Lerrara a Obama
di Michael Moore

Non uccidere la nostra speranza
Caro Presidente Obama, vuole davvero essere il nuovo «presidente di guerra»? Se andrà a West Point ad annunciare che aumenterà le truppe in Afghanistan invece di ridurle, lei sarà il nuovo presidente di guerra. Puramente e semplicemente. E con questo lei avrà fatto la cosa peggiore che potesse fare: distruggere i sogni e le speranze che tanti milioni di persone avevano riposto in lei. Con un solo discorso, domani, lei trasformerà una moltitudine di giovani che erano stati la spina dorsale della sua campagna elettorale in cinici disillusi. Insegnerà loro che quello che hanno sempre sentito dire è vero - che i politici sono tutti uguali.
Semplicemente, non posso credere che lei stia per fare quello che si dice farà. Per favore, dica che non è così. Il suo mestiere non è obbedire ai generali. Siamo un governo retto da civili. NOI diciamo ai capi di stato maggiore riuniti cosa fare, non il contrario. È quello che volle il generale George Washington. È quello che il presidente Truman disse al generale MacArthur quando MacArthur voleva invadere la Cina. «Lei è licenziato!» disse Truman, e così fu.
Lei avrebbe dovuto licenziare il generale McChrystal quando la scavalcò andando a dire alla stampa quello che LEI doveva fare. Le parlerò con franchezza: amiamo i nostri ragazzi delle forze armate, ma detestiamo questi generali, Westmoreland in Vietnam e anche Colin Powell per aver mentito all'Onu coi suoi falsi disegni delle armi di distruzioni di massa (da allora sta cercando di farsi perdonare).
Così adesso lei si sente stretto in un angolo. Trent'anni esatti da giovedì scorso (il giorno del Ringraziamento) i generali sovietici ebbero un'idea fantastica: «Invadiamo l'Afghanistan!». Ebbene, quello si rivelò l'ultimo chiodo nella bara dell'Urss. C'è una ragione per cui non chiamano l'Afghanistan lo «Stato giardino» (anche se dovrebbero, vedendo come il corrotto presidente Karzai, che noi appoggiamo, consente a suo fratello di coltivare il papavero per il commercio dell'eroina). L'Afghanistan è soprannominato il «Cimitero degli imperi». Se non ci crede, faccia una telefonata agli inglesi. Le consiglierei di chiamare Genghis Khan ma ho perso il numero. Però ho quello di Gorbaciov, è + 41 22 789 1662. Sono sicuro che lui potrebbe farle un bel discorsetto sull'errore madornale che sta per commettere.
Con la crisi economica ancora galoppante, e i nostri preziosi giovani sacrificati sull'altare dell'arroganza e dell'avidità, il collasso di questa grande civiltà che chiamiamo America la porterà velocemente all'oblio se lei diventerà il «presidente di guerra». Gli imperi non pensano mai che la fine sia vicina, finché non arriva. Gli imperi pensano di poter costringere gli infedeli a rigare dritto con un male maggiore - eppure non funziona mai. Di solito gli infedeli li fanno a brandelli.
Scelga con attenzione, presidente Obama. Lei sa meglio di tutti che le cose non devono andare per forza così. Lei ha ancora alcune ore per ascoltare il suo cuore, e la sua mente. Lei sa che inviare più soldati dall'altra parte del mondo, in un posto che né lei né loro capiscono, per raggiungere un obiettivo che né lei né loro capiscono, in un paese che non ci vuole lì, non può portare nulla di buono. Io so che lei sa che ci sono MENO di un centinaio di membri di al-Qaeda in Afghanistan! 100 mila uomini per distruggere 100 persone che vivono nelle caverne? Scherziamo? Vuole forse suicidarsi come Bush? Mi rifiuto di crederlo. La sua potenziale decisione di estendere la guerra (dicendo però che lo sta facendo per «mettere fine alla guerra») servirà a scolpire nella pietra la sua eredità più di una qualunque delle grandi cose che lei ha detto e fatto nel suo primo anno di presidenza. Ancora un osso lanciato ai repubblicani e la coalizione di chi spera e di chi è senza speranza potrebbe svanire - e questa nazione tornerà nelle mani di chi è pieno di odio più in fretta di quanto non ci metta lei a urlare «una bustina di tè!».
