Razzismo, colonialismo e mitologie bianche

 19.00

Bernardo Paci

pp. 222
Anno 2022 (marzo)
ISBN 9788869482205

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Descrizione

Bernardo Paci
Razzismo, colonialismo e mitologie bianche
La storia rubata di Grande Zimbabwe

In questo libro si ricostruisce la storia delle interpretazioni coloniali di Grande Zimbabwe, il più grande sito in pietra dell’Africa subsahariana. Da questa “storia delle storie false” emergono le diverse forme materiali e simboliche della sua appropriazione all’interno della storia dei coloni bianchi e della corrispondente negazione della sua appartenenza alla storia indigena. Tale ricostruzione si snoda lungo l’intera storia della colonia di Rhodesia (oggi Zimbabwe), dove il sito si colloca, da prima della conquista fino agli anni immediatamente precedenti la decolonizzazione, spaziando dalla “riscoperta” europea da parte di Karl Mauch nel 1871 fino all’estremo tentativo di Robert Gayre di negare l’ormai dimostrata origine locale del sito nel 1972 e oltre, fino alle più recenti, peculiari interpretazioni ufologiche fiorite dopo la decolonizzazione. Le complesse, benché del tutto false, interpretazioni coloniali del sito nella loro successione storica diventano così uno specchio in cui leggere le trasformazioni culturali, sociali e politiche che investono la Rhodesia, insieme al vicino Sudafrica, nel corso di circa un secolo, insieme alle diverse configurazioni materiali e discorsive assunte dalla “razza”, la storia e la civiltà come strutture centrali del colonialismo, in un continuo intreccio con la storia transnazionale della colonizzazione dell’Africa, del razzismo scientifico e del suprematismo bianco. Attraverso questo caso di studio, e mediante la costruzione di un adeguato apparato teorico radicato nella concretezza del caso specifico, diviene così possibile trarre alcune conclusioni riguardo ai più generali fenomeni della negazione della storia e delle civiltà africane nella storiografia europea, del colonialismo d’insediamento e del razzismo coloniale.

Bernardo Paci è dottorando in Filosofia e Scienze dell’Uomo presso l’Università degli Studi di Milano, dove collabora con le cattedre di Storia della filosofia morale e Human-Animal Studies e con la rivista “Balthazar. Per un’etica dell’inclusione”. La sua pubblicazione più recente è La concezione neoliberale della storia: la saldatura tra neoliberismo e revisionismo storico in Friedrich von Hayek sulla rivista “Materialismo Storico”, per cui ha ricevuto il Premio Internazionale Domenico Losurdo 2020.

RASSEGNA STAMPA

UN ASSAGGIO

Indice

7 Introduzione

Per una storia delle storie immaginarie di Grande Zimbabwe; La questione del colonialismo d’insediamento: una dialettica di distruzione e appropriazione; “Lavoro di astrazione” e approccio materialista alla “razza”; Avvertenza; Ringraziamenti

19 Capitolo primo. Sulle tracce di Ophir: l’antica pista salomonica

Alle origini della pista salomonica: dalle prime fonti portoghesi a Karl Mauch; L’influenza della letteratura e il ruolo di Salomone e Ophir nell’immaginario imperiale inglese

37 Capitolo secondo. Salomone secolarizzato: la nuova pista sabea

Verso la Rhodesia: dall’occupazione alla spedizione di Bent; James Theodore Bent e la nuova pista sabea: gli scavi e le interpretazioni

58 Capitolo Terzo. “Gli inglesi del mondo antico”: l’ampia pista fenicia

Alle origini della pista fenicia: Rhodes a Grande Zimbabwe e la cronaca di De Waal; La costruzione imperiale della pista fenicia: Wilmot e il ritorno di Haggard; Ophir, Punt e l’oro: ultimo atto? Carl Peters, la politica coloniale e il mito

81 Capitolo quarto. Sincretismo mitologico: l’ufficializzata pista sabeo-fenicia

La Compagnia delle Antiche Rovine e la sintesi di Hall; Hall a Grande Zimbabwe: il mito realizzato e l’appropriazione coloniale

106 Capitolo quinto. Apartheid e filosofia della storia: la timorosa pista neofenicia

Decolonizzazione e apartheid: un contesto storico radicalmente mutato; Grande Zimbabwe in tempi d’apartheid: la pista neofenicia di Bruwer; Paura del “genocidio bianco”, filosofia della storia coloniale e Africa
132 Capitolo sesto. Verso Gayre: il diffusionismo, l’ipotesi camitica e l’internazionale razzista

Dal diffusionismo all’iperdiffusionismo: Elliot Grafton Smith e Raymond Dart; Alle origini dell’ipotesi camitica: dalla Bibbia alle teorie della razza; Ipotesi camitica: il ruolo dell’Italia e la sintesi di Charles Seligman; L’internazionale razzista, “The Mankind Quarterly” e Robert Gayre

158 Capitolo settimo. Robert Gayre a Grande Zimbabwe: la contorta pista della razza bianca

Diffusionismi, ipotesi camitiche, civiltà megalitiche: Gayre a Grande Zimbabwe; I costruttori bianchi di Grande Zimbabwe e una peculiare filosofia della storia

