Liberare le migrazioni

 10.00

Gennaro Avallone

pp. 115
Anno 2018
ISBN 9788869481550

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Descrizione

Gennaro Avallone
Liberare le migrazioni. Lo sguardo eretico di Abdelmalek Sayad

Abdelmalek Sayad è stato uno dei più importanti, profondi e rispettosi ricercatori delle migrazioni. La sua critica delle visioni dominanti costruite sulle esperienze migratorie, tendenti a legittimare la produzione di soggetti con diritti ridotti, è stata decisiva. E lo è ancora di più oggi, in un mondo che, incessantemente, trasforma le persone migranti in merce utile per i profitti economici e per la propaganda politica. La sua ricerca ha, dal punto di vista epistemologico, metodologico e politico, un valore generale, che, mettendo in discussione le teorie fondate sul pensiero di Stato, sulla separazione tra nazionali e non nazionali, sulla dissociazione tra emigrazione e immigrazione, riconosce l’autonomia delle migrazioni, il suo scandalo ma anche il prezzo, spesso drammatico, pagato dalle persone per il suo esercizio. Abdelmalek Sayad ci propone uno sguardo eretico e un’alleanza tra eretici, tra tutti i soggetti che non accettano di subordinare la libertà, la giustizia e la vita delle persone all’ordine nazionale e nazionalistico che gerarchizza gli esseri umani attraverso il dispositivo selettivo della frontiera.

Gennaro Avallone è ricercatore in sociologia dell’ambiente e del territorio presso l’Università di Salerno. Tra le sue pubblicazioni: Sfruttamento e resistenze. Migrazioni e agricoltura in Europa, Italia, Piana del Sele (ombre corte, 2017). Ha curato, con Salvo Torre, Abdelmalek Sayad. Per una teoria postcoloniale delle migrazioni (Il Carrubo, 2013) e, con Enrique Santamaría, Abdelmalek Sayad: una lectura crítica. Migraciones, saberes y luchas (sociales y culturales) (Dado ediciones, 2018). Per i nostri tipi ha inoltre curato: Ecologia-mondo e crisi del capitalismo La fine della natura a buon mercato
di Jason W. Moore

Rassegna stampa

Il manifesto – 04.12.2018

Fuori dal perimetro dei propri confini
di Sandro Mezzadra

Saggi. Una riflessione intorno a «Liberare le migrazioni. Lo sguardo eretico di A. Sayad» di Gennaro Avallone, uscito per ombre corte

