La costellazione chiaroveggente

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Enrico Petris

pp. 125
Anno 2019
ISBN 9788869481550

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Descrizione

Enrico Petris
La costellazione chiaroveggente
La filosofia della musica di Adorno

A cinquanta anni dalla morte è possibile fare un bilancio del ruolo che Adorno ha avuto nella filosofia della musica del Novecento. Paragonato ai due pensatori che più degli altri si sono occupati di estetica musicale, Bloch e Jankélévitch, quello di Adorno può essere considerato il tentativo, unico nella filosofia del Novecento per ampiezza e competenza, di pensare la musica come un sistema complesso e articolato, in cui conta l’analisi tecnica e razionale dei brani musicali, ma anche il loro significato estetico, il loro ruolo sociale, la loro componente educativa, politica e perfino utopica.
Il continente musicale che Adorno esplora è vasto e gli consente, a partire dal suo soggiorno americano, incursioni anche nel mondo dei mezzi di comunicazione di massa, ed in particolare della radio, che lo costringe a rivedere momentaneamente alcuni dei presupposti della sua sociologia critica. Nella complessa rete di relazioni in cui è immersa, la musica riesce a conciliare il suo ruolo ad un tempo di attrito e di comprensione della realtà.

Enrico Petris lavora al liceo “Marinelli” di Udine ed è autore di Rosso, nero e Pasolini (Mimesis, 2015), Filosofia e servizi segreti. Il doppio mestiere dei filosofi analitici (Mimesis, 2016) e di Margini del 1968. Profeti e servizi segreti (Asterios, 2018).

Rassegna stampa

UN ASSAGGIO

Introduzione

Questo studio sul sistema musicale di Adorno propone una tesi apparentemente paradossale, controintuitiva e controfattuale. Quella cioè che intende mettere in luce gli aspetti sistematici del pensiero di Adorno.
Voglio sostenere che nei confronti del sistema quella di Adorno rappresenta una specie di negazione freudiana. Il precoce avvicinamento all’attività musicale sia in prima persona come compositore sia da spettatore ed ascoltatore ha rappresentato certamente un interesse precedente a quello per la filosofia, forse addirittura più intenso e ricco della ricerca teorica. Questo interesse non lo ha mai abbandonato e lo ha anzi accompagnato fino alla fine della sua carriera. Anche dal punto di vista dell’elaborazione del particolare lessico dell’autore, le pagine dedicate alla musica non hanno molto da invidiare a quelle di tenore filosofico. La compiaciuta arditezza linguistica, che mette spesso a dura prova il lettore, ha però almeno la scusante della possibilità di raggiungere grazie alle immagini dialettiche uno spazio di verità inaudita. Questo lampeggiare della verità è quanto ci è concesso dalle società totalmente amministrate del capitalismo maturo. Il sistema sociale dell’apparenza, l’epoca del brain washing e del lie detector, secondo Adorno si lascia decifrare a poco a poco ed in modo imprevisto e disordinato, di certo non in modo sistematico. E pur tuttavia, benché negato dalla porta principale della filosofia, il sistema rispunta dalla finestra della musica.
Dopo aver cercato di dare corpo a questa ipotesi, ho tentato di individuare, in alcuni singoli aspetti contenuti negli scritti musicali, i modelli del pensiero sistematico della musica individuandoli nell’inserimento dell’arte all’interno di quel processo sociale chiamato industria culturale, nella considerazione del carattere di feticcio della musica e nella sociologia dell’ascolto.
Pur avendo concentrato l’attenzione sugli studi musicali, la natura della tesi che propongo ha avuto bisogno di trovare punti di appoggio nell’intero corpus della produzione adorniana. Leggere Adorno rappresenta sempre anche una sfida per il pensiero. Il mio intento è stato quello di ridurre le asperità a costo di risultare scontato e perfino banale. Le difficoltà sono per lo più linguistiche, ma sono anche spesso determinate da un piacere insieme proustiano e narcisista per la costruzione sintattica abnorme e ridondante. Forse c’è un testo di Adorno che risulta di tranquilla leggibilità, sono le lezioni accademiche, in particolare quelle dei primi anni Sessanta, pubblicate postume. Quando si rivolge ai suoi studenti parla la lingua degli umani e mentre parla, i numerosi rimandi consentono di comprendere e assimilare anche i concetti vertiginosi delle opere maggiori. È una virtù che non dovrebbe essergli misconosciuta.
Ci si potrebbe legittimamente chiedere se esiste una qualche correlazione col fatto che i tre più grandi filosofi della musica del Novecento erano ebrei. Credo di sì ma non sono del tutto convinto che regga ancora la comoda risposta che individua nell’ebraismo una cultura dell’ascolto e non dello sguardo come fu quella greca.
Adorno è uno dei tre filosofi che hanno riservato alla musica una parte cospicua della loro produzione. Gli altri due sono Ernst Bloch e Vladimir Jankélévitch. Bloch considera importante la musica ma non al punto da poter sostituire la filosofia, per Jankélévitch invece tra musica e filosofia vi è simpatetica e complice porosità. Richiamare brevemente la filosofia della musica anche di questi due filosofi, Bloch e Jankélévitch, permette di aver un punto di confronto e di mettere alla prova la mia preferenza per Adorno. Va ad Adorno perché ha pensato la musica in modo più ampio, più complesso degli altri due. Il discorso non si estende però alle capacità di comprendere la musica o di collocarla all’interno delle arti. Qui non c’è paragone possibile perché non c’è canone. Già dire ‘comprendere’ la musica implicherebbe una modalità di effettuare il paragone che propende per la concezione adorniano-razionalistica della musica. Se invece di comprendere avessi adoperato ‘sentire’ la musica, la prospettiva forse si sarebbe rovesciata a favore dei cultori del feeling musicale, dell’alone di indeterminatezza emotiva che la musica produce avvolgendoci.
Non migliore prospettiva presenterebbe il giudizio in base alla collocazione della musica in rapporto alle altre arti e alla filosofia. Qui tutti e tre sarebbero d’accordo nel riconoscerle il primato fra le arti e nel ritrovare un’aria di famiglia con la filosofia talmente impressionante da credere di essere di fronte a delle gemelle. Per Jankélévitch, che ha una immaginazione più fervida di quella di Adorno, il parto gemellare di musica e filosofia è ciò che ci permetterà di salvarci dalla lontananza del totalmente altro. Sarebbe d’accordo anche Bloch su questo, ma non certo Adorno, più spinoziano degli altri due, per il quale non c’è un totalmente altro.