Antropocene o Capitalocene?

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Jason W. Moore

pp. 205
Anno 2017
ISBN 9788869480612

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Descrizione

Jason W. Moore
Antropocene o Capitalocene?
Scenari di ecologia-mondo nell’era della crisi planetaria
Introduzione e cura di Alessandro Barbero e Emanuele Leonardi

Che i drammatici cambiamenti climatici degli ultimi decenni siano dovuti alle emissioni antropogeniche di gas serra è un fatto acclarato, che non suscita serie controversie se non da parte di qualche sparuta setta negazionista. Quali siano le conseguenze di tale situazione è invece oggetto di discussione. Sempre più spesso si sente parlare, nei circoli accademici ma anche sui mass media, di “Antropocene”. Il premio Nobel per la chimica Paul Crutzen, che ha coniato il termine, intende con esso una nuova era geologica in cui le attività umane sono diventate il fattore determinante, decretando così la fine dell’Olocene. L’umanità come un tutto indifferenziato (e colpevole) da un lato, l’ambiente incontaminato (e innocente) dall’altro.
Jason W. Moore rifiuta questa impostazione e parte dal presupposto che l’idea di una natura esterna ai processi di produzione non sia che un effetto ottico, un puntello ideologico su cui si è appoggiato il capitalismo. Al contrario, il concetto di ecologia-mondo rimanda a una commistione originaria tra dinamiche sociali ed elementi naturali che compongono il modo di produzione capitalistico nel suo divenire storico, nella sua tendenza a farsi mercato mondiale. Il capitalismo non ha un regime ecologico, è un regime ecologico. Sfruttamento e creazione di valore non si danno sulla natura, ma attraverso di essa – cioè dentro i rapporti socio-naturali che emergono dall’articolazione variabile di capitale, potere e ambiente.
Si tratta dunque di analizzare la forma storica di questa articolazione – ciò che Moore chiama “Capitalocene”: il capitale come modo di organizzazione della natura – per fronteggiare l’urgenza dei disastri ambientali che ci circondano.

Jason W. Moore storico dell’ambiente e docente di economia politica presso il Dipartimento di sociologia della Università di Binghamton negli Stati Uniti, è membro del Comitato esecutivo del Fernand Braudel Center for the Study of Economies, Historical Systems and Civilizations. Capitalism in the Web of Life: Ecology and the Accumulation of Capital (Verso, 2015) è uno dei suoi ultimi lavori. Per i nostri tipi: Ecologia-mondo e crisi del capitalismo. La fine della natura a buon mercato (2015-2023).

Rassegna stampa

il manifesto – 6 luglio 2017

Il grande balzo del «capitalocene» sulla natura
di Gennaro Avallone

SAGGI. Una analisi dello studioso Jason Moore sull’ecologia mondo e la crisi planetaria per ombre corte

