Spazio e politica

 14.00

Henri Lefebvre

pp. 141
Anno 2018
ISBN 9788869480898

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Descrizione

Henri Lefebvre
Spazio e politica. Il diritto alla città II
Prefazione di Francesco Biagi
Traduzione di Francesco Pardi

In “Spazio e politica”, costruito come secondo volume di “Il diritto alla città”, Lefebvre analizza criticamente un modo di operare corrente e disastroso, che usa far corrispondere punto per punto i bisogni, le funzioni, i luoghi, gli oggetti sociali in uno spazio ritenuto neutro, indifferente e oggettivo. In questo tipo di prassi va riconosciuto il principio della frammentazione dello spazio sociale, che è divisione del lavoro quanto divisione sociale, in una parola: alienazione. A questo modo di operare, si contrappone l’idea di “diritto alla città” riferito a una globalità e liberato dall’ideologia dominante, coercitiva e repressiva. “Diritto alla città” significa dunque diritto dell’uomo all’aggregazione, alla presenza totale in ogni punto, in ogni circuito di comunicazione, di informazione e di scambio. Ma questo non dipende tanto da una particolare ideologia urbanistica, né da un particolare approccio alla progettazione, quanto piuttosto dalla consapevolezza di una specifica qualità o proprietà dello spazio urbano: la centralità. Non esiste nessuna realtà urbana senza un centro, “senza un luogo di concentrazione di tutto ciò che può nascere e prodursi nello spazio, senza un luogo di incontro attuale o possibile di tutti gli ‘oggetti’, di tutti i ‘soggetti'”. L’esclusione dalla dimensione urbana dei gruppi, delle classi, degli individui, significa di fatto esclusione dal processo di civilizzazione e addirittura dalla società. Il diritto alla città è la lotta contro questa esclusione dalla realtà urbana, dalla centralità, oltre che il segno di una crisi che investe ogni organizzazione coercitiva e discriminante: i centri decisionali, di informazione, potere, opulenza, che insieme ricacciano l’uomo nelle periferie della politica, dell’informazione e della ricchezza. Centralità come unità di spazio e di tempo, contro ogni frammentazione, che è alienazione, divisione del lavoro e dello spazio. Un diritto alla città che richiede non una generica conoscenza dello spazio, ma la conoscenza della sua produzione. Prefazione di Francesco Biagi.

Henri Lefebvre (1901-1991) è uno dei maggiori filosofi del xx secolo. Autore di numerosi lavori tradotti in diverse lingue, attualmente gode di una riscoperta a livello mondiale. In italiano si possono leggere tra gli altri: La rivoluzione urbana (1970); Il marxismo e la città (1972); La produzione dello spazio (1974); Critica della vita quotidiana (1958-1961); e per i nostri tipi Il diritto alla città (2014).

RASSEGNA STAMPA

Carmilla – 16 Ottobre 2018
Dialettica della città e spazio dei movimenti
di Fabio Ciabatti

La miseria e il degrado urbani sono alcune delle caratteristiche più appariscenti delle società contemporanee a dieci anni dalla scoppio dell’ultima grande crisi mai realmente superata. Non si tratta però di un processo che possa essere attribuito semplicemente ad un mix di austerità, malagestione pubblica e speculazione edilizia. Queste sono solo le cause più prossime che rimandano ad una dinamica più profonda e cioè al rapporto contraddittorio, dialettico, tra città e capitalismo. Henri Lefebvre sostiene infatti che il capitalismo accresce a dismisura le città determinando una esplosione-implosione delle sue tradizionali caratteristiche. Detto altrimenti, la città è negata e, al tempo stesso, generalizzata a livello della società intera, come si può leggere in Spazio e Politica, un testo che, scritto nel 1974 e ripubblicato quest’anno in Italia, è stato concepito dal suo autore come secondo volume de Il diritto alla città, uscito nel 1967 e ristampato nel 2014, sempre da Ombre Corte. > continua a leggere


