Cristina Morini
Per amore o per forza
Femminilizzazione del lavoro e biopolitiche del corpo
 
Liberazione - 25 maggio 2010

L'intera vita messa a produzione: nel suo ultimo libro Cristina Morini indaga i cambiamenti nei processi produttivi
Donne e lavoro al tempo del biocapitalismo
di Adelaide Coletti

"Vogliamo essere all'altezza di un universo senza risposte" grida ancora il Manifesto di Rivolta femminile del 1970 e l'ultimo libro di Cristina Morini "Per amore o per forza. Femminilizzazione del lavoro e biopolitiche del corpo" (ombre corte/Uninomade, prefazione di Judith Revel, pp.156, euro 15) raccoglie, riattualizzandolo, il senso di questa sfida, che era e rimane la trasformazione sociale. Attraverso una serrata critica ad "un'ortodossia femminista diventata istituzionale", immutabile nel tempo e nello storia, Morini rilancia il pensiero e la pratica femminista a partire dalla condizione di vita delle donne, da un contesto segnato da forme storicamente determinate dei dispositivi di assoggettamento e sfruttamento, di fronte ad una variazione antropologica generata dalle trasformazioni del lavoro. In una crisi che - lungi dall'avere un carattere meramente economico - è crisi di civiltà in cui molteplici sono le contraddizioni come diversi sono i soggetti del conflitto, i femminismi della post-modernità assumono un ruolo centrale nella trasformazione dei modi di analizzare la realtà: la soggettività come molteplicità complessa e in divenire, la critica ad un soggetto donna costantemente naturalizzato, l'esperienza corporeizzata come fondamento di un nuovo materialismo, le alleanze come strategie radicali di relazione tra le differenze. Il libro, che fa parte della collana legata a quell'avventura dell'intelligenza collettiva che è Uninomade, rete di ricercatori e ricercatrici, studenti e attivisti di movimento che tenta di realizzare una connessione delle intelligenze critiche, si compone di una serie di testi in cui vengono indagate le modificazioni dei paradigmi produttivi, quel "divenire donna del lavoro" che suggerisce la natura biopolitica dei rapporti di lavoro attuali, complessivamente intesi. Il sistema fordista di produzione era strutturato su una serie di dicotomie: tempi di vita/tempi di lavoro, lavoro manuale/lavoro cognitivo, dentro/fuori; categorie che oggi sfumano in un continuum biopolitico in cui è l'intera vita che viene messa a produzione. I processi produttivi sono sempre più legati a conoscenze, competenze, capacità relazionali, di comunicazione, che vengono soprattutto acquisite fuori dai tempi di lavoro, ed è proprio lo sfruttamento di queste capacità a rappresentare oggi gli incrementi di produttività. La precarietà esistenziale diventa il perno su cui attualizzare la questione del lavoro domestico non retribuito delle donne che diventa il paradigma delle molte forme di lavoro nella contemporaneità, a partire dal valore prodotto dal lavoro che oggi eccede sempre la remunerazione.?Una lucida e materialistica analisi dei rapporti di potere attuali in cui siamo tutte/i immerse/i che, come Judith Revel sottolinea nella prefazione, condensa dieci anni di sperimentazione e analisi evidenziando la drammatica urgenza di rifuggire da dogmi e tentazioni identitarie per tracciare possibili vie di fuga rispetto al capitalismo per come si dà nella contemporaneità, un biocapitalismo come sistema paralizzante di tutte le attività del pensiero, della lotta, e del desiderio, in cui le differenze sono funzionali all'accumulazione e il patriarcato procede attraverso il depotenziamento del femminile "che non avviene attraverso la sola repressione... ma anche e soprattutto attraverso la progressiva femminilizzazione della società". In un contesto segnato da una precarietà strutturale, il reddito universale e incondizionato, collocandosi nel cuore del conflitto tra capitale e vita, si configura come uno strumento di autodeterminazione. Reclamare reddito per tutte e tutti dunque non significa arrendersi alla precarizzazione del lavoro, né ad una visione assistenziale, ma rendere possibili processi di ricomposizione di ciò che la precarietà ha frantumato, rompere le catene dello sfruttamento, di nuove e vecchie forme di disciplinamento, per liberare tempi, spazi e rendere possibili processi di soggettivazione e autovalorizzazione, al di fuori delle logiche mercantili e parassitarie di un capitalismo onnivoro che pretende di sussumere la vita stessa.



