L’intollerabile presente, l’urgenza della rivoluzione

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Maurizio Lazzarato

pp. 256
Anno 2022 (gennaio)
ISBN 9788869482076

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Descrizione

Maurizio Lazzarato
L’intollerabile presente, l’urgenza della rivoluzione
Classi e minoranze

Per due secoli la rivoluzione è stata la forma stessa dell’azione politica. Le lotte sindacali, le lotte di liberazione nazionali, il mutualismo operaio, le lotte per l’emancipazione erano strategie che, per essere efficaci, dovevano necessariamente articolarsi con la rivoluzione. Partendo dalla sconfitta storica della rivoluzione mondiale, dall’affermarsi di un neoliberismo aggressivo a metà degli anni Settanta, questo nuovo lavoro di Maurizio Lazzarato non pretende di rivelare quale forma avrà la rivoluzione del XXI secolo o se sarà ancora possibile; più modestamente, si propone di tracciare un bilancio delle rotture rivoluzionarie del xx secolo e di definire le condizioni oggettive e soggettive a partire dalle quali si potrebbe ricominciare a parlare di rivoluzione. La prima di queste condizioni è subito indicata nel saper cogliere e teorizzare il passaggio dalla “lotta di classe” (tra capitale e lavoro) alle “lotte di classe” al plurale (operaie, sessuali, razziali). È unendo le critiche e le teorie del marxismo, del femminismo e del pensiero anticoloniale che si potranno mettere in discussione i rapporti tra classi e minoranze, tra Nord e Sud globali, tra tempi della rivoluzione e irruzione di nuove soggettività.
I molti lavori che oggi descrivono i processi di sfruttamento economico e di dominio politico delle donne, dei razzializzati, dei lavoratori e della natura, sembrano tutt’al più tracciare una nuova cartografia delle “vittime”, senza proiettarle in una soggettivazione imprevista capace di porre il problema dell’urgenza della fine del capitalismo e delle classi.
La catastrofe che si annuncia, e che eufemisticamente chiamano “crisi ecologica“, ha le sue radici nella vittoria della classe dei capitalisti, ma l’implosione dell’umanità è proprio ciò che ci attende se non ci sarà una ripresa dell’attività rivoluzionaria.

Maurizio Lazzarato, sociologo e filosofo, vive e lavora a Parigi, dove svolge attività di ricerca sulle trasformazioni del lavoro e le nuove forme dei movimenti sociali. Tra i suoi lavori: La fabbrica dell’uomo indebitato (2012), Il governo dell’uomo indebitato (2016), Il capitalismo odia tutti (2019) e, per i nostri tipi, Il governo delle disuguaglianze (2013), Segni e macchine (2019).

RASSEGNA STAMPA

UN ASSAGGIO

Indice

7 Introduzione

13 Capitolo primo. Dalla lotta di classe alle lotte di classe

1. L’eclisse della rivoluzione; 2. Le lotte delle classi; 3. Le classi e il lavoro libero; 4. Il contesto delle lotte di classe e delle rivoluzioni contemporanee; 4.1. La colonizzazione del centro; 4.2. La strategia nei monopoli; 4.3. Il controllo delle tecniche e delle risorse naturali; 5. Un sapere strategico

32 Capitolo secondo. Il lavoro “gratuito” delle donne e dei razzializzati nella globalizzazione e nella rivoluzione

1. Il mercato mondiale e la molteplicità dei modi di produzione; 1.1. Valorizzazione e svalorizzazione delle soggettività; 1.2. I veri confini; 1.3. Macchina politica e intelligenza artificiale: 2. La macchina mondiale del potere; 2.1. La macchina a due teste; 2.2. Ordoliberismo e stato di emergenza; 3. La colonialità del potere; 4. La repubblica schiavista

64 Capitolo terzo. L’Europa e le rivoluzioni del Novecento

1. La rivoluzione in Oriente; 2. Gramsci e la rivoluzione mondiale; 3. Hans-Jürgen Krahl, il movimento studentesco e la rivoluzione; 3.1. Soggettivazione politica; 3.2. Il destino della rivoluzione

