Palestre di precarietà

 18.00

Andrea Caroselli

pp. 183
Anno 2022 (giugno)
ISBN 9788869482236

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Descrizione

Andrea Caroselli
Palestre di precarietà. Una etnografia delle pratiche conflittuali nella formazione tecnica e professionale

Il libro presenta i risultati di una lunga ricerca etnografica svolta all’interno di due scuole superiori romane caratterizzate dall’accogliere una popolazione studentesca marginalizzata e dalla traiettoria scolastica e sociale subalterna. All’osservazione si accompagna un’analisi dei percorsi e delle condizioni socio-esistenziali che segnano molte delle biografie e restituiscono un quadro del rapporto conflittuale che gli alunni intrattengono con i mondi della scuola che frequentano. Scuole orientate alla regolazione, all’addestramento, alla precarietà lavorativa ed esistenziale.
Il volume si propone di rimettere al centro del dibattito la violenza “dolce” dell’istituzione scolastica, i suoi meccanismi segregativi e il rimosso di un’esperienza di classe, attraversata e divisa da diversi processi di razzializzazione, che è raramente affrontata nelle sue molteplici sfaccettature. In mancanza di linguaggi che colgano il nocciolo delle problematiche esistenziali di questi adolescenti, tale rimosso si ripresenta in forme che possono apparire talvolta autolesionistiche, sprezzanti o fini a sé stesse, ma, in ogni caso, “maledette” e destinate a riprodurre le stesse condizioni che le hanno generate.

Andrea Caroselli si è laureato in Discipline Etno-Antropologiche presso l’Università La Sapienza con una tesi sui processi scolastici di segregazione e razzializzazione. Ha poi conseguito un dottorato di ricerca in Scienze Sociali presso l’università di Padova lavorando sugli stessi temi.

RASSEGNA STAMPA

UN ASSAGGIO

Indice

7 Introduzione

Nella problematica “vissuta”; Tra cortili e corridoi; Rapporti di Auto Valutazione (RAV); La preparazione alla precarietà

35 Capitolo primo. Disobbedienza scolastica

1. Ragazzi “indisponibili”; 1.1 Tattica passivo-aggressiva; 1.2 La tattica ludico-ridicolizzante; 1.3 La tattica evasiva; 1.4. Il conflitto; 2. L’ordine disciplinare; 3. Società civile e società politica; 4. Lezioni “progressiste” e lezioni di legalità

76 Capitolo secondo. Fare fronte alla deprivazione

1. Ștefan: “essere romeno”; 2. Luca: “da tutte le scole m’hanno cacciato”; 3. Matteo ovvero “so’ un povero de’ merda”; 4. Il processo; 5. Navigare a vista

121 Capitolo terzo. “Scuola di merda” e (dis)valore sociale

1. “Hai visto do’ stamo?”; 2. “Ma secondo te so’ stupido Andre’?”; 3. Corpi e animalità; 4. Ce deve sta’ rispetto. Lei rispetta me e io rispetto lei”; 5. La squalifica della “razza”; 5.1 ITIS Meucci; 5.2 IPSIA Parini

165 Capitolo quarto. “Dalla scuola al cantiere”

1. L’istituzione totale; 2. Doin’ nothing; 3. Tra contro-condotta e cultura formale; 4. Gli effetti perversi della dominazione; 5. Palestre di precarietà

197 Conclusioni

201 Ringraziamenti

203 Riferimenti bibliografici


 