Zeroviolenzadonne.it
di Anna Simone

Era il 1975 quando Martha Rosler, scrittrice e artista, mostrava per la prima volta al pubblico statunitense un video dal titolo piuttosto esplicativo Semiotics of the Kitchen. Martha si fece filmare nella sua cucina mentre mostrava l'uso dei vari utensili dediti al lavoro domestico, li impugnava con gesti fermi e aggressivi come se fossero armi o oggetti contundenti. La calda e accogliente cucina diveniva così il luogo di massima frustrazione per centinaia di migliaia di donne costrette per lustri al ruolo di casalinghe.
Sempre negli anni 70, in Italia, Alisa del Re e Maria Rosa Dalla Costa, davano alle stampe le loro ricerche sul lavoro di produzione e riproduzione delle donne in chiave marxiana. Finalmente per mezzo di produzione non si intendeva più solo la macchina dedita al lavoro fordista, ma tutte le macchine con cui si lavorava e si lavora in casa: lavatrici, elettrodomestici, aspira-polvere etc. Le "faccende domestiche", nonostante fossero state de-valorizzate dal sistema patriarcale, che ha sempre ritenuto "normale" la divisione sessuale del lavoro, diventavano centrali nell'analisi socio-politica e socio-economica di quegli anni. Su questa scia, dopo quasi un quarantennio, Cristina Morini prova a ridisegnare nel suo ultimo libro (Per amore o per forza. Femminilizzazione del lavoro e biopolitiche del corpo, pp. 156, Ombre Corte, con la prefazione di Judith Revel) la geografia del capitalismo contemporaneo attraverso un'analisi densa e fitta dello sfruttamento e della strumentalizzazione del corpo femminile negli attuali sistemi di produzione. Il primo gesto teorico-pratico che compie l'autrice in questo libro parte da una necessità, da una domanda fondamentale: come nominare il femminismo oggi? Lungi dall'appoggiarsi acriticamente su sentieri già battuti (il pensiero della differenza italiano), Cristina prova ad andare oltre il soggetto femminile "naturalisticamente" e "simbolicamente" dato per tentare una strada più complicata e decisamente più interessante: non solo le "donne" sono una soggettività storicamente definita prima dagli uomini e poi anche da se stesse ponendo spesso l'accento solo su un'idea di riproduzione riconducibile, non a caso, alla mistica del materno ovvero alla potenza della riproduzione della specie, ma sono oggi più che mai il vero volano della trasformazione sociale. Porre l'accento su un femminismo che si interroga soprattutto sulla riproduzione sociale e sull'ordine sociale vuol dire, in poche parole, ritornare a pensare i corpi femminili e le differenze sussunte nell'ingranaggio del capitalismo contemporaneo (bio-capitalismo e/o capitalismo cognitivo). Ritornare a pensare se stesse come soggettività la cui vita stessa, nella sua interezza, viene messa al lavoro. I nuovi sistemi di produzione, infatti, si basano su alcuni assunti fondamentali: la precarietà assoluta con tutto quel che ne consegue sul piano della definizione dell'identità di ciascuna e di ciascuno di noi, la rottura della dicotomia tempo di vita/tempo di lavoro (una lavoratrice della conoscenza oggi lavora sempre e guadagna poco), la risignificazione delle categorie spazio-tempo (si lavora anche da casa), il lavoro di cura che sostituisce il vecchio welfare, gli affetti, le qualità relazionali ed emotive vengono esse stesse messe a lavoro. L'insieme di queste caratteristiche del lavoro contemporaneo genera ciò che da più parti viene ormai definito come processo di femminilizzazione del lavoro. Ma si badi bene, la società contemporanea e il capitale non mettono a valore le attitudini storicamente affibbiate al femminile perché ne hanno scoperto