181 Capitolo ottavo. È più facile credere agli Ufo che alle civiltà africane: le curiose piste aliene

Antichi astronauti e razzismo extraterrestre in Von Däniken: Sitchin e Tellinger dagli Anunnaki a Grande Zimbabwe: il palazzo di Enki e gli ariani spaziali

205 Conclusione

Grande Zimbabwe, lavoro di astrazione, whiteness e distruzione/appropriazione coloniale; Oro, schiavitù, bianchezza, fallicismo: l’intersezionalità dell’oppressione; Contro il debunking: per un antirazzismo materialista e militante

213 Bibliografia e sitografia


 

Introduzione

Per una storia delle storie immaginarie di Grande Zimbabwe

La storia ricostruita in questo libro non è la storia di Grande Zimbabwe. Non lo è, innanzitutto, perché non ce n’è il bisogno, dal momento che studiose e studiosi assai più qualificati di chi scrive in ambito storico e archeologico svolgono da tempo ricerche documentali e sul campo atte a ricostruire la storia del sito e dell’area in cui si colloca, oggi racchiusa dai confini dello Stato postcoloniale di Zimbabwe. Se la ricerca archeologica scientifica è iniziata già nel 1905 con gli scavi di David Randall-MacIver, infatti, i tentativi di produrre storie relative alle rovine e ai popoli che le hanno costruite e abitate si susseguono almeno dall’inizio degli anni Settanta, con le ricerche di storia orale di Terence Ranger e David Beach, gli scavi e il tentativo di sintesi storica di Peter Garlake e il suo successivo dibattito con Thomas Huffman. A partire poi dalla caduta del regime suprematista bianco di Ian Smith e dalla nascita della Repubblica dello Zimbabwe, grazie anche alla crescente possibilità di accesso all’università per la maggioranza nera, che accrebbe il numero di storici e archeologi e permise la circolazione in ambito accademico delle conoscenze prima marginalizzate della popolazione locale, le ricerche si sono ampiamente moltiplicate, ed esiste ormai un dibattito ricco e diffuso così come un consistente numero di monografie cui fare riferimento.
Pertanto, sebbene ancora moltissime questioni restino aperte e dibattute, le linee generali della storia della regione e del sito sono ormai ben definite: ad un livello molto generale, si può dire con certezza che l’attuale Zimbabwe sia stato abitato da popoli di lingua bantu a partire dai primi secoli d.C., che verso l’anno 1000 vi abbiano avuto luogo importanti mutamenti culturali e avanzamenti tecnologici, e che ne sia scaturita una potente entità statale, cui ci si riferisce come “Regno di Zimbabwe”. Questo esercitò l’egemonia sulla regione fra i fiumi Zambezi e Limpopo fino al xv-xvi secolo, basando il proprio potere in particolare sul controllo dell’estrazione, della lavorazione e del commercio dei metalli, in specie con la costa Swahili, e sull’autorità religiosa; durante questo periodo furono edificate numerose costruzioni in pietra (oggi ne restano circa 150), la cui tecnologia probabilmente si originò dalla costruzione di muri di riempimento nelle caratteristiche formazioni granitiche della regione; la maggiore e più imponente di queste costruzioni è costituita da Grande Zimbabwe, la più grande struttura in pietra dell’Africa subsahariana.
Il sito presenta una stratificazione di costruzioni in tempi differenti, probabilmente fra xii e xiv secolo, ed è usualmente diviso in tre aree: le rovine sulla collina, le più antiche, il Grande Recinto, e le rovine della valle che lo attorniano. Nella sua interezza, il sito costituiva una città di notevoli dimensioni, che al suo massimo splendore ospitava probabilmente più di 15.000 abitanti, con architetture che combinavano la costruzione in pietra di muri e terrazzamenti a scopo abitativo e le tradizionali capanne in daga, un caratteristico fango rosso estremamente ben lavorabile e di notevole durezza una volta seccato. Al suo interno sono stati ritrovati numerosi esempi di arte e manifattura locale, a partire dai famosi uccelli di steatite simbolo del paese, così come resti di attività produttive e beni di lusso ottenuti per vie commerciali e provenienti da tutto l’Oceano Indiano. Col declino progressivo di Grande Zimbabwe, tradizionalmente associato all’esaurimento delle scorte di sale, ma su cui in realtà c’è ancora molto dibattito, il potere passò nei secoli successivi ad altri centri, e il potente regno che i portoghesi trovarono nel xvi-xvii secolo era ormai noto come “del Mwene Mutapa”, ancora legato alla lavorazione e al commercio di metalli così come alla costruzione in pietra, ma gravitante più a nord del precedente. Verso il xviii secolo si sarebbe assistito ad un ulteriore passaggio di potere verso quella che fu definita “confederazione Rozwi”, un popolo prima sottomesso al Mwene Mutapa, il cui centro gravitava invece più a ovest, e che edificò a sua volta costruzioni in pietra, come quelle di Khami e Dhlo Dhlo. Quel che ne seguì dal xix secolo, con le invasioni di popoli del sud e poi la colonizzazione, è storia contemporanea, e avremo modo di farvi cenno nel corso dell’esposizione, anche se torneremo talvolta anche su periodi precedenti.