Valuti attentamente, signor presidente. Le corporations che la sostengono la abbandoneranno non appena diventerà chiaro che lei è destinato a svolgere un solo mandato, e che il paese tornerà al sicuro nelle mani dei soliti idioti bravi a eseguire gli ordini. Questo potrebbe avvenire mercoledì mattina.
Noi, il popolo, la amiamo ancora. Noi, il popolo, nutriamo ancora un residuo di speranza. Ma noi, il popolo, non possiamo più accettare il suo cedimento continuo, quando l'abbiamo eletta con un margine grande, grandissimo di milioni di voti per arrivare lì e assolvere il suo compito. Quale parte della «vittoria schiacciante» non riesce a capire?
Non si lasci ingannare, non creda che inviare un po' di soldati in Afghanistan farà la differenza, o le farà guadagnare il rispetto di chi è pieno di odio. Loro non si fermeranno finché questo paese non andrà in pezzi, e non sarà stato sottratto l'ultimo dollaro ai poveri e chi presto lo diventerà. Lei potrebbe inviare un milione di uomini lì, ma la destra non sarebbe ancora contenta. Lei sarebbe comunque la vittima del veleno che diffondono incessantemente alla radio e alla televisione dell'odio, perché qualunque cosa lei faccia, non potrà cambiare l'unica cosa di sé che li fa andare fuori di testa. Lei non è stato eletto da coloro che sono pieni di odio, e non li può conquistare abbandonando noi.
Presidente Obama, è ora di tornare a casa. Lo chieda ai suoi vicini di Chicago e ai genitori dei giovani che combattono e muoiono. Pensa che diranno: «No, non ci serve l'assistenza sanitaria, non ci servono i posti di lavoro, non ci servono le case. Vada avanti, signor presidente, spedisca la nostra ricchezza, i nostri figli e le nostre figlie oltremare, perché neanche a noi servono»?
Che cosa farebbe Martin Luther King Jr.? Che cosa farebbe sua nonna? Non invierebbero dei poveri a uccidere altri poveri che non rappresentano per loro alcuna minaccia. Non spenderebbero miliardi, triliardi per fare la guerra mentre i bambini americani dormono per la strada e si mettono in fila per un tozzo di pane.
Tutti noi che abbiamo votato e pregato per lei, e pianto la notte della nostra vittoria, abbiamo sopportato un inferno orwelliano di otto anni di crimini commessi nel nostro nome: tortura, rendition, sospensione dei diritti. Sono stati invasi paesi che non ci avevano attaccato, interi quartieri sono stati fatti saltare in aria perché Saddam «poteva» essere lì (ma non c'era mai), in Afghanistan sono stati compiuti massacri durante festeggiamenti di matrimonio. Siamo stati a guardare mentre centinaia di migliaia di civili iracheni venivano massacrati e decine di migliaia dei nostri coraggiosi giovani, uomini e donne, venivano uccisi, mutilati, o sottoposti a torture mentali: il terrore assoluto che facciamo fatica a immaginare.
Quando la abbiamo eletta, non ci aspettavamo miracoli. Non ci aspettavamo nemmeno molti cambiamenti. Ma pensavamo che avrebbe messo fine a questa follia. Alle uccisioni. All'idea insana che uomini armati di fucili possano riorganizzare una nazione che non funziona nemmeno come nazione e che non ha mai, mai funzionato come tale. Basta, basta! Per amore della vita dei giovani americani e dei civili afghani. Per il bene della nostra presidenza, della speranza, e del futuro della nazione, basta. Per amor di dio, basta.
Stasera nutriamo ancora speranze.
Domani vedremo. La palla è a lei, NON DEVE fare questo. Lei può essere un ritratto del coraggio (allusione al libro di John F. Kennedy Ritratti del coraggio, ndt). Lei può essere un uomo. Contiamo su di lei. Cordialmente, Michael Moore.
P.S. C'è ancora tempo per far sentire la vostra voce. Chiamate la Casa Bianca al numero 202-456-1111 o scrivete una mail al presidente.