 

il manifesto – 13.03.2018

La città tentacolare dove si alternano controllo e resistenza
LUOGHI DEL POTERE. Riflessioni intorno a «Spazio e politica» del filosofo francese Henri Lefebvre, pubblicato da ombre corte
di Benedetto Vecchi

Henri Lefebvre è stato un filosofo anomalo nel panorama francese degli anni Sessanta e Settanta. Polemico con Louis Althusser, insensibile all’esistenzialismo di Jean-Paul Sartre, curioso ma diffidente verso il percorso di Michel Foucault, diffidente verso Nicos Poulantzasis e Charles Bettelheim ha seguito un percorso di ricerca segnato da tappe anticipatrici di quanto sostenuto e affermato dai movimenti sociali a lui successivi.
È stato così, ad esempio, per la Critica della vita quotidiana, dove quest’ultima è stata letta da Lefebvre come lo spazio sia della resistenza che della manipolazione da parte del potere costituito. Come si mangia, si abita, si ama, si studia, si crescono i figli sono attività che hanno a fare sia con il consolidamento dei rapporti sociali di produzione, attraverso l’azione dello Stato, che, all’opposto, con la critica dell’economia politica del quotidiano. Sono argomenti fin troppo seri per essere lasciati ai sociologi o ai guardiani dell’anima.
SULL’OPERA di Henri Lefebvre è però ben presto calato il silenzio. Solo recentemente, e dall’altra parte dell’Oceano, c’è stata una rinnovata attenzione alle sue tesi, grazie alla ricezione che ne ha fatto David Harvey quando ha indicato nel «diritto alla città» del filosofo francese non solo una parola d’ordine politica, ma un passepartout per cogliere le trasformazioni del capitalismo nella seconda parte del Novecento e dell’intero «ciclo neoliberista» giunto, secondo Harvey, alla fase discendente della sua secolare parabola. Ha fatto bene dunque la casa editrice ombre corte a pubblicare il libro di Lefebvre sul Diritto alla città e questo sullo Spazio e politica (pp. 141, euro 14), presentato come seconda parte e naturale evoluzione del primo. Per il filosofo francese, la città è interpretata non solo come il luogo dove la produzione e il consumo delle merci sono organizzati e gestiti. Il «pluralismo» degli stili di vita è – qui la continuità con l’elaborazione di Georg Simmel e Walter Benjamin è evidente – immanente allo sviluppo dello spazio urbano.
FIN QUI NULLA DI INEDITO, specialmente quando viene evocato il fatto che spesso i luoghi della produzione delle merci vengono scelti indipendentemente dalla vicinanza di una città. Città e produzione, infatti, non sempre coincidono e talvolta sono in tensione conflittuale tra loro, anche se i siti produttivi hanno bisogno di una città vicina o ne favoriscono la sviluppo, come attesta la storia urbana di gran parte del Novecento mondiale o, recentemente, la crescita di città quasi dal nulla nella Cina «fabbrica del mondo».
L’innovazione introdotta da Lefebvre alla fine degli anni Sessanta riguarda infatti la produzione dello spazio, una attività «produttiva» inedita rispetto al passato. Lo spazio urbano viene plasmato in base a una logica interna alla espansione capitalistica. In una scansione da forte sapore evoluzionista delle fasi dello sviluppo capitalistico, quella che inizia nella seconda parte del Novecento è per Lefebvre è una società urbana che si differenza dall’industrialismo.