Il capitalismo non ha un regime ecologico, ma è un regime ecologico, cioè un modo specifico di organizzare la natura. Questa affermazione del docente alla Binghamton University Jason W. Moore costituisce una guida del tutto diversa da quella abituale per guardare alla cosiddetta questione ambientale. Quest’ultima è pensata, solitamente, come una conseguenza possibile del capitalismo ed invece è una sua dimensione costituiva, nel senso che il capitalismo si fonda sulla subordinazione della natura, umana ed extra-umana, alle necessità della produzione e accumulazione di ricchezza.
È questa una delle tesi fondamentali dello stesso Jason W. Moore nel libro Antropocene o Capitalocene. Scenari di ecologia-mondo nella crisi planetaria, edito da ombre corte (pp. 174, euro 15): un libro che permette di ragionare criticamente sul concetto di «Antropocene», tanto presente nel dibattito internazionale quanto assente in quello italiano.
L’INTRODUZIONE dei ricercatori Alessandro Barbero e Emanuele Leonardi facilita, insieme alla prefazione e conclusione scritte dall’autore per l’edizione italiana, la comprensione di questo dibattito, chiarendo di cosa si tratta quando parliamo di «Antropocene», la storia del concetto, le sue definizioni e possibili origini e le conseguenze conoscitive e politiche dell’utilizzo di questa categoria.
Non siamo di fronte, infatti, ad un concetto condiviso in modo unanime tra gli studiosi e le studiose, neanche nell’ambito della geologia. Se è vero che l’«Antropocene» è la parola che indica l’epoca caratterizzata dal predominio dell’azione umana sul pianeta, cioè l’epoca in cui le influenze antropiche si impongono «su composizione e funzioni del sistema-Terra e delle forme di vita che lo abitano», è anche vero che questa parola non chiama le cose con il proprio nome.
L’«ANTROPOCENE» assume l’umanità come una totalità omogenea, operando così una mistificazione, perché, ad esempio, non è vero che tutta l’umanità è stata responsabile allo stesso modo dell’aumento delle emissioni di gas serra, come ci ricorda la studiosa di storia economica e dell’ambiente Stefania Barca.
Prendendo sul serio queste disuguaglianze, Jason W. Moore invita, allora, a parlare di «Capitalocene» per riferirsi alle trasformazioni inscritte nei rapporti di capitale, proprie di un’ecologia-mondo con specifiche relazioni di potere e forme di produzione della natura, iniziata durante il 1400 attraverso le pratiche espansive incentrate sulle merci nell’Atlantico.
IL «CAPITALOCENE» non individua un’epoca geologica, ma è un riferimento utile per dire che quello di «Antropocene» è un tema che oscura più che chiarire la comprensione dei cambiamenti socio-ecologici in corso da alcuni secoli, ben prima della Rivoluzione industriale.
Moore sta anche attento a riconoscere che «Antropocene» può essere un concetto importante, se riferito all’uso che ne fa una parte dei geologi per riferirsi ai mutamenti in atto nell’epoca atomica in corso dalla seconda metà del Novecento. Diviene problematico, invece, se si impone, come è accaduto, come un significante vuoto, una parola alla moda che nega «la disuguaglianza e la violenza multi-specie del capitalismo», suggerendo che dei problemi creati dal capitale sarebbero responsabili tutti gli esseri umani.
In questa seconda accezione – l’unica definizione di «Antropocene» presente, in realtà, nel dibattito ecologista – i rapporti di potere che plasmano storicamente le relazioni socio-ecologiche scompaiono, ponendo sullo stesso piano sfruttati e sfruttatori, colonizzati e colonizzatori, bombardati e bombardieri, subalterni e dominanti, espropriati ed espropriatori.
SONO I RAPPORTI di capitale, invece, a dovere essere chiamati in causa per comprendere questo periodo della storia del mondo, e non solo della storia umana, caratterizzato dallo sfruttamento del lavoro e dall’appropriazione del lavoro gratuito delle nature umana (il lavoro di riproduzione sociale, come quello domestico realizzato solitamente dalle donne) e non umana (il petrolio, ad esempio, e le altre cosiddette risorse naturali).
È così, allora, il lavoro ad essere al centro dell’analisi del «Capitalocene» e non il tema generico del deterioramento ambientale dovuto ad un’indistinta azione umana: ma non solo il lavoro retribuito, quello associato nel capitalismo alla produzione di valore, ma tutto il lavoro, l’insieme delle attività di trasformazione socio-ecologica. Seguendo la lezione di una parte della politica e teoria femminista, specialmente il lavoro non retribuito, quello di cui il capitale si appropria senza pagare, posto al di fuori dell’area della mercificazione e base reale dei processi di accumulazione della ricchezza.
È per questo che affrontare la cosiddetta questione ambientale significa ridefinire il lavoro e superare i rapporti di potere, anche patriarcali e coloniali, in cui è ingabbiato, costruendo una diversa, rivoluzionaria, politica della natura.


 

Scienza & filosofia – 21, 2019
Recensione di Delio Salottolo


DinamoPress – 7 Giugno 2018

 

UN ASSAGGIO

Indice

7 Introduzione. Il sintomo-Antropocene
di Emanuele Leonardi e Alessandro Barbero

26 Nota dei curatori
27 Ringraziamenti

29 Prefazione. L’alternativa tra Antropocene e Capitalocene: chiamare il sistema con il suo nome

37 Capitolo primo. Natura e origine della nostra crisi ecologica

Il capitalismo come modo di organizzare la natura; Le origini del capitalismo: dall’ecologia all’ecologia-mondo; Verso una sintesi provvisoria: le origini del Capitalocene

73 Capitolo secondo. Natura sociale astratta e limiti del capitalismo

Rapporti di valore nell’ecologia-mondo capitalista: un abbozzo; Nature storiche: valore, prassi-mondo e natura sociale astratta; Valore e natura sociale astratta; Natura sociale astratta e sviluppo del capitalismo; Dall’Antropocene al Capitalocene; Verso una sintesi: il capitale come limite ecologico-mondiale

139 Conclusione. Verso una politica radicale dell’energia-lavoro

143 Bibliografia


 

Introduzione
Il sintomo-Antropocene
di Emanuele Leonardi e Alessandro Barbero

 

L’uomo del xx secolo si è emancipato dalla natura come quello del xviii dalla storia. Storia e natura ci sono diventate altrettanto estranee, nel senso che l’essenza dell’uomo non può più essere compresa con le loro categorie. D’altronde, l’umanità che per il xviii secolo non era, in termini kantiani, più che un ideale regolativo, è oggi diventata un fatto inevitabile. [Nel]la nuova situazione […] l’umanità ha effettivamente assunto il ruolo precedentemente attribuito alla natura o alla storia.
Hannah Arendt (2004, p. 413)