doti e meraviglie nascoste, tutt'altro. Quelle stesse doti, all'interno di questo processo, tendono a riprodurre da una parte un femminile stereotipato (si pensi alle donne immigrate costrette, per destino, a fare solo le colf e le badanti); dall'altra nuove ed inedite forme di sfruttamento. Come scrive a giusto titolo Cristina "la teoria del valore-lavoro tende a trasformarsi in valore-vita" completamente sussunta dal bio-capitalismo. Detto in altri termini oggi il patriarcato è nei fatti il nuovo funzionamento del capitale che si femminilizza per sfruttare le attitudini storicamente appartenute alle donne. Se un tempo si avvaleva della forza-lavoro dell'operaio maschio, bianco e padre di famiglia, oggi si avvale di uomini e donne, del loro linguaggio, della loro conoscenza, della loro capacità relazionale, dei loro affetti e delle loro emozioni. Di un'immaterialità della produzione che un tempo veniva affibbiata solo al lavoro di riproduzione. In questo senso la femminilizzazione del lavoro oggi riguarda anche gli uomini. Soprattutto quelli che attraversano la precarietà. Ma non è solo il lavoro che cambia in relazione ai nuovi assetti del capitalismo cognitivo a costituire la cifra principale del lavoro di ricerca messo a punto da Cristina Morini. A trasformarsi è ovviamente anche la percezione dei propri corpi. Tra abulimia, anoressia, depressione ed eccitamento, i corpi femminili del presente tendono sempre più ad omologarsi, a normalizzarsi rispetto ai diktat della società dei consumi. I belli e le belle lavorano di più all'interno di una siffatta economia e allora lì a rincorrere tutte botulino e protesi mammarie tra un call center reale e il sogno di approdare prima o poi al Grande Fratello, mentre Jennifer Lopez assicura il proprio fondoschiena per due miliardi di dollari. Nonostante quest'analisi schietta e per certi versi drammatica sul nostro presente, Cristina Morini riesce a trovare linee di fuga e rovesciamenti interessanti proprio perché lontani da quell'idea secondo cui il lavoro a tempo indeterminato possa costituire l'unico baluardo di felicità possibile. L'unica possibilità che abbiamo per ritrovare un minimo di libertà e di possibilità di scegliere, di autodeterminarci, è data allora dalla rivendicazione di un reddito di base che, coerentemente con le sue analisi sul bio-capitalismo e sulla vita messa a lavoro, l'autrice chiama reddito di esistenza. Un tema che i femminismi di seconda e terza generazione hanno sempre attraversato senza farlo divenire mai centrale. Eppure, senza quella certezza minima, nessuna nostra vita potrà mai davvero essere valorizzata a partire dai nostri desideri e dalle nostre libertà acquisite e da acquisire. Senza quella certezza, infatti, rimaniamo ancorate al nostro nuovo Padre: Monsieur Le Capital. Un padre a cui non si può dire un doppio sì, ma solo un secco, secchissimo "no".



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recensione di Mara Montanaro

L'ingresso e la presenza delle donne nel mercato del lavoro è un tema variamente affrontato nel corso degli anni. Oltre ai rapporti dell'Istat, riassunti e rielaborati, attraverso una comparazione con altre ricerche, in un volume di Letizia Pruna ("Donne al lavoro") uscito per la casa editrice Il Mulino, vanno ricordati i saggi di Barbara Ehrenreich "Paga da fame" e "Donne globali" pubblicati da Feltrinelli. E se il primo libro della Ehrenreich si sofferma sul mercato del lavoro statunitense, individuando nelle donne la componente più numerosa dei "lavoratori poveri", nel secondo viene analizzato il complesso rapporto tra donne che lavorano e il lavoro di cura delle migranti.