In altri termini, la produzione dello spazio implica necessariamente la codifica urbanistica sia delle divisioni in classe delle società, tracciando linee di confine tra le classi – in Francia le banlieue sono i luoghi proletari per eccellenza, stabilendo gerarchie e enclave abitative secondo le linee della razza e del reddito percepito – che si rispecchiano nelle rappresentazioni iconografiche consentite dal design urbano e dalle opere di abbellimento delle città, del potere vigente.
È in questa produzione dello spazio urbano che vengono modellati i rapporti tra produzione, consumo, rendita e finanza, legittimando un vero e proprio uso capitalistico del territorio, che interviene nei periodi di crisi, di sovrapproduzione e contrazione dei profitti.
IN UNA FRASE dalle molteplici implicazioni, Lefebvre scrive che «il capitalismo si è conservato estendendosi allo spazio intero»: con questo indicando che la produzione dello spazio è fondamentale non solo per i rapporti di potere politici, ma per quelli sociali e di produzione en general. Inoltre, modifica la composizione della classe operaia, rendendo produttivi lavori da sempre ritenuti improduttivi, come quelli dei servizi, di assistenza alla persona, dei trasporti. Ed è per questo che Lefebvre preferisce parlare di proletariato e non di classe operaia, evidenziando la eterogeneità delle figure lavorative nella società urbana.
Gran parte della riflessione contenuta in Spazio e politica è stata condivisa da molti economisti, sociologi, urbanisti e filosofi successivi a Lefebvre, anche se con accenti e diversità evidenti. Mike Davis, Saskia Sassen, Neil Brenner, Manuel Castells, lo stesso David Harvey possono mettere l’accento su un aspetto piuttosto che un altro, privilegiare una dimensione della società urbana invece che un’altra, ma in qualche misura sono debitori nei confronti di Lefebvre.
La società urbana ha dunque la città come perno, collante, perché è in quello spazio che possono essere gestiti i flussi di capitale, merci, uomini e donne. E se nella fase industriale, produzione, consumo e distribuzione erano momenti distinti, nella società urbana sono strettamente connessi l’uno con l’altro in una frenetica e continua ridefinizione delle nuove geografie sociali del lavoro vivo.
CON LUNGIMIRANZA, Lefebvre scrive di giacimenti della forza-lavoro che sono prodotti per rendere funzionale l’uso capitalistico del territorio, fattore indispensabile per garantire stabilità alla società urbana.
Al di là di una visione naturalistica del lavoro presente in questo saggio, l’analisi di Lefebvre è importante perché indica nella produzione dello spazio sia un fattore economico che politico. E se per il primo aspetto occorre ripensare la distinzione tra lavoro produttivo e improduttivo, tra produzione, consumo e finanza, per la dimensione politica occorre constatare che l’eterogeneità degli stili di vita non solo è tollerata ma incentivatao da parte delle istituzioni della governance metropolitana.
IL FILOSOFO TEDESCO Siegfried Kracauer, scrivendo delle metropoli, indicava nell’erranza del tempo libero il momento di sottrazione al controllo del proletariato, esemplificato dalle segretarie che vagavano nella città per vedere le vetrine per poi concludere il pomeriggio di libertà in qualche sala cinematografica sognando una vita senza le stigmate del lavoro salariato.
Più realisticamente, questa alternanza tra controllo e resistenza è il nodo che i guardiani dell’anima non riescono a recidere. Perché il diritto alla città è momento di resistenza. E di costruzione di una società certo urbana, ma progettata per essere spazio di libertà.