(il manifesto, 1.12.2009)
Traduzione Marina Impallomeni



Dubai ci avverte: anche gli stati falliscono di Joseph Halevi

Ci avevano detto che - sebbene fosse prematuro rallentare le politiche di stimolo (leggi: erogazione di soldi gratis alle banche, perchè di questo si tratta) - si era entrati in una fase di ripresa. «E' vero», si aggiungeva, «vi sono ancora dei rischi di instabilità finanziaria», ma veniva detto per scaramanzia. Quindi grande stupore di fronte all'annuncio dell'insolvenza di Dubai World, la società finanziaria e immobiliare dell'omonimo emirato, che investe in isole artificiali e grattacieli alti molte centinaia di metri.
C'è invece da stupirsi del contrario. Perchè non c'è stata un'uscita programmata da Dubai nel corso di quest'anno? Perchè invece le banche internazionali hanno continuato a prestare forsennatamente al fatuo emirato che non produce assolutamente nulla ed è privo di petrolio? Tra queste c'è anche Royal Bank of Scotland - già colpita dalle cartacce tossiche senza valore provenienti dalla catena di impacchettamenti di titoli dei mutui subprime e beneficiaria del più grande salvataggio mai effettuato da uno stato in favore di una società privata. Una grossa parte del debito di Dubai era stato sottoscritto proprio dalla fallimentare banca scozzese le cui azioni sono oggi detenute dal governo di Londra.
Queste domande non sono retoriche. Dubai, infatti, è in crisi da oltre un anno. Essendo un luogo di speculazione finanziaria-immobiliare, con fondi interamente prestati dall'estero, l'emirato è stato tra le prime vittime dei crolli bancari del 2008. Il prezzo dell'immobiliare è calato del 50%, la popolazione è scesa del 17%, causa i lavoratori migranti rispediti a casa. L'emirato non ha però smesso di sviluppare i suoi progetti faraonici, spostando la fonte dei prestiti su Abu Dhabi, lo sceiccato capitale dei sette Emirati arabi uniti, nonchè ricchissimo in petrolio e quindi di petromonete. E' stata proprio la dipendenza di Dubai nei confronti di Abu Dhabi che ha spinto le banche estere, soprattutto quelle inglesi - le più coinvolte -, a scommettere su Dubai, generando quindi un ennesimo «rischio morale» in piena crisi.
Le società finanziarie internazionali si erano infatti convinte che Dubai World sarebbe stata salvata dai petromiliardi di Abu Dhabi. Ma anche qui c'erano tutti gli elementi per indurre il mondo finanziario a una maggiore cautela, visto che il mercato immobiliare è precipitato già durante i primi tre mesi del 2009.
Ora Abu Dhabi si sta distanziando da Dubai, il cui sceicco cerca di separare il suo stato dalla Dubai World, dichiarando che il debito non è garantito dal governo. Il fatto che non sia stata prediposta alcuna via d'uscita induce a riflessione, così come fa riflettere che l'ormai pubblica Royal Bank of Scotland abbia tranquillamente continuato a smarrire la retta via. Infine, dà da pensare che a dichiararsi «sorpreso» della crisi della Dubai World sia stato perfino il Fondo Monetario Internazionale. È di fatto impossibile visto che, nel suo recente rapporto sulla situazione mondiale, il Fondo aveva sottolineato la gravità del crollo dei prezzi del mercato immobiliare nell'emirato. In realtà banche, istituzioni governative e internazionali sono complici nel continuare il gioco d'azzardo, nell'assecondare attività estremamente opache come quelle della Dubai World.
Quest'atteggiamento nasce da due fattori: dalla politica di «soldi gratis» erogati dai governi alle istituzioni finanziarie, che induce le banche a perseguire nella stessa direzione per farli «fruttare», e dal forte aumento del potere politico e istituzionale del settore finanziario, grazie ai salvataggi finora effettuati. Ma anche questo accresciuto potere non è casuale: l'alternativa di una dinamica reale a saggi di profitto ritenuti remunerativi è quanto mai remota. La vicenda di Dubai mostra inoltre che la crisi travolge anche organismi finanziari statali. Alla fine di questa settimana, non a caso, dovremo parlare della Grecia che corre verso il baratro.



INTERVISTA | di Michele Giorgio - BILIN (CISGIORDANIA)
TERRA PROMESSA
C'è un'unica strada: «Boicottare Israele»

La scrittrice canadese, che si trova in Cisgiordania per presentare il suo libro «Shock Economy», a fianco dei palestinesi e dei pacifisti israeliani. Il boicottaggio non è, dice, contro lo stato ebraico in quanto tale ma contro le politiche di segregazione e occupazione dei suoi governi Incontro con Naomi Klein a Bilin, la città palestinese simbolo della lotta contro il muro dell'apartheid

Per una intellettuale di fama mondiale cominciare in Cisgiordania un tour di presentazione di un proprio libro non è usuale. Naomi Klein invece ha scelto Bilin, il villaggio palestinese simbolo della lotta contro il muro, per introdurre al pubblico locale la traduzione in ebraico di «Shock Economy» da parte di una piccola ma combattiva casa editrice pacifista, la Andalus (in arabo la pubblicazione è stata affidata ad un editore di Beirut). Una scelta precisa, avvenuta a pochi giorni dal quinto anniversario della sentenza di condanna del muro emessa della Corte di giustizia internazionale dell'Aja. «Questo villaggio è tremendamente importante per il popolo palestinese e per gli israeliani che credono in una pace fondata sulla legalità. Sono stata felice di poter venire, all'inizio del mio tour in questa terra, subito a Bilin», spiega la Klein a poche decine di metri dalla barriera eretta da Israele che ha divorato 230 dei 400 ettari di terre fertili del villaggio.
«Shock Economy» era già uscito in Israele con il marchio di una importante casa editrice ma Klein ha recuperato i diritti per passarli alla Andalus. «Dopo la guerra lanciata da Israele nel Libano del sud nel 2006 ho giurato che non avrei mai più pubblicato i miei libri per case editrici israeliane non orientate a favore della pace». Abbiamo intervistato la scrittrice canadese, resa famosa dal best seller «No Logo», poco prima dell'inizio della marcia settimanale contro il muro degli abitanti di Bilin assieme a decine di attivisti internazionali e israeliani.
Sei canadese e proprio di fronte a noi, dall'altra parte della barriera, due imprese del tuo paese stanno lavorando all'espansione delle colonie israeliane della zona. Nelle settimane passate hai partecipato in Canada ad iniziative di protesta e boicottaggio di queste due società.
E' stato importante per tanta gente, non solo per me, prendere parte a quelle attività, coincise con l'avvio di un'inchiesta sulla legittimità degli appalti avuti dalle due imprese in territori occupati, in violazione delle leggi internazionali. Ma è stata essenziale anche la presenza in quei giorni in Canada di un rappresentante di Bilin che ha potuto spiegare con conferenze ed incontri con la stampa locale la situazione del villaggio e la questione del muro. Ho notato che gli organi d'informazione canadesi, di solito ostili alle ragioni dei palestinesi, hanno mostrato un interesse nuovo verso ciò che accade nei Territori occupati e in modo particolare nei villaggi attraversati dal muro israeliano.
Negli ultimi mesi ti sei pronunciata in diverse occasioni per il boicottaggio internazionale di Israele, unica strada, hai spiegato, per mettere fine all'occupazione. Una posizione condivisa dai palestinesi e da molti attivisti internazionali ma che spacca il mondo pacifista israeliano.
Il boicottaggio di Israele, ne sono convinta, è l'unico modo per poter accelerare la fine dell'occupazione delle terre palestinesi. E' necessario riprendere la pressione internazionale che consentì di mettere fine all'apartheid in Sudafrica. A pensarlo sono anche tanti ebrei israeliani. Mesi fa, ad esempio, numerosi intellettuali ed artisti israeliani hanno inviato una lettera agli ambasciatori a Tel Aviv di molti paesi per sottolineare che il boicottaggio del Sudafrica ebbe successo perché venne attuato senza fare sconti mentre nei confronti di Israele ciò non accade.
Non tutti però mettono sullo stesso piano il Sudafrica dell'apartheid e Israele.
Credo invece che ci siano non pochi punti in comune. La questione centrale in ogni caso non è trovare quanti aspetti simili e quante differenze ci sono tra quel Sudafrica e l'Israele di oggi. Ci sono caratteristiche (dell'occupazione israeliana, ndr) che sono tipiche di una situazione di apartheid. A dirlo sono le leggi internazionali e non i criteri stabiliti da questa o da quella parte. Occorre anche riconoscere che la comunità mondiale ha fallito la sua strategia volta a risolvere il problema dell'occupazione israeliana. Negli ultimi anni Israele ha lavorato per espandere le sue colonie, ha lanciato una guerra contro il Libano, ha attuato un brutale assedio e poi scatenato un'offensiva distruttiva contro la Striscia di Gaza. Nonostante ciò gli Usa hanno confermato l'aiuto annuale (tre miliardi di dollari, ndr) a Israele che, inoltre, ha visto migliorare sensibilmente i rapporti con molti paesi.
Parliamo proprio del blocco di Gaza.
Vedete, si discute del boicottaggio internazionale di Israele e a conti fatti stiamo parlando del rifiuto di qualche attività accademica o delle merci prodotte dalle colonie mentre a Gaza sotto embargo israeliano mancano tante cose che servono per vivere. Scarseggiano anche medicine e libri di testo per le scuole. In ogni caso non si sta chiedendo un boicottaggio contro la popolazione di Israele ma contro le istituzioni di questo Stato che non hanno alcuna intenzione di mettere fine all'occupazione.