È dunque in tale prospettiva che si colloca il libro di Cristina Morini, giornalista e saggista, che da anni si occupa della condizione lavorativa femminile e dei processi di trasformazione del lavoro. Il concetto di femminilizzazione non si riferisce alla quantità di impiego della forza lavoro femminile, ma al fatto che le condizioni di lavoro imposte alle donne dieci anni fa sono quelle imposte a tutta la forza lavoro oggi. Questa è una conferma importante del fatto che parlare della femminilizzazione del lavoro vuol dire parlare dell'ingresso massiccio delle donne nel mondo del lavoro, ma non solo. La femminilizzazione è, anche in conseguenza di questo massiccio inserimento, la strategia di abbassamento delle garanzie del diritto del lavoro e l'estensione a tutti delle nuove condizioni precarie fatte alle donne ed anche la loro successiva espulsione dal mondo del lavoro, la loro nuova messa al margine. Le donne si sono già duramente conquistate una prerogativa storicamente maschile come l'accesso al lavoro con il pagamento di un prezzo altissimo in termini di salario, di condizioni, di garanzie e di accettazione della ricattabilità permanente fatta alla donna stessa sulla maternità, sulle ferie, sulla gestione del tempo. Tutto questo è oggi una sorta di patrimonio comune negativo, cioè una sorta di destino comune ormai molto al di sotto di quello che erano tempo fa le condizioni di lavoro. Perfino gli uomini sono oggi suscettibili di dover accettare queste condizioni stracciate. Detto questo, una volta abbassato il livello per tutti, le donne sono di nuovo spinte al margine. All'interno della classica suddivisione tra produzione e riproduzione, funzionale al governo delle fabbriche, la donna in casa era indispensabile per assicurare i bisogni della vita del cittadino che lavorava fuori casa. Oggi accade qualcosa di diverso. Dopo il fordismo, al centro del capitalismo cognitivo o del biocapitalismo, ovvero al centro di un nuovo paradigma di produzione - che si incardina sull'economia dei servizi e sulla cognitivizzazione del lavoro e non più sul posto fisso ma sulla precarietà generalizzata - noi possiamo utilmente riprendere ciò che il femminismo ha già detto a proposito del lavoro domestico (classicamente inteso non-lavoro) per trarne nuove conseguenze. La parete tra privato e pubblico è servita anche a nascondere il possibile sfruttamento di chi lavorava tra le mura di casa.
Il testo composto di cinque capitoli: Razza precaria. Differenza e transizione: alla base della nuova soggettività; La femminilizzazione del lavoro nel capitalismo cognitivo; Il nostro corpo, un lavoratore precario; Qualità e dismisura del lavoro contemporaneo; Reddito, autodeterminazione, politica del comune. Il lavoro di cura come archetipo della contemporaneità spazia dalla biopolitica alla bioeconomia, dalla precarietà al care, dall'intercultura alla sessualità, dai corpi al tempo, dalla produzione alla riproduzione, dal mutamento del paradigma del lavoro al problema della misura del valore-lavoro, dallo sfruttamento della vita alle esperienze di riappropriazione di tutto quello di cui si è stati/e espropriati.
Come ricorda Judith Revel nella prefazione merito del testo è anche interpretare la condizione delle donne all'interno di quello che è oggi l'insieme dei dispositivi di assoggettamento e di sfruttamento, di controllo e di espropriazione in atto. La femminilizzazione del lavoro è anche il nome infatti di un'estensione paurosa delle condizioni di sfruttamento e di assoggettamento storicamente fatte alle donne all'intera sfera produttiva, vale a dire la condizione subita storicamente dalle donne è diventata la misura dello sfruttamento di tutti, paradigma della messa al lavoro della vita. Non esistono più in questo senso i migranti, i precari, le donne e via di questo passo ma c'è una visione della concatenazione degli sfruttamenti. Riconoscendo questa interdipendenza nello sfruttamento forse c'è qualcosa che assomiglia ad un fronte di lotta comune che si apre.
