Giulio Russo
Non chiedere, non dire?
Vite di gay in divisa
 
Liberazione - 24 giugno 2006

"Non chiedere, non dire? Vite di gay in divisa" un libro di Giulio Russo. Quindici uomini raccontano la loro esperienza nelle forze armate e dell’ordine. Il volume è stato presentato a Roma con due segretari del sindacato di polizia Siulp

Poliziotto e omosessuale, quanto è difficile
di Saverio Aversa

Come da programma del Roma Pride, presso il circolo Mario Mieli, si è tenuto l’altra sera un interessante incontro pubblico per la presentazione del libro di Giulio Russo Non chiedere, non dire? Vite di gay in divisa edito da Ombre Corte (pp.213, euro 18,00). Ospiti due dei cinque segretari del sindacato di polizia Siulp, Giuseppe De Matteis e Luigi Notari.
Il libro di Russo racconta le vicende di quindici omosessuali che sono poliziotti, carabinieri, soldati, vigili urbani, quindici uomini che dietro la divisa e il ruolo pubblico svolto nascondono sentimenti e attrazione verso altri uomini. Il giornalista Andrea Pini, introducendo la presentazione, ha proprio sottolineato la clandestinità nella quale vivono i gay che indossano una divisa anche se ha ricordato l’apertura mentale e la disponibilità di molti dirigenti e tra questi il compianto Nicola Calipari. Molti omosessuali debbono, tutti i giorni, far fronte all’ostilità, più o meno evidente, dei colleghi. Capita anche, fortunatamente, che amicizia e solidarietà prendano il posto del dileggio, del disprezzo o soltanto dei comuni pettegolezzi.
L’autore si è chiesto: chi sono, come vivono, ma soprattutto dove sono i gay in divisa in Italia? Franco, maresciallo dei carabinieri, ha 46 anni e si definisce "bisessuale/versatile", è sposato, non ha mai fatto coming out sul posto di lavoro ma con qualche collega, dopo la scoperta reciproca della stessa condizione, ha intrattenuto relazioni e frequentazioni. Mario, capitano di marina, ha 55 anni e si è congedato da qualche anno perché non riteneva più conciliabile la vita militare con la necessità di vivere in libertà la propria omosessualità. Carmine, finanziere, 35 anni, ha preso coscienza come gay qualche mese dopo aver indossato la divisa per la prima volta. Ha fondato il gruppo tematico "Militarigay", accessibile in internet, che modera e dirige. Vincenzo, carabiniere, 26 anni: «Mi sono arruolato quando il nostro amore era appena finito. Non andavamo più d’accordo e ciascuno ha preso la sua strada. Lui si è sposato. I colleghi sanno di me, al massimo fanno le battutine, mai velenose però». Davide, poliziotto, 35 anni, dopo la denuncia di un tentativo di rapina subìto in un luogo di ritrovo all’aperto frequentato da gay, i colleghi hanno saputo di lui e l’hanno bersagliato con un mobbing trasversale. Luca è alpino, ha 29 anni e al momento è in missione all’estero. A qualche collega ha rivelato di essere fidanzato con un ragazzo: «La mia gerarchia condannerebbe un omosessuale allo stesso modo di un eterosessuale che infanga l’onore della divisa». Renato, poliziotto, 35 anni: «Sento la compressione e l’oppressione di essere gay in Polizia, di essere attento a come ti comporti».
Significativa la partecipazione all’incontro dei due esponenti sindacali della polizia, un fatto più unico che raro che rappresenta un elemento nuovo nei confronti di un tabù molto radicato basato sul luogo comune che la virilità, considerata indispensabile per le forze dell’ordine, è strettamente correlata all’eterosessualità mentre l’omosessualità è sinonimo di debolezza e di effeminatezza. De Matteis, confermando i numerosi episodi di mobbing verticale (attuato da un superiore) e orizzontale (attuato da colleghi di pari grado) ha affermato che quello che succede nel corpo di polizia è comune a molti altri posti di lavoro anche se, di fatto, i lavoratori discriminati rimangono clandestini. Notari ha ricordato come anche per le donne lavoratrici si registrano episodi discriminatori legati alla sfera sessuale e ai permessi concessi per maternità. Il forte cambiamento registrato con l’ingresso delle donne nel tempo è stato ridimensionato: attualmente sempre meno donne si arruolano perché è richiesto un periodo di addestramento nell’esercito di almeno tre anni.
Russo mette inoltre in evidenza come da sempre i rapporti che i cittadini glbt hanno con le forze dell’ordine siano conflittuali. Il pregiudizio che ritiene l’omosessualità una devianza è ancora presente nella società e maggiormente in coloro che hanno la funzione istituzionale della sicurezza.
Gli abusi, da parte di rappresentanti delle forze dell’ordine, continuano a ripetersi e sono il segno che l’evoluzione dei costumi incide più lentamente nei riguardi di chi gestisce il potere. Un altro aspetto del rapporto omosessuali-divise è la difesa dei cittadini glbt dalle aggressioni che possono subire per esempio nei luoghi di cruising all’aperto oppure fuori dai locali gay. Chi viene aggredito, picchiato, rapinato o abusato ha, ancora oggi, difficoltà a sporgere denuncia. La paura di essere scoperto, di non avere un interlocutore adatto nelle forze dell’ordine, di ammettere di aver subìto violenza inducono la vittima a tacere. Al momento non si hanno notizie di caserme o questure che hanno un referente per le violenze subite da gay, lesbiche, transgender o per i crimini basati sull’odio e l’intolleranza. Qualcosa comincia a cambiare e l’associazione di gay in divisa Polis Aperta fa giusto riferimento alla direttiva europea 2000/78 che tutela dalle discriminazioni sul posto di lavoro basate su motivazioni religiose, convinzioni personali, disabilità fisica e mentale, età, orientamento sessuale e identità di genere. La stessa direttiva è stata paradossalmente stravolta dal governo Berlusconi che ne ha fatto una norma che discrimina a sua volta invece di tutelare, stabilendo casi di incompatibilità tra mansioni lavorative e omosessualità o transgenderismo. Polis Aperta è nata nel 2005 con l’intento di sviluppare una rete di solidarietà fra i soci e per assistere con le adeguate forme legali i soggetti discriminati. I gay in divisa hanno partecipato per la prima volta al Pride di Milano nel giugno dello stesso anno mentre nel novembre scorso a Firenze si è tenuta una riunione dell’European gay police network ma con una partecipazione scarsa da parte dei rappresentanti italiani.