Pensare la migrazione torna a essere un compito politico imprescindibile nel nostro tempo. Lo impongono da una parte i nazionalismi risorgenti in molte parti del mondo, manifestazioni estreme – e tuttavia almeno provvisoriamente efficaci – di una politica dell’identità organizzata attorno a confini che si vorrebbero saldi e impenetrabili. Ce lo chiedono tuttavia anche le pratiche di donne e uomini in movimento, che continuano a sfidare quei confini, sempre più spesso in forme collettive e organizzate: è accaduto attraverso la «rotta balcanica» in Europa nell’estate del 2015, accade in questi giorni in Messico.
TRA I MOLTI INTERVENTI a proposito delle cosiddette «carovane dei migranti» centroamericani che si dirigono verso il confine con gli Stati Uniti, ne segnalo due: Óscar Martínez, autore di uno straordinario reportage sulla migrazione di transito in Messico (La bestia, Fazi, 2014), ha sottolineato in un articolo per l’edizione in spagnolo del New York Times come la scelta di dare visibilità al carattere di massa della migrazione rappresenti un modo adeguato per rendere sicura la rotta, evitando gli ostacoli spesso letali di cui è usualmente disseminata (per via dell’azione dei cartelli del narco-traffico, dei corpi di polizia e di gruppi paramilitari). Amarela Varela, ricercatrice messicana che da molti anni lavora su questi temi, scrivendo per eldiario.es si è spinta oltre, parlando di un vero e proprio «movimento sociale in cammino per una vita che valga la pena di essere vissuta».
Si potrebbe naturalmente discutere a lungo di questo movimento sociale, degli effetti che produce nei Paesi di origine (in questo caso prevalentemente, anche se non soltanto, l’Honduras), di transito (il Messico) e di agognata destinazione (gli Stati Uniti). Varrebbe senz’altro la pena di farlo, anche in riferimento ai movimenti migratori che continuano a indirizzarsi verso l’Europa. Quel che intanto va comunque fissato è il carattere di autonomia che sempre più marcatamente caratterizza la migrazione contemporanea: non certo nel senso che si debba ridimensionare il rilievo delle «cause», delle determinazioni strutturali delle migrazioni, ma piuttosto per evidenziare da una parte la crescente consapevolezza e ostinazione delle donne e degli uomini che ne sono protagonisti, dall’altra il fatto che i loro movimenti si pongono costitutivamente in eccesso rispetto ai regimi dell’asilo e alle fantasie governamentali di una migrazione «ordinata e gestita» sulla base di sempre più sofisticati parametri economici e demografici. Pensare la migrazione, oggi, significa in primo luogo pensare questo eccesso e questa autonomia, indagarne – senza alcuna inclinazione apologetica – le forme di manifestazione e ragionare realisticamente sulle sfide che pongono a un’azione e a una teoria politica che rifiutino di restare confinate nel perimetro della nazione.
Per chi voglia assumersi questo compito (e sono per fortuna molte e molti a farlo quotidianamente, in Italia come altrove), il sociologo algerino Abdelmalek Sayad continua a essere una fonte essenziale di ispirazione. Il libro di Gennaro Avallone (Liberare le migrazioni. Lo sguardo eretico di A. Sayad, ombre corte, pp. 117, euro 10), che ormai da diversi anni lavora su questi temi, ne è un’eccellente dimostrazione. Vissuto a lungo in Francia, Sayad è autore di studi classici sulle migrazioni, tra cui va ricordato almeno La doppia assenza (pubblicato in italiano da Cortina nel 2002). Concentrandosi sul caso «esemplare» della migrazione algerina in Francia, quel libro intraprendeva effettivamente un tentativo di «liberare le migrazioni», in primo luogo sotto il profilo che si può definire epistemico – ovvero sottoponendo a una critica rigorosa l’apparato concettuale e il linguaggio che informano la costruzione dell’oggetto «migrazione» tanto nel discorso pubblico (nella «doxa») quanto nella ricerca scientifica.
«PENSARE L’IMMIGRAZIONE», ha scritto Sayad in uno dei suoi passi più noti, «significa pensare lo Stato ed è lo Stato che pensa se stesso pensando l’immigrazione». In un bel libro di qualche anno fa (Migranti e Stato, ombre corte, 2016), Fabio Raimondi ha mostrato come queste parole invitino ad assumere la migrazione come punto di vista per articolare una critica rigorosa e radicale dello Stato moderno.
Avallone svolge a sua volta questa indicazione, ponendo in particolare l’accento sui modi con cui il «pensiero di Stato» comprime l’autonomia dei migranti all’interno dei confini nazionali, che si riflettono tra l’altro nella grande partizione tra «emigrazione» e «immigrazione». Costruiti secondo i codici della «società di accoglienza» o della «società di provenienza», i migranti sono catturati in una relazione «in cui occupano la posizione di oggetto, determinati da altri». Riscattare l’autonomia delle migrazioni significa conseguentemente esporre in piena luce la soggettività dei migranti, assumerla non solo come criterio di orientamento della ricerca sulle migrazioni ma anche come punto di vista sull’insieme degli ordini al cui interno quella soggettività si esprime, subendone le coazioni ma anche agendo come forza di trasformazione. In questo senso, per Sayad, la migrazione si configura come un vero «fatto sociale totale».
L’AUTORE DÀ CONTO efficacemente della portata letteralmente sovversiva della proposta di Sayad, sia rispetto alle teorie della migrazione sia rispetto alle potenzialità politiche dell’azione dei migranti una volta che quest’ultima venga liberata dalla tirannia dell’«ordine nazionale» e dalle determinazioni coloniali che continuano a segnare quell’ordine sotto il profilo dei rapporti di potere a livello globale. Lo «sguardo dell’autonomia» che emerge da questa lettura di Sayad è indubbiamente un contributo prezioso sotto il profilo «epistemico»: sotto il profilo politico permette di cogliere e valorizzare i momenti di autonomia che, come dicevamo all’inizio, segnano i movimenti migratori contemporanei. Si tratterà di indagare questi movimenti, per molti aspetti diversi dalla migrazione algerina in Francia al centro del lavoro di Sayad, alla ricerca delle condizioni che consentano alla loro autonomia di incontrare altre «autonomie», altri movimenti con cui costruire coalizioni capaci di riqualificare la libertà e l’uguaglianza al di là della miseria dell’«ordine nazionale».


Dialoghi meditterranei – 1 gennaio 2019

Partigiani dell’eresia
di Cinzia Costa

Ho ben chiaro in mente il momento in cui ad un certo punto del mio percorso di studi, per riferirmi a un individuo che si è stabilito in un Paese o in una regione diversa da quella di origine, ho smesso di utilizzare il termine “immigrato”, per sostituirlo con l’espressione “migrante”. Questa ponderata scelta rientrava in un riesame del lessico utilizzato nel quotidiano, molto spesso fortemente viziato, anche quando appare neutrale (che comprendeva, per esempio, anche la sostituzione di “di colore” con “nero”, di “sesso” con “genere”, etc). La scelta di utilizzare il termine migrante era però strettamente legata alla lettura di un testo che per la sua franchezza, chiarezza e profondità, finì per diventare uno spartiacque nella mia percezione del fenomeno migratorio, come aveva peraltro ragion d’essere. La doppia assenza. Dalle illusioni dell’emigrato alle sofferenze dell’immigrato del sociologo algerino Abdelmaled Sayad, pubblicato in Francia nel 1999 e tradotto in Italia nel 2002 per i tipi di Cortina Editore, è considerato un caposaldo della sociologia delle migrazioni, in quanto apre la strada ad una corrente socio-antropologica che per la prima volta nella storia degli studi mette al centro della sua analisi il fenomeno migratorio… continua a leggere >

UN ASSAGGIO

Introduzione
Perché Sayad?