il manifesto - 26-06-2009



Aggressione all'umanità, siamo all'avanguardia
di Alessandro Dal Lago

Quando qualcuno, affamato, malato o bisognoso, bussa alla nostra porta, dovrebbe scattare un imperativo primordiale al soccorso. Questo almeno sostengono le mitologie religiose. L’umanità, prima ancora di un’astrazione filosofica, è l’espressione di questo riflesso. Anche se non crediamo al diritto naturale e tanto meno alla retorica dei diritti umani, soprattutto nell’epoca delle guerre umanitarie, sappiamo che il limite minimo della comune condizione umana è definito da quell’imperativo. Rinviando i barconi dei migranti in Libia, il governo italiano ha deciso di rinunciare di fatto e di diritto a qualsiasi minima considerazione umana. O meglio: ha stabilito che la cittadinanza, italiana o occidentale che sia, è il requisito indispensabile perché qualcuno sia trattato da essere umano. E dunque che abbia diritto a vivere, a essere curato e trattato come una persona.
Tra i migranti respinti senza nemmeno mettere piede sul nostro sacro suolo ci sono persone in fuga dalla guerra, dagli stermini e dalla fame. Impedendo loro persino di chiedere asilo e riconsegnandoli ai porti d’imbarco, l’Italia li condanna alla detenzione, alle angherie e, come è già documentato da anni, alla morte. Così nel nome della difesa paranoica della nostra purezza territoriale che accomuna la maggioranza di destra e parti consistenti dell’opposizione, noi rispediamo nel nulla i nostri fratelli, uomini, donne e bambini. Proprio come, a diecimila chilometri di distanza, in nome della nostra sicurezza, le nostre pallottole uccidono i bambini e le nostre bombe cancellano dalla faccia della terra cento civili in un colpo solo. A questo punto, non c’è nemmeno bisogno di insistere nelle analisi. Il quadro appare chiaro. Dentro la nostra fortezza, norme discriminatorie, che si appoggiano a una cultura trionfante della delazione pubblica e privata, tengono in riga, nell’ombra e nello sfruttamento, gli stranieri di cui abbiamo bisogno. Fuori, c’è l’espulsione preliminare, concordata con la Libia. Curiosi ricorsi storici: i nostri ex colonizzati, a suo tempo decimati e rinchiusi nei campi di concentramento di Graziani, si incaricano, in cambio di soldi, contratti e autostrade, di respingere e internare i profughi e gli affamati di un continente. Qui le leggi razziali, rispolverate da qualcuno, non c’entrano proprio. C’è invece quella linea, profonda come la faglia di Sant’Andrea, che separa il mondo sviluppato dal resto della terra. In un romanzo di Saramago, la penisola iberica si staccava dall’Europa. Ma ora è questa che scava un fossato incolmabile con la povertà esterna; la Lega è la punta estrema e paranoica di questa cultura del respingimento. E in Italia, ventre d’occidente, non valgono nemmeno le finzioni umanitarie di burocrati e giuristi europei. Qui da noi, mentre la stampa si affanna intorno ai casi privati del padrone, tutto è divenuto possibile. Ma ci si sbaglierebbe a credere che la nostra sia un’eccezione. Dopotutto, il fascismo è nato in una pianura tra le Alpi e gli Appennini. Oggi, l’Italia è l’avanguardia di un’aggressione all’umanità.



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