il manifesto - 11 ottobre 2006

Storie ordinarie di sessualità in grigioverde
Testimonianze dall'era ibrida. «Non chiedere, non dire? Vite di gay in divisa» di Giulio Russo
di Salvatore Palidda

Il libro sui gay in divisa appena pubblicato da ombrecorte (Giulio Russo, Non chiedere, non dire? Vite di gay in divisa, ombrecorte, pp. 213, euro 18,00) è una significativa testimonianza di un fenomeno poco conosciuto in Italia. Le ministorie raccontate nel volume possono tuttavia apparire poco straordinarie se non banali o ingenue. E' noto che che un gay o un lesbica possano «lavorare» nella polizia o nelle istituzioni militari, ma sole se svolgono la lor mansione in una «nicchia». La presenza di omosessuali nelle diverse istituzioni più o meno «totali» è, infatti, un fatto noto, ma quasi mai studiato né descritto. Né è difficile argomentare sul potere attrattivo che tali istituzioni totali esercitano sui gay e sul perché esrciti e polizie si nutrono del loro contributo al punto che non è frequente ma nemmeno raro che omosessuali o lesbiche possono essere qualificati come novelli «rambo». Questa oscillazione tra repressione e integrazione è sintomatica di ciò che spesso viene chiamata «era ibrida», in particolar modo se l'oggetto di inchiesta coinvolege le istituzioni militari e di polizia.
In questo ambito sarebbe inoltre significativo cercare di comprendere l'adesione di gay, lesbiche e transgende a quella che i «democratici» vorrebbero fosse la «causa» delle istituzioni. E' quanto cerca di fare Giulio Russo nelle pur brevi testimonianze da lui raccolte, visto che il volume è composto di storie di uomini e donne discriminati e tuttavia disposti a militare in nome e in difesa delle istituzioni. Non stupisce dunque che, a volte, l'omosessuale o il bi-sessuale finisca per essere più violento degli eterosessuali maschilisti. Allo stesso tempo il volume documenta di donne che assumono comportamenti che nulla hanno da invidiare a «colleghi» maschi. Insomma le istituzioni «macho» e autoritarie si «nutrono» della diversità (il gay, la lesbica, la donna, l'«etnico», il migrante di prima o seconda generazione). Da qui il dato, contraddittorio e ambivalente, proveniente dai paesi anglosassoni, che spesso reclutano i «diversi» per i loro eserciti o polizie.
Significative sono, a questo proposito, le testimonianze, raccolte dall'associazione «Polis Aperta», di un maresciallo dei carabinieri di 46 anni che si definisce «bisessuale/versatile», di un capitano di marina di 55 anni che si congeda perché non riesce più a conciliare questo mestiere con l'omosessualità; di un finanziere di 35 anni che si scopre gay qualche mese dopo essersi arruolato; di un un carabiniere di 26 anni che si arruola quando il suo amore gay era appena finito; di un poliziotto di 35 anni vittima di mobbing; di un alpino di 29 anni, ora in missione all'estero,; di un poliziotto di 35 anni. Un mosaico si storie di vita niente affatto scontato e che ribalta molti luoghi comuni su gay, lesbiche e transgender in tuta mimetica.




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