UN ASSAGGIO

Prefazione
di Francesco Biagi

Si può amare una città, si possono riconoscere le sue case e le sue strade nelle proprie memorie più remote e segrete; ma solo nell’ora della rivolta la città è sentita veramente come l’“haut-lieu” e al tempo stesso come la propria città: propria poiché dell’io e al tempo stesso degli “altri”; propria, poiché campo di una battaglia che si è scelta e che la collettività ha scelto; propria, poiché spazio circoscritto in cui il tempo storico è sospeso e in cui ogni atto vale di per se stesso, nelle sue conseguenze assolutamente immediate. Ci si appropria di una città fuggendo o avanzando nell’alternarsi degli attacchi […]. Nell’ora della rivolta non si è più soli nella città.

Furio Jesi, Lettura del Bateau ivre di Rimbaud, in Il tempo della festa

1. Henri Lefebvre (Hagetmau 1901-Navarrenx 1991) è stato un filosofo e sociologo dell’urbano che ha attraversato intensamente l’intero “secolo breve”: compie sedici anni allo scoppio della Rivoluzione russa e muore due anni dopo la caduta del Muro di Berlino e qualche mese prima dell’implosione dell’Unione Sovietica. La sua lunga vita ha coperto quasi tutto l’arco del Novecento e non è un caso che egli ne abbia attraversato i momenti e le questioni più decisive.
Il dibattito italiano riscontra ancora diversi limiti ermeneutici e la ricezione della sua opera appare del tutto insufficiente: molti dei suoi lavori non sono stati ancora tradotti, mentre dei pochi di cui disponiamo la traduzione risale a trenta o quarant’anni fa. Si registra inoltre una profonda lacuna nella sua collocazione in bibliografia secondaria: la letteratura italiana, infatti, sembra aver recepito il pensiero di Lefebvre quasi esclusivamente attraverso la traduzione di alcune opere di David Harvey. D’altro canto, occorre osservare come l’attuale Lefebvre renaissance, nello scenario europeo e internazionale, lo sottoponga a una sorta di distorsione che lo riduce, di volta in volta, a un sociologo, a un urbanista, ecc. Al contrario, Lefebvre inaugura un nuovo tipo di filosofia, sulle orme di Marx ed Engels, capace di dispiegarsi simultaneamente sul piano teorico e sul piano pratico. È possibile individuare la cifra fondamentale della sua filosofia nell’interpretazione dei due filosofi tedeschi, che si caratterizza per l’incessante appello a unire la “teoria” filosofica alla “prassi” politica. Tale prospettiva è innanzitutto quella che permette all’autore di comprendere le trasformazioni della società fordista, dalla questione spaziale, passando per la vita quotidiana fino a una teoria generale della politica capace di abbracciare l’intera analisi della modernità capitalista.
Lefebvre concepisce la “critica filosofica” come uno strumento di trasformazione del presente. Non è errato, infatti, pensare che il passaggio agli studi afferenti alla sfera delle scienze sociali (compiuto fin dagli anni Quaranta) sia il frutto di una scelta politica di cui la filosofia necessitava: di fronte alle problematiche poste dalla società novecentesca e dai sistemi a capitalismo avanzato, ha ritenuto necessario imboccare una direzione inedita anche rispetto al suo lavoro precedente. Egli ha sempre creduto che la filosofia di Marx e Engels fosse una critica della vita quotidiana. Sottoporre a critica il capitalismo significa quindi mettere a fuoco la dimensione del quotidiano prodotto dalla modernità capitalista: la città e lo spazio urbano diventano il “laboratorio sociale” privilegiato per osservare le evoluzioni del capitalismo fordista e dare nuovo slancio alla tradizione marxista. Se, da un lato, contro l’idea althusseriana di fondare una “scienza teorica” marxista, Lefebvre ha contribuito a rivitalizzare gli strumenti di ricerca propri della critica marxiana, dall’altro, la vastità dei suoi interessi non ha permesso un giusto riconoscimento del suo originale contributo. Inoltre, l’aspro conflitto con il Partito comunista francese confina l’autore ai margini: nel 1958 viene espulso perché non intende piegare le proprie posizioni filosofiche ai dettami della normalizzazione staliniana. Tale esclusione avviene nonostante avesse partecipato alla lotta partigiana e fosse stato uno dei primi filosofi a tradurre alcune opere dei due pensatori tedeschi al fine di contribuire, fin dagli anni Trenta, a una solida formazione politica dei militanti del partito.
Nell’ultimo decennio la sua eredità è riemersa parzialmente, a macchia di leopardo, soprattutto grazie alla ripresa di alcuni concetti-chiave (come il “diritto alla città”, la “vita quotidiana” e la “produzione dello spazio”) nel campo degli studi urbani e degli studi culturali, ma la ricerca intorno al suo lascito teorico rimane ancora poco approfondita (spesso oggetto di una nefasta settorializzazione in discipline accademiche precostituite).

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