Il buon americano

 23.00

Tatiana Petrovich Njegosh

pp. 260
Anno 2020
ISBN 9788869480683

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Descrizione

Tatiana Petrovich Njegosh
Il buon americano.
Scrittura e identità nazionale in Henry James

Scrittore e teorico del romanzo otto-novecentesco di riconosciuta importanza, Henry James nasce a New York nel 1843, si trasferisce in Inghilterra nel 1876 e nel 1915, un anno prima della morte, chiede la cittadinanza britannica. L’espatrio, l’adesione apparentemente entusiasta al Vecchio Mondo e la rinuncia alla cittadinanza d’origine hanno a lungo orientato il giudizio critico, mettendo al centro dell’attenzione il rapporto con l’Europa e cancellando dal quadro interpretativo la relazione tormentata tra James e gli Stati Uniti d’America.
Ripercorrendo la lunga storia critica dello scrittore e muovendosi tra una pluralità di fonti primarie, questo lavoro dimostra la centralità dell’idea di nazione e il complesso intreccio tra identità nazionale, genere e razza nelle opere, nella vita, nella canonizzazione e ricanonizzazione di James. Per più di cento anni, James è stato al centro dell’agenda na-zionalista dei nascenti studi americani statunitensi in quanto americano espatriato e come tale modello negativo di anti-americano o, all’opposto, come americano ideale che grazie alla distanza dalla madrepatria riesce a guadagnare un punto di vista cosmopolita.
Nella ricostruzione di Petrovich Njegosh, il legame dello scrittore con la Gran Bretagna si rivela ambivalente, ma soprattutto non esclusivo. E mentre l’Italia diventa nel tempo esempio di modernità complessa, alternativa a quella statunitense, James assume il ruolo del “buon americano”, l’americano che nonostante l’espatrio mantiene l’identità delle origini.

Tatiana Petrovich Njegosh insegna Letteratura e cultura angloamericana e Storia della cultura americana all’Università di Macerata. Ha lavorato su T.S. Eliot, Edith Wharton, Anzia Yezierska, Dorothy West, Américo Paredes, Edwidge Danticat, ed è autrice di numerosi saggi su Henry James. Ha curato, con Anna Scacchi, Parlare di razza. La lingua del colore tra Italia e Stati Uniti (ombre corte, 2012). Fa parte di InteRGRace, gruppo di ricerca su razza e razzismi.

Rassegna stampa

UN ASSAGGIO

Introduzione
Il “buon americano”

My pair of early Charleston impressions were thus a pair of thin prismatic bubbles […] Prismatically, none the less, they had shown me the “old” South; in one case by the mere magic of the manner in which a small, scared, starved person of colour, of very light colour, an elderly mulattress in an improvised wrapper, just barely held open for me a door through which I felt I might have looked straight and far back into the past. The past, that of the vanished order, was hanging on there behind her […] and she knew this, and that I had so quickly guessed it; which led her, in fine, before I could see more […] to shut the door in my face.
Henry James, The American Scene

In un’intervista rilasciata trent’anni fa, lo scrittore afroamericano James Baldwin parlava del proprio rapporto difficile, in certa misura straniato, con gli Stati Uniti d’America, e ricordando l’esempio importante di Henry James, sottolineava come fosse possibile definire la relazione con il proprio paese d’origine esclusivamente “from a distance” (cit. in Leeming 1986, p. 53). La distanza evocata da Baldwin dice naturalmente della double consciousness teorizzata da W.E.B. Du Bois (Du Bois 1994, p. 16) e della necessità di guadagnare uno spazio di sicurezza, reale o simbolico, tra sé e la Segregazione, ma è anche il risultato di un movimento complesso, bidirezionale, che consiste nell’andare e nello stare in Europa per poi irrimediabilmente tornare indietro, in America. Il movimento suggerito e praticato dallo scrittore afroamericano sulla base della lezione letteraria e dell’esempio di vita di James è l’ingrediente materiale indispensabile per compiere uno scarto simbolico, per uscire dal proprio punto di vista di americano, e mettere in discussione una prospettiva limitata ed esclusiva, vedendosi finalmente in relazione, e per contrasto, con l’Europa: “I realized I was an American once I came to France” (Leeming 1986, p. 53). Mentre James sembra aver voltato le spalle all’America, Baldwin rimane nell’impossibilità di scegliere tra Vecchio e Nuovo Mondo, tra Europa e Stati Uniti: “I would have died if I had stayed in America. Which is, paradoxically, why I can never really leave […]” (cit. in Leeming 1986, pp. 51 e 53).
Questo studio nasce dalla constatazione di quanto invece la “connessione” con il paese d’origine di cui parla Baldwin rimanga per James sempre viva anche se (o proprio perché) dislocata, profondamente tormentata, talvolta distante talvolta affascinata, ma mai serena, in costante e problematica relazione con l’Europa. La distanza spaziale e prospettica che James (cittadino statunitense nato a New York nel 1843 e morto a Londra nel 1916 suddito di sua Maestà britannica) guadagna tra sé e gli Stati Uniti d’America non cancella il rapporto con gli Stati Uniti e non rimuove la relazione con la propria insopprimibile “americanità” e con la propria identità americana, mentre il trasferimento in Inghilterra non si traduce in una relazione fluida, facile ed esclusiva con il Vecchio Mondo, ma in un rapporto di costante frizione tra America ed Europa.