Femminismo senza frontiere

 22.00

Chandra Talpede Mohanty

pp. 245
Anno 2020
ISBN 9788869481628

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Descrizione

Chandra Talpade Mohanty
Femminismo senza frontiere. Teoria, differenze, conflitti
Introduzione e cura di Raffaella Baritono
Traduzione di Gaia Giuliani

Da Mumbai a Occupy Wall Street: è questo l’ideale filo rosso che Chandra Talpade Mohanty traccia nella prefazione all’edizione italiana del suo Feminism without Borders. Dal sud al nord del mondo, le donne sono protagoniste dei movimenti di lotta nati per denunciare e combattere gli effetti perversi dei processi di globalizzazione economica. Le loro battaglie contro lo sfruttamento, la privatizzazione dei beni comuni, la riproposizione di assetti patriarcali costituiscono il terreno di nuove forme di soggettività femminile, ma anche di costruzione di solidarietà transnazionali, di legami fra i femminismi del nord e del sud del mondo, dopo che si sono svelati i meccanismi che hanno riproposto, anche nei rapporti fra donne, dinamiche di potere caratterizzate da logiche di classe, razza ed etnia. Proprio a partire dalle tensioni e dal riconoscimento delle asimme- trie di potere che storicamente hanno attraversato i movimenti delle donne a livello globale, infatti, si possono individuare per Mohanty nuove forme di solidarietà che hanno come sfondo comune l’anticapitalismo e l’antimperialismo.
I saggi qui raccolti discutono quindi questioni cruciali della politica e del- la riflessione teorica femminista contemporanea: il rapporto tra ricono- scimento delle differenze e ricerca di un nuovo universalismo; il nesso tra riflessione teorica e attivismo femminista; le lotte delle donne del sud del mondo contro le politiche neoliberiste e la ricerca di nuove pratiche di resistenza e di solidarietà fra donne; la relazione esistente, infine, fra po- litiche della conoscenza e pratiche politiche femministe transnazionali.

Chandra Talpede Mohanty insegna Women’s e Gender Studies alla Syracuse Uni- versity. Al suo lavoro di ricerca si accompagna l’impegno politico in gruppi e associa- zioni transnazionali. Ha curato, assieme ad altre, Feminist Genealogies, Colonial Legacies, Democratic Futures (Routledge, 1997), Feminism and War: Confronting U.S. Imperialism (Zed Press, 2008) e The Sage Handbook of Identities (Sage, 2010).

Rassegna stampa

“Connessioni precarie”

Il margine che sta al centro. Chandra Talpade Mohanty e il Femminismo Senza Frontiere
di Paola Rudan

Leggi


 

IAPh Italia – 22 Luglio 2016

Chandra Talpade Mohanty – Pensare e agire la solidarietà femminista transnazionale: nuove connessioni tra lotte di liberazione al di là dei confini dello Stato-Nazione

Introduzione

Il mio intervento di oggi* vuole porre al centro i metodi di una critica femminista postcoloniale e antimperialista che connetta le lotte di liberazione di diverse geografie e che dischiuda orizzonti per pensare pratiche femministe di solidarietà transnazionale.

Ho sempre creduto che questi siano i temi del femminismo, quantomeno di un femminismo ancorato all’antirazzismo e all’impegno anticapitalista transnazionale, che mi tiene viva e mi dà speranza.

Questa è la ragione per cui voglio iniziare raccontandovi brevemente il mio trascorso politico e personale come femminista, poiché credo profondamente che la creazione di alleanze e di solidarietà attraverso il genere, la razza e la classe, nonché lo smascheramento dei dispositivi nazionali e sessuali, possa mostrare il cammino da intraprendere.

Essendo cresciuta a Mumbai, in India, e facendo parte della generazione post-indipendenza, è stato impossibile non essere consapevole sia dei vincoli e degli spazi coloniali (anche istituzionali), sia delle pratiche dei movimenti decoloniali, delle lotte globali e nazionali di liberazione, degli stimoli generati da una visione postcoloniale socialista e democratica. Sono arrivata a credere all’idea dei mandati generazionali.

Per la mia generazione post-indipendenza questo mandato consisteva nel prendere in considerazione molto seriamente i problemi teoretici come problematiche di decolonizzazione, attraverso l’acquisizione di una consapevolezza forte: decolonizzare coscientemente gli spazi e vedere gli effetti che questa pratica dava.
Quindi, per esempio, rivedere la programmazione ufficiale delle scuole superiori che raccontava solo la storia del Regno Britannico e praticamente niente sulla nostra storia locale, sull’origine della nostra comunità, mi ha portata ad analizzare gli strumenti di funzionamento del potere. Cosa lo rende visibile, naturale e normativo.

La decolonizzazione non può mai essere un processo formale che consiste solamente nel rovesciare i governi e sostituirli con le elite locali. Deve essere un più profondo processo insurrezionale che trasforma le strutture del sé, delle comunità, delle forme di governo, a tutti i livelli. Si tratta di ridisegnare attivamente il consenso, in modo corrispondente alle pratiche di resistenza e ai processi di dominazione psichica e sociale.
La decolonizzazione deve essere un processo collettivo ancorato nella storia indigena delle lotte, non si può immaginare di recarsi da un terapista e così decolonizzarsi. Non può essere un processo individuale, deve avvenire dentro spazi collettivi in cui si pensa e riflette sulle medesime cose e in cui ci si pone domande comuni.

In India, gli studenti medi e gli insegnanti delle superiori, a partire dagli anni ‘60 hanno iniziato a inserire, anche nei corsi di dottorato, le letture di Fanon, Margaret Cezair-Thompson e poi Marcuse, Althusser e Said per avere altre prospettive e capire le pratiche di decolonizzazione. Il mio impegno nel movimento studentesco, contro lo stato fascista dell’emergenza imposto da Indira Gandhi, all’inizio degli anni ’70, e nei movimenti di sinistra e anticapitalisti, ha smascherato il ruolo chiave della classe, della casta e dei fondamentalismi religiosi nell’esercizio del potere statale in India.

Il mio lavoro in Nigeria ha poi mostrato su diversi livelli le linee tracciate dal potere, attraverso il colore e la razza, fino a quando, trasferitami in Illinois negli Stati Uniti nel 1977, ho iniziato veramente a capire le politiche interconnesse ai concetti di razza, colore, classe, nazionalità, specialmente in relazione al genere e alla sessualità.
È stato in quel momento che sono diventata totalmente una donna immigrata di colore con radici nel Sud globale, e lo dico con grande consapevolezza e chiaramente, perché queste non sono solo etichette, sono modi importantissimi di collocarsi e di intendere se stesse.

La mia esperienza, alla fine degli anni ‘70 e nei primi anni ’80, è stata quella di una donna di colore, migrante trapiantata, che viveva negli Stati Uniti.
Dal 1998, sono anche una cittadina statunitense e l’identificazione mi sembra sempre più fragile tanto più che oggi ci si aspetta di essere cittadini senza mai riceverne il permesso, in un mondo post-11 settembre. > continua a leggere >

*Lezione di dottorato nell’ambito del ciclo di seminari intitolato “Gli studi postcoloniali e la questione della soggettività politica nella teoria radicale” organizzato dalla rete Deco[k]now presso l’Università L’ Orientale di Napoli, 21 Maggio 2015

UN ASSAGGIO

Indice

7 Introduzione
di Raffaella Baritono

25 Prefazione all’edizione italiana
Femminismo senza frontiere
di Chandra Talpade Mohanty

29 Sotto gli occhi dell’Occidente.
Ricerca femminista e discorsi coloniali

63 Cartografie della lotta.
Donne del Terzo Mondo e la politica del femminismo

115 Sorellanza, coalizione e la politica dell’esperienza

137 Lavoratrici e politica della solidarietà

176 “Sotto gli occhi dell’Occidente” rivisto:
solidarietà femminista e lotte anticapitaliste

216 L’impero nordamericano e il progetto dei Women’s Studies:
storie di cittadinanza, complicità e dissenso

237 Bibliografia


 

Introduzione
di Raffaella Baritono

1. “Ho scelto di vivere a Ithaca, New York, ma sempre come una persona originaria di Mumbai, India. Il mio lavoro trasversale alla razza e alla classe mi porta in luoghi e comunità nel mondo che sono tra loro interconnessi […][c]osì che i confini non vengono mai realmente fissati”: sono le parole usate da Chandra Mohanty in conclusione del suo saggio “Sotto gli occhi dell’Occidente” rivi- sto, incluso nel presente volume. In poche frasi, Mohanty eviden- zia alcuni dei nodi centrali della sua riflessione teorica: la necessità di rendere esplicito, sulla scia dell’insegnamento di Audre Lorde (1984), il posizionamento come scelta teorica e politica del fem- minismo contemporaneo che non nega, ma allo stesso tempo non ipostatizza le differenze (di genere, di classe, etnia, razza, orienta- mento sessuale) considerandole fortezze inespugnabili; l’attraver- samento dei confini intesi come linee mobili dello spazio geografi- co e politico; lo spostamento dei punti di vista e l’analisi critica del modo in cui sono state costruite categorie come quelle di Occiden- te o Terzo Mondo; la messa a fuoco del nesso differenze/agency al cuore della riflessione del femminismo postcoloniale.
Chandra Mohanty si impone all’interno del dibattito femmini- sta contemporaneo, alla metà degli anni Ottanta del Novecento, soprattutto con il suo ormai celebre Under Western Eyes: Feminist Scholarship and Colonial Discourses, pubblicato in una prima ver- sione sulla rivista “boundary 2”, che, rivisto e poi inserito nella raccolta Feminism Without Borders (da cui sono tratti tutti i capi- toli qui inclusi ad eccezione dell’ultimo), viene presentato per la prima volta in traduzione integrale1. […]

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