Scrittura e movimento

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Franco Berardi Bifo

pp. 113
Anno 2021 (novembre)
ISBN 9788869482083

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Descrizione

Franco Berardi Bifo
Scrittura e movimento
Postfazione e cura di Nicolas Martino

Pubblicato per la prima volta quasi cinquant’anni fa – e qui riproposto con una nuova introduzione dell’autore –, Scrittura e movimento è un piccolo classico di quella teoria radicale che, nata in Italia tra gli anni Sessanta e Settanta, ha conquistato la scena culturale internazionale. Un breviario di estetica “operaista” scritto con un stile brillante e nervoso in cui, risalendo alla tradizione delle avanguardie sovietiche e riallacciandosi alla grande trasformazione attraversata dalle società Occidentali alla fine del xx secolo, l’autore analizza e mette in discussione il modo di produzione del testo. Quando l’avanguardia diventa di massa, le pratiche significanti non possono più essere quelle ereditate da una tradizione moderna fondata sulla separazione tra lavoro intellettuale e lavoro manuale. Che cos’è e come funziona il lavoro culturale a partire da questa trasformazione radicale del processo produttivo? Che cosa diventano allora la letteratura, le arti e la loro teoria? Che cos’è un’estetica anti-idealista e materialisticamente piantata nel mondo? Come si compone un’opera e chi la compone? Chi è, oggi, l’autore?
A queste e altre domande prova a rispondere questo testo, che è anche uno dei migliori saggi critici sul lavoro di Nanni Balestrini. Un libro che parla del lavoro culturale, artistico, e creativo contemporaneo, entrando nel vivo delle sue contraddizioni.

Franco Berardi Bifo (Bologna, 1949), filosofo, è stato fondatore e animatore della rivista “A/traverso” e di “Radio Alic”. Autore di numerosi saggi sulle trasformazioni del lavoro e sui processi comunicativi, tradotti in più lingue. Per i nostri tipi ricordiamo: Dell’innocenza. 1977 l’anno della premonizone (2002); Come si cura il nazi. Iperliberismo e ossessione identitarie (2009), e La nonna di Schäuble. Come il colonialismo finanziario ha distrutto il progetto europeo (2015).

Rassegna stampa

UN ASSAGGIO

Indice

7 Nota ai testi
di N.M.

9 Introduzione alla nuova edizione

17 Mirafiori è rossa

29 Proletarizzazione del lavoro intellettuale, conoscenza, scrittura in movimento

39 L’istituzione culturale

1. L’istituzione culturale; 2. Utopia estetica e riformismo; 3. Utopia e ideologia nell’avanguardia; 4. L’alienazione artistica; 5. L’arte e la realizzazione del significato

58 L’ideologia del lavoro intellettuale

1. Il contraccolpo del ‘68; 2. Bassa intercambiabilità, alta identificazione; 3. Fortini, la neoavanguardia, la proletarizzazione; 4. La realtà e l’ideologia

73 Scrittura, movimento, conoscenza

1. Lavoro intellettuale, scienza produttiva, conoscenza; 2. Concetti dellavolpiani per la teoria del linguaggio; 3. Gioco e tecnica; 4. Onnitestualità: senso e struttura; 5. La poetica del gesto linguistico-combinatorio; 6. Il linguaggio dalla rappresentazione alla struttura; 7. Conoscenza e linguaggio: Il problema della determinatezza; 8. La poesia come forma di conoscenza; 9. Riepilogo
92 Postfazione
L’autore siamo noi. Polifonia e dissonanza del lavoro intellettuale
di Nicolas Martino


 