Introduzione

Questo volume restituisce i risultati di una ricerca etnografica svolta all’interno di due istituti romani, l’uno tecnico, l’altro professionale. I due istituti sono accomunati dalla presenza di una popolazione scolastica esclusivamente maschile, per larga parte proveniente dal variegato mondo delle classi popolari, e vengono considerati in molti casi “l’ultima spiaggia” per studenti dalle traiettorie scolastiche interrotte. Sono caratteristiche delineate, come vedremo, anche all’interno degli stessi documenti con cui le scuole si auto-descrivono, ossia i Rapporti di autovalutazione ministeriale (rav), in cui evidenziano le difficoltà a raggiungere gli obiettivi richiesti, finendo spesso per attribuirne la responsabilità alla “tipologia di utenti”, le cui “qualità”, senza molti eufemismi, sono considerate inadeguate a permettere alle istituzioni di eccellere (Illuminati 2018; rav 2018). Si tratta di scuole ed esperienze scolastiche che, al di là della retorica sull’importanza dell’istruzione, sono spesso invisibilizzate nel dibattito pubblico, il quale raramente riesce a riconoscere le stratificazioni di un’istituzione percepita come essenzialmente uguale per tutti. I “discorsi colti”, che solitamente definiscono la scuola come campo di contesa politica, non cessano infatti di situare le meccaniche della disuguaglianza all’esterno delle mura scolastiche. L’attenzione, necessaria e assolutamente condivisibile, alla mancanza di fondi e alle politiche di ristrutturazione economica che hanno colpito la scuola negli ultimi decenni, non può prescindere dal continuare a interrogarsi sul rapporto, spesso conflittuale, che molti dei ragazzi intrattengono con le dimensioni dell’istruzione formale.
Di quale scuola stiamo parlando quando parliamo di scuola? Di quale esperienza scolastica? Sono domande necessarie a una problematizzazione sostanziale del processo scolastico che molto spesso, tuttavia, non vengono formulate. La conseguenza è quella di limitarsi a una mera osservazione critica della progressiva sottomissione del campo dell’istruzione alle logiche di mercato. Al di là dell’educazione civica, dell’educazione alla cittadinanza e della formazione umanistica, si rischia di dimenticare quanto la cultura che si vorrebbe difendere, anche nelle sue forme meno strettamente mercantiliste, sia tutt’altro che neutrale. Che vuol dire parlare di istruzione per chi, distante dai modelli di socializzazione delle classi medie e alte, porta con sé altre storie, altri percorsi, altre culture, e che della scuola ha sempre sentito la violenza “dolce e neutrale” inscritta nei suoi giudizi e nelle sue valutazioni? Perché molti dei ragazzi dell’etnografia affermano di preferire il lavoro alla scuola salvo poi ritornare e ritornare, rimuginare sulle apparenze di una scelta? Nella ricerca a emergere è il rapporto con un sapere che, per quanto possa adornarsi dei segni dell’uguaglianza e dell’universalità, continua a mostrare il suo viso selettivo ed escludente a coloro i quali non ne condividono i presupposti. Sono ragazzi che percepiscono la propria estraneità e che, questo il punto dolente per ogni teoria che si limiti a denunciare solamente deprivazione e ineguaglianza, alla sanzione scolastica replicano con un altrettanto perentorio rifiuto, non riuscendo a cancellare mai del tutto la sofferenza per un metro di giudizio che non gli appartiene e non li riconosce. Carichi di un loro particolare scetticismo alle sirene liberali e progressiste, essi spesso ostentano un rifiuto indolente, un rifiuto ridente o un rifiuto rabbioso, ma pur sempre un rifiuto, al quale non sarà sufficiente, come ricordano Paul Gilroy ed Errol Lawrence (1988), rispondere continuando a considerarli delle “vittime ignoranti” a cui offrire nuove dosi di “educazione borghese”.
È necessario tenere presente la specificità del luogo, inteso in senso biografico-sociale, in cui si situa la ricerca. Si tratta di carriere scolastiche in via di conclusione, di istituti in cui i ragazzi ritrovano “sé stessi” nei propri compagni, in cui la disillusione degli uni fa da specchio alla disillusione degli altri e si negozia con il “realismo” del corpo docente. Se in molti casi la scelta dell’indirizzo è avvenuta senza grosse pianificazioni, per questioni di presunta facilità, per l’accumulo di espulsioni o perché convinti del carattere professionalizzante dell’istituzione, emergerà quanto dietro alle decisioni confuse e contraddittorie, come lo sono sempre quelle dell’adolescenza, si nasconde quasi sempre quella riproduzione di una fissità castale, colloquialmente chiamata il “caso della vita”. […]