"Diversamente dal passato, oggi il depotenziamento del femminile non avviene attraverso la sola repressione (sconfinamento, esclusione, espulsione dallo spazio pubblico, anche economico) ma anche soprattutto attraverso la progressiva femminilizzazione della società (assorbimento, coinvolgimento). Effettivamente è questa la straordinaria invenzione (scoperta) del biocapitalismo. L'alterità viene inglobata, ottenendo la sua omologazione e sussunzione. In altre parole, la sua scomparsa. Così è cambiato il patriarcato." (cfr p. 126)
Di tale paradigma l'autrice ne elenca diverse caratteristiche a partire da una dimensione d'inchiesta che riappare in permanenza dietro al testo: sovrapposizione totale tra tempo di lavoro e tempo di vita, indistinzione tra produzione e riproduzione, centralità del lavoro di cura, precarizzazione e flessibilizzazione del lavoro salariato, integrazione dentro il lavoro salariato di forme di produzione non retribuite e che eccedono ovviamente il tempo di lavoro, difficoltà a mantenere spazi di autodeterminazione, di soggettivazione e di messa in comune delle esperienze.
" La femminilizzazione del lavoro si manifesta come caduta esplicita dei confini tra produzione e riproduzione, nel momento in cui le attitudini dell'ambito della cura vengono richieste dall'ambito della produzione, si dà nella precarietà e fa leva appunto sull'attività di cura traducendola nel lavoro cognitivo, all'interno del processo di terziarizzazione del lavoro che connota il capitalismo cognitivo" (cfr. 13). L'autrice mostra come se da un lato la componente cognitiva è presente in tutte le prestazioni lavorative, ma anche in quelle che appaiono più manuali, e aggiunge anche che il lavoro cognitivo non si esaurisce solo nell'utilizzo di intelligenza e relazione: i cognitari sono anch'essi corpo e se il termine lavoro immateriale ha conosciuto una certa fortuna perché poneva l'accento sul fatto che tale attività non prevede un processo di trasformazione della materia, tuttavia il lavoro non è mai immateriale: materialissimi sono i processi di sfruttamento e aggiungo soltanto che non credo ci sia niente di più materiale che badare al corpo di qualcuno non autosufficiente, di provvedere alla cura, educazione e alimentazione dei figli, di riempire affettivamente il tempo vuoto di una persona in solitudine. Tutto questo è di una materialità essenziale.
L'investimento totale delle risorse emotive, cognitive e comunicative che comporta oggi il lavoro, come sottolinea l'autrice nell'ultimo capitolo, rende automaticamente inattuale e inadeguato il parametro su cui si fonda il sistema di retribuzione: il tempo come misura lineare appiattisce la profondità dell'investimento in termini di saperi e passioni poste in gioco nella produzione di valore nella misura in cui non c'è più distinzione tra tempo di lavoro e tempo di vita e "qualsiasi misurazione del tempo impiegato in lavoro retribuito attualmente esistente, fatica a essere precisa, poiché in nessun caso si tiene conto del tempo di lavoro degli immigrati irregolari, del lavoro nero e sommerso, né possono davvero essere misurate le prestazioni cognitive precarie. Un'idea, a differenza di una chiave inglese, non si riesce-anche volendo- ad abbandonarla in un posto preciso per poi riprenderla la mattina dopo. Essa può inseguirti nei luoghi e nei tempi più disparati della tua vita." (cfr. p.105)
Quando il lavoro si converte in servizio salta ogni possibilità di misurazione, di quantificazione della produttività perché salta ogni discrimine tra produzione e riproduzione, tra lavoro e vita appunto. La femminilizzazione del lavoro, quindi, segna la crisi del sistema salariale e con esso la fine di quel complesso di garanzie che aveva nel salario familiare il suo cardine, crisi legata anche all'incompiuto welfare fordista italiano, che ancora oggi vincola, le donne al lavoro domestico e alla cura.
In questa prospettiva la rivendicazione del reddito di cittadinanza diventa strumento comune in grado di scardinare da un lato il dispositivo famiglia come nodo di regolazione e controllo sociale e di intermediazione del riconoscimento dei diritti sociali; dall'altro il persistere della forma-salario come vettore di precarietà, declinare il reddito da un punto di vista di genere significa allora tener conto del lavoro non pagato delle donne e del suo divenire modello di tutto il lavoro.




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