88 Capitolo quarto. Femministe e colonizzati: le nuove lotte di classe

1. La dialettica è bianca e maschile; 1.1. Critica della dialettica in Fanon; 1.2. Lonzi e la dialettica patriarcale; 1.3. Hegel e “il dover essere sempre assolutamente moderni” di Tronti; 1.4. Asimmetrie non dialettiche; 1.5. L’eterogeneità delle sottomissioni; 1.6. Uscire dalla Storia e dalla dialettica e rompere con le rivoluzioni socialiste; 1.7. Autonomia delle organizzazioni politiche delle donne e dei lavoratori colonizzati; 2. Le lotte delle classi nel femminismo materialista; 2.1. Sesso, sessualità, genere; 2.2. La critica queer; 2.3. Michel Foucault o la teoria queer del potere
128 Capitolo quinto. Critica dello sfruttamento e della produzione di soggettività

1. La proprietà è un furto?; 1.1. La proprietà è un furto!; 2. La guerra di conquista delle soggettività; 2.1. Guerra di conquista e norme; 2.2. La normalizzazione precede la norma; 2.3. La costituzione della classe delle donne nel femminismo materialista; 2.4. Ciò che precede la norma è la “soggettività vinta”

159 Capitolo sesto. La rimozione delle lotte di classe

1. Karl Marx; 2. Michel Foucault; 3. Hardt e Negri; 4. Gilles Deleuze e Félix Guattari; 5. L’ecologia di Bruno Labour

184 Capitolo settimo. Il “soggetto imprevisto” e i tempi della rivoluzione

1. Il superamento dello storicismo: dal futuro al presente; 2. Evento e rivoluzione; 3. L’evento del 68; 4. I tempi dell’evento; 5. Il doppio pericolo del dopo-evento insurrezionale; 6. La controrivoluzione; 7. La spoliticizzazione dei tempi

213 Capitolo ottavo. Lotte di minoranze e classi, catastrofe e rivoluzione mondiale

1. La nuova natura del conflitto; 1.1. Classi e minoranze; 1.2. Negazione e affermazione; 1.3. La soggettivazione politica del Combahee River Collective; 1.4. Il soggetto imprevisto; 1.5. Enunciazione collettiva versus performativo; 2. La catastrofe; 2.1. Natura naturans; 3. La rivoluzione mondiale; 3.1. Il “lavoro gratuito” nella rivoluzione che viene; 3.2. L’insurrezione; 3.3. Si impara continuando la rivolta; 3.4. Le ultime rivolte


 

Introduzione

Non possiamo negare che la società borghese ha vissuto, per la seconda volta, il suo xvi secolo – un secolo che spero suonerà a morto per lei come il primo l’adulò in vita. Il vero compito della borghesia è la creazione del mercato mondiale […]. Siccome il mondo è rotondo, sembra che questo compito sia stato portato a termine con la colonizzazione della California, dell’Australia e con l’inclusione della Cina e del Giappone. Ecco la questione difficile per noi: sul continente la rivoluzione è imminente e avrà sin da subito un carattere socialista. Ma non sarà essa necessariamente schiacciata in questo piccolo angolo di mondo, dato che il movimento della società borghese è, in regioni molto più vaste, ancora in ascesa?

Il libro nasce come commento a queste poche righe di una lettera di Marx a Engels, datata 8 ottobre 1858. Marx fissa il contesto della rivoluzione: il mercato mondiale; lo spazio in cui si presenterà: l’Europa; la forza soggettiva che la incarnerà: la classe operaia.
Nel capitalismo, però, tutto avviene molto rapidamente, anche la rivoluzione. Appena cinquant’anni dopo questa lettera, la storia prende una piega molto diversa: la rivoluzione vittoriosa esplode ovunque nel mondo e per tutto il Novecento, tranne che in Europa (e nel resto del Nord). Ma non sarà la classe operaia a farla. Il contesto resta immutato, il mercato mondiale, ma il pericolo per la rivoluzione ora viene dall’Europa, da “quel piccolo angolo di mondo” che, al fine di soffocarla, finanzierà e alimenterà tutte le controrivoluzioni e le guerre civili possibili.
Ben due cicli di rivoluzioni seguono rapidamente le rivoluzioni socialiste di cui parla Marx! Ai margini del capitalismo (Russia 1905 e Messico 1910), nelle colonie e nelle semicolonie (Cina, Vietnam, Algeria, Cuba ecc.), le rivoluzioni dei “popoli oppressi”, degli schiavi, dei colonizzati, prendono il potere proprio mentre la classe operaia fallisce! Queste rivoluzioni “contro il capitale di Marx” (Gramsci), prodottesi lì dove non dovevano, condotte da soggetti “sottosviluppati” rispetto alla classe operaia del centro, hanno creato, nel bene e nel male, delle formidabili macchine politiche: quella sovietica ha segnato il destino dell’umanità nel xx secolo, