non dipingono una coerente ed esaustiva immagine della realtà, originando da una teoria costruita aprioristicamente e rilevante in rapporto alle dispute teoriche del momento; al contrario, la loro occasionalità riflette la spontaneità dell’azione umana, la cui rilevanza per il filosofo si costituisce in virtù del suo svolgersi in un certo tempo e in un certo spazio, che sono da lui abitati. Egli ne è toccato in prima persona come abitante del mondo del tempo presente ed è precisamente in virtù di tale coinvolgimento che non può rimanerne indifferente nelle proprie riflessioni, a meno di fingere uno scostamento tra l’essere persona umana vivente e l’essere filosofo che forse più naturalmente ci aspetteremmo dall’autore di un saggio filosofico.
Federica Merenda, Istituto Dirpolis, Scuola Superiore Sant’Anna, Piazza Martiri della Libertà 33, 56127 Pisa, federica.merenda@santannapisa.it.


 

Fata Morgana – 29 Luglio 2019

Intersezioni del presente
di Lorenzo Mari

Parte certamente da un titolo perentorio, e a suo modo spiazzante, l’esordio saggistico di Franco Palazzi. Del resto, quali altri saggi possono oggi vantare, già sulla copertina, un riferimento al tempo presente e alla filosofia politica dell’attualità? Pochi, forse pochissimi, se si escludono dal conteggio le forme del pamphlet.

Tutt’altro che pamphlétaires sono invece i toni e, soprattutto, l’impostazione teorico-metodologica del volume. A chiarirlo è un’introduzione – anch’essa intitolata “Pensare il presente”, a ribadire un generale ammanco della riflessione filosofica contemporanea e, allo stesso tempo, il peso specifico di una categoria generalmente considerata porosa e sfuggente – che vale da sola la lettura del volume… continua a leggere…

 

Consigli di Lettura 📚| ‘Tempo presente’ di Franco Palazzi
21 giu 2019 – Libreria Volare. Vedi

 


Le parole e le cose

L’innominabile attualità: ostacoli e sofferenze nel raccontare il presente
di Simone Bernardi della Rosa

1. Delusione e impotenza

La scorsa primavera, dopo aver iniziato da poco il dottorato, ho vissuto per qualche mese muovendomi fra tre città italiane (più una straniera, decisamente più fredda) per motivi universitari e personali. Non era un obbligo strettamente lavorativo – difficile trovare una netta linea di confine tra lavoro e non-lavoro in occupazioni come quella universitaria – ma forse l’unico modo per gestire la situazione in quel momento, e la mole di lavoro. Nello stesso periodo è uscito il primo libro (Tempo Presente. Per una Filosofia politica dell’attualità, edito da Ombre Corte) di Franco Palazzi, giovane dottorando che stava per trasferirsi in Inghilterra, conosciuto da poco in quella “zona franca cognitiva” che è ancora, per fortuna, Bologna. Si tratta di un libro che con un certo coraggio cerca di far emergere discorsi invisibili che fanno parte sia dell’accademia che del dibattito pubblico. In quel periodo della mia vita, mi hanno colpito particolarmente, soprattutto perché provenivano da un mio coetaneo, e cui io avevo sempre fatto fatica a dare corpo… continua a leggere >

 


OperaViva – 2 dicembre 2019

Orizzonti politici nell’atmosfera capitalista
Per una rivoluzione senza futuro
di Pietro Sarasso

Is it just me, or is it getting crazier out there?
Joker

Il presente esiste in oscillazione tra innumerevoli futuri, infinite possibilità inscritte nell’incertezza. Futuri possibili che cercano corpi presenti, in grado di tollerare la complessità di un ambiguo orizzonte politico. Sono prospettive in divenire che attendono di incarnarsi in un corpo sociale attualmente impotente e paralizzato, che non vede alcun futuro d’innanzi a sé, che non lo desidera. Le proposte politiche dei nuovi e vecchi partiti sembrano un rimpasto più o meno variegato di scorciatoie che ci illudono di rifuggire la nostra condizione di impotenza. Illusorie proprio perché a nulla serve sottrarsi al presente mitologizzando il passato (il make america great again! di Trump), e neppure abbagliare le prospettive future con illusioni sociolatriche di ripresa e crescita (magari green) inserite nell’attuale paradigma economico e sociale, quel tempo è finito, non solo perché le persone non saranno mai in grado di ripagare il debito accumulato, ma anche perché le risorse fisiche del pianeta sono vicine all’esaurimento. Non ci servono muri e non ci servono Viagra… continua a leggere >

 


Estratto – il Tascabile – 17.5.2019

Filosofia politica e attualità
Perché la filosofia sembra sempre più “inutile” e distante dal dibattito politico e culturale?

 


Estratto – L’indiscreto – 1/11/2019

Di depressione e mentalità coloniale
Il malessere mentale va “provincializzato”. Per poterne capire le cause, cioè, va collegato con il contesto in cui esiste e per questo oggi ha senso rileggere la vicenda della “sindrome nordafricana”.

UN ASSAGGIO

Introduzione
Pensare il presente

 

Per un pensiero della delusione

Ogni anno, nuove legioni di studentesse e studenti varcano le soglie dei nostri licei per apprendere che all’origine della filosofia ci sarebbe la meraviglia, lo stupore per noi stessi e ciò che ci circonda. Un esordio senza dubbio poetico, per quanto resti difficile stabilire se si tratti davvero di un’affermazione fondata – ma non è questo l’aspetto su cui vorrei concentrarmi. Anche dando per buona tale “spiegazione” della nascita di ciò che chiamiamo filosofia antica, non potrebbero che sorgere seri dubbi se la si provasse ad estendere ai periodi successivi.
C’è una inevitabile dose di arbitrio nel propendere per una genealogia invece che per un’altra, ma ho sempre trovato affascinante la tesi di Simon Critchley secondo la quale a monte della filosofia moderna non ci sarebbe tanto la meraviglia, quanto la delusione: niente più grandi sogni metafisici su “un’anima che avanza senza attrito verso la conoscenza di se stessa, l’essenza profonda delle cose e persino Dio”, ma la consapevolezza degli enormi limiti umani. Non si può che concordare con lui anche sul fatto che una delle forme più interessanti di delusione abbia un carattere politico – che sia legata, cioè, alla constatazione di vivere in un mondo violentemente ingiusto, pieno di orrore, in cui il sangue (prevalentemente altrui) viene versato con la più allegra noncuranza.
Questo libro nasce certamente da una forma di delusione politica, da un disappunto radicale per l’andamento del mondo. È stato scritto quasi per intero negli Stati Uniti durante i primi due anni della presidenza Trump – un momento storico che verrà senza dubbio ricordato come particolarmente buio e brutale –, ma mantenendo sempre un occhio puntato sulla realtà italiana – che pure vista dall’altro lato dell’Atlantico risultava chiaramente permeata da livelli di razzismo, etero-sessismo e ingiustizia sociale sempre più elevati e difficilmente rimediabili nel breve termine. Tuttavia, al centro del libro non c’è tanto un generico disagio nei confronti della congiuntura politica attuale, quanto piuttosto la sua intersezione con una forma meno appariscente ma per chi scrive egualmente bruciante di rammarico: quello derivante dalla constatazione dell’impotenza di gran parte della filosofia politica contemporanea di fronte ad uno scenario simile.
Ricordo di aver sperimentato quelle sensazioni il giorno stesso del mio arrivo negli Stati Uniti, alla dogana dell’aeroporto JFK, il 28 gennaio del 2017. Per una coincidenza del tutto involontaria, mi trovavo a mettere piede per la prima volta nel paese che mi avrebbe ospitato durante gli anni successivi nell’esatto momento in cui il cosiddetto Muslim Ban approvato dall’amministrazione Trump entrava in vigore – impedendo, tra l’altro, l’ingresso nel territorio nazionale alle persone provenienti da Iran, Iraq, Libia, Siria, Somalia, Sudan e Yemen. Su alcuni grandi teleschermi scorrevano due serie di immagini verso cui chi componeva la lunga fila per accedere al controllo documenti non poteva evitare di rivolgere lo sguardo. Il primo tipo di immagini era costituito da uno spot abituale della Homeland Security: una donna dai tratti caucasici e suo figlio conversano amabilmente con un addetto della dogana, il quale spiega al bambino che sta prendendo le impronte digitali della madre per evitare che in futuro qualche malintenzionata possa rubarne l’identità (una delle motivazioni più involontariamente comiche alle quali si potesse pensare, la cui demenzialità era accentuata dai sorrisi dei bianchissimi attori). L’altro gruppo di immagini proveniva dalla cnn, che trasmetteva aggiornamenti in tempo reale sulle notizie del giorno. In quell’esatto momento il titolo in evidenza sotto il busto del presentatore del notiziario ci informava che alcuni cittadini iracheni erano detenuti in quello stesso aeroporto in forza del Muslim Ban. Nel frattempo la tensione del personale dello scalo si era fatta palpabile, mentre diverse organizzazioni per la difesa dei diritti umani dichiaravano che i propri legali stavano arrivando sul posto ed all’esterno i tassisti della città, sfruttando una capacità organizzativa sviluppata in anni di lotte sindacali, avevano organizzato uno sciopero che avrebbe rallentato di molto i collegamenti. Il contrasto retorico tra i contenuti mostrati sui diversi schermi era talmente palese da sfiorare il parossismo: mentre un doganiere incredibilmente simile allo stereotipo cinematografico del nazista dell’Illinois ci rassicurava del fatto che le procedure repressive cui ci stavamo sottoponendo fossero state concepite per il nostro bene, dei viaggiatori in tutto uguali a noi eccetto che nel passaporto venivano arrestati in quel medesimo luogo solamente a causa della propria cittadinanza.