Introduzione alla nuova edizione

La primavera del 1973 fu straordinaria. Nel mese di marzo ero a Torino, ospite di una coppia di giovani operai di Mirafiori, Cicci e Salvatore. Cercavo un alloggio, a quell’epoca non c’era airbnb, e non avevo soldi da spendere. Perciò chiesi a Marione Dalmaviva, che dirigeva la piccola pattuglia dei militanti di Potere operaio della città, se poteva aiutarmi a trovare una sistemazione perché volevo fermarmi in città per mescolarmi con le vicende della lotta dei metalmeccanici che stavano scioperando per ottenere un nuovo contratto di categoria, e migliori condizioni di vita e di salario.
Mario mi presentò questi due ragazzetti che avevano all’incirca la mia età, ventitré anni, forse anche meno. E loro mi diedero le chiavi di un appartamento che si trovava in via Giolitti ed era completamente vuoto. C’era solo un letto, e basta, neppure la carta igienica, neppure una macchinetta da caffè.
Ma non avevo bisogno di niente più che un letto, perché durante il giorno avevo molte cose da fare. Cosa avevo da fare? Le solite cose: stampavamo volantini alla sede di Potere operaio, andavamo a porta due di Mirafiori un paio di volte al giorno e passavamo un paio d’ore ogni volta per diffondere i volantini freschi di stampa, e per parlare con gli operai, soprattutto con quelli più giovani, e soprattutto quelli meridionali, che in quella città si sentivano un po’ sperduti, e facilmente accettavano le nostre proposte di venire a una riunione nel caffè vicino alla fabbrica, oppure alla sede di Potere operaio. Poi ritornavo in via Giolitti la sera tardi, e dormivo in quello stanzone imbiancato alla meno peggio. Un giorno chiesi a Cicci e Salvatore che se ne facevano di quella stamberga.
Mi dissero che venivano qui con delle ragazze di tanto in tanto a fumare marijuana. La notizia mi confuse un po’. Avevo sentito parlare di quelle droghe, di quella marijuana che in America pare che se la fumavano tutti. Ma io non la avevo mai vista. Ero un militante abbastanza libertario, ma questa cosa delle droghe mi sembrava sospetta. Negli ambienti comunistoidi che frequentavo le droghe si consideravano come un pericolo strumento della reazione per corrompere l’anima pura dei giovani. Beh adesso esagero, non ero proprio così coglione, ma insomma non pensavo che i militanti potessero addirittura fumare marjuana. Figuriamoci poi se erano operai. Però Salvatore e Cicci si spinsero anche oltre, e, lasciandomi sbigottito, mi dissero che anche all’interno delle officine si fumava marijuana, così poi il lavoro diventava più rilassato e tutti ridevano dei caporeparto e degli ordini che arrivavano giù dalla direzione. Non avevo mai immaginato che gli operai della gloriosa avanguardia fumassero droga durante il lavoro. Questo cambiò la mia visione in modo radicale.
Questi ragazzetti che arrivava o nella metropoli industriale da Sorrento e da Gallipoli, da Amantea e da Crotone, avevano ancora negli occhi e nell’anima il sole delle loro spiagge, e l’ozio delle loro serate paesane. Erano la prima generazione operaia migrante che si era formata culturalmente negli anni successivi al 1968, avevano ricevuto notizia dell’Autunno caldo, erano venuti a Nord per guadagnare un po’ di soldi, non perché li allettasse l’idea di una carriera da metalmeccanici. Nella città della FIAT erano trattati come terroni, i padroni di casa li ammassavano in quattro cinque o sei in una stanza, nei locali li guardavano male, e in fabbrica erano costretti a subire ritmi di sfruttamento sempre più intensi. Ma l’inventiva del proletariato giovanile non si fermava davanti a questi dettagli. Cicci, Salvatore e i loro amici, lavorando il meno possibile, mettevano insieme quelle poche lire che gli permettevano di avere un appartamentino per scopare e farsi le canne. Fu così che cominciai a capire delle cose importanti sulla classe operaia, che non avevo letto sui libri del marxismo ufficiale.
Alla fine del mese le trattative tra il padrone e il sindacato giunsero alla conclusione, e alla fine il sindacato firmò una specie di accordo che agli operai non andava affatto bene. Ci furono assemblee autonome di reparto e alla fine gli operai decisero di respingere l’accordo. Noi di Potere operaio, e i nostri cugini di Lotta continua, stazionavamo tutto il giorno dalle parti della fabbrica per incitare, sobillare, argomentare, cavilllare…
Il 30 marzo mi trovai lì davanti a Mirafiori proprio mentre un enorme corteo di operai stava uscendo dalla porta due, e c’era fra loro il mio amico e ospite Salvatore, che vedendomi disse: dài vieni dentro con noi, e allora entrai con lui nelle officine Mirafiori in quel luogo che in quegli anni per tutti noi era il centro del mondo, e gli operai attaccavano dei pezzi di carta gommata sui clacson e cinquemila macchine suonavano tutte insieme in un immenso cacofonico concerto. Si mettevano dei cordini rossi intorno alle tempie e battevano con una mazza sui bidoni dell’olio, trasformati in tamburi ribelli. Fu così che cominciai a pensare che la classe operaia non sarebbe mai andata in paradiso e la sola cosa da fare era prendersi il paradiso finché siamo qui. […]

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