È la storia di una società che precipita e che, mentre sta precipitando, si ripete, per farsi coraggio, “Fino a qui tutto bene. Fino a qui tutto bene. Fino a qui tutto bene”. Il problema non è la caduta, ma l’atterraggio.
Hubert, L’odio, 1995

Abdelmalek Sayad è stato tra i più importanti, profondi e rispettosi ricercatori delle migrazioni. La messa in discussione che ha operato di molteplici e consolidati punti di vista politici, teorici e metodologici attorno all’esperienza migratoria, produttori di soggetti con diritti ridotti, è stata decisiva e rimane fondamentale anche se la sua produzione si è interrotta nel 1998. La portata del suo contributo non è limitata dal fatto che la sua analisi si sia basata principalmente sullo studio del rapporto tra migrazione algerina e società francese, dal momento che la sua ricerca ha, sotto il profilo epistemologico, metodologico e politico, un valore generale.

Oltre e contro il pensiero di Stato

L’analisi critica di Sayad inizia a partire dalla distinzione tra immigrazione ed emigrazione, esponendo la necessità di andare oltre questa divisione che, artificialmente, rompe le biografie di quanti si muovono dai luoghi di vita familiari verso luoghi diversi, alla ricerca di un lavoro e di condizioni di vita migliori per sé stessi e per i propri gruppi sociali di riferimento più prossimi. Sayad introduce, di conseguenza, il concetto di migrante per riferirsi alla persona che vive tale esperienza di mobilità spaziale attraversando le frontiere di uno o più Stati. Il migrante è costruito contemporaneamente e in maniera indistinguibile dai processi di emigrazione e immigrazione, nel senso che è sempre un migrante, mai solo un immigrato o solo un emigrante, ma sempre una persona che emigra e immigra al tempo stesso, in maniera inseparabile.
In modo specifico, Sayad ha insegnato a mettere in discussione il modello teorico su cui si è basata la separazione tra emigrazione e immigrazione, che è il modello Stato-etno-centrico, espresso dall’approccio idraulico, così come da quello che guarda ai fattori di espulsione e attrazione (push & pull) e da quello della circolarità, collegati alla metafora dei flussi, riconoscendo e scoprendo in questo modo lo scandalo dell’autonomia delle migrazioni. Questa stessa autonomia mette in discussione lo Stato e le politiche di controllo, evidenziando l’incapacità della cittadinanza e della democrazia nazionale (e nazionalista, in quanto è strutturalmente e storicamente fondata sul pensiero di Stato) di essere dispositivi di inclusione sociale.
Allo stesso tempo, Sayad ha riconosciuto il prezzo pagato per questa autonomia: il prezzo della doppia assenza, della doppia pena, dell’essere fuori luogo, senza luogo, atopos, di essere un intruso, forza lavoro esclusa dallo spazio politico, un subalterno radicale che il passare del tempo non libera totalmente dallo status originario, come dimostra, ad esempio, la persistenza delle categorie di seconda e terza generazione.
Sayad ha anche messo in discussione le politiche scolastiche e abitative nei confronti dei migranti, nonché il concetto e le pratiche (materiali e simboliche) di integrazione, facendo analisi sul terreno concreto del governo delle persone migranti, collegando il cielo alla terra, ossia mostrando le connessioni tra la maniera di definire le migrazioni e le molteplici modalità attraverso cui le persone migranti vengono gestite, specificamente mediante atti amministrativi, leggi e politiche, di cui quelle abitative sono emblematiche.
Il lavoro di ricerca di Sayad non si pone, semplicemente, in opposizione a specifici provvedimenti politici o a singoli elementi culturali razzisti. Esso è un’indagine sul modo in cui le società guardano l’insieme dei propri membri e individuano e classificano gli altri, secondo logiche di separazione e contrapposizione gerarchica, dunque secondo logiche coloniali che governano le relazioni tra migranti e società di arrivo, tra uomini e donne fuori luogo e uomini e donne in luogo, tra forza lavoro e presenze sociali illegittime e forza lavoro e presenze legittime, tra quanti devono adattarsi e quanti hanno il diritto di sperare in percorsi di mobilità sociale.
Nel corso della sua vita intellettuale e di ricerca, Sayad ha posto una sfida alle vigenti analisi, visioni e definizioni teoriche e politiche, cercando di andare oltre ciò che è stabilito e imposto come dominante. Si può parlare, in definitiva, nel caso di Sayad, di una sociologia scomoda, di una sociologia per la liberazione, di una sociologia per liberare le migrazioni.

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