Il libro che avete tra le mani rappresenta uno degli interventi più significativi all’interno del dibattito sul concetto di Antropocene, coniato dal microbiologo Eugene Stoermer negli anni Ottanta del xx secolo e reso celebre dal Nobel per la chimica Paul Crutzen a partire dal 2000 (Crutzen e Stoermer 2000). Ultimamente il termine è divenuto una sorta di moda, una parola accattivante, in particolare nell’ambito delle scienze sociali – come dimostra il lancio di tre influenti riviste internazionali esclusivamente dedicate: “Anthropocene”, “The Anthropocene Review” ed “Elementa”. Anche il mondo della stampa generalista ha reagito con entusiasmo: “The Guardian”, “New York Times” ed “Economist” hanno frequentemente trattato del tema, rimbalzato di tanto in tanto anche in Italia sulle pagine di “il manifesto”, “la Repubblica” e “Corriere della sera”.
L’effetto complessivo è quello di una profonda polisemia della nozione di Antropocene, che da un lato produce confusione e malintesi mentre dall’altro allarga lo spettro analitico e mette in evidenza la posta in gioco tutta politica che sottende l’interazione e lo scontro tra le posizioni in campo. Più che un accadimento, dunque, l’Antropocene ci sembra un sintomo del sociale contemporaneo, dei suoi conflitti e della sua violenza: una condizione che, secondo la prospettiva sintomatologica proposta da Paolo Vignola (2013), necessita sia di una critica radicale che di una pratica di cura collettiva per essere agita consapevolmente e trasformata. In particolare, esso è un sintomo della crisi delle scienze sociali, o meglio del modo in cui esse hanno messo a tema il rapporto moderno – cioè internamente mediato – tra natura e società. In particolare, come ha efficacemente mostrato Pierre Charbonnier (2015), “il fatto che i moderni si percepiscano come esseri viventi che sulla natura si organizzano in società non è questione scontata, innocente; su di essa s’innestano saperi riflessivi il cui scopo è precisamente quello di renderla visibile, ed eventualmente di oltrepassarla”. L’Antropocene segnala precisamente che tale oltrepassamento è ormai in atto, il che implica la crisi delle due principali linee di riflessione sulla forma moderna del rapporto natura-società – quella centrata sul materialismo dei limiti (Georgescu-Roegen 2003) e quella basata sul costruttivismo dei rischi (Beck 2000). Che la via d’uscita da questa impasse teorica stia nel superamento di una pluridecennale, reciproca indifferenza tra queste correnti di pensiero oppure nell’emergere di un inedito approccio onto-epistemologico, non è (ancora) dato sapere. Ciò che invece si può affermare con certezza fin da ora è che “l’Antropocene può diventare una razionalità storico-sociologica solo nella misura in cui assume il rapporto natura-società come perno del proprio asse gravitazionale, cioè come chiave per l’analisi del presente” (Charbonnier 2015). Con un’ulteriore avvertenza: la nuova epoca geologica mette in moto un curioso paradosso di cui non sarà facile liberarsi. Infatti, accettare l’ipotesi dell’Antropocene significa confermare per via catastrofica l’idea cartesiana degli uomini come “signori e possessori della natura” (Descartes 1969, p. 175), dell’homo sapiens come picco evolutivo e la pletora di dualismi gerarchicamente strutturati che l’hanno sostenuta (cultura-natura, umano-animale, organico-inorganico, ecc.). Infatti, proprio nel momento in cui l’eccezionalismo umano prende coscienza della propria potenza geologica e celebra così la sua più schiacciante vittoria, l’esigenza di smantellarlo si pone come questione di vita o di morte per la sopravvivenza del sistema-Terra (Larrère 2016). Si compie dunque quello che Miguel Benasayag e Gérard Schmit descrivono come “cambiamento di segno del futuro” (2005, p. 18), il passaggio cioè dal futuro-promessa al futuro-minaccia.
Su questo sfondo, scopo delle pagine che seguono è ripercorrere a grandi linee lo sviluppo del dibattito sull’Antropocene, delle sue problematiche fondamentali, in modo da fornire al lettore elementi di contesto a nostro avviso utili alla comprensione delle tesi di Jason W. Moore. In Italia, quantomeno fino al momento in cui scriviamo – dicembre 2016 – l’eco di questa discussione di carattere compiutamente globale risulta davvero flebile. Con la significativa eccezione del collettivo di ricerca militante Effimera, infatti, né l’accademia nostrana né la scena della cultura alternativa hanno dedicato attenzione al tema. Pare tuttavia che la situazione sia sul punto di cambiare: nel 2017, oltre a questo libro, è prevista l’uscita di numeri speciali di riviste importanti dedicati all’Antropocene. Tra le altre: “La Deleuziana”, “Culture della sostenibilità”, “Lo Sguardo” e “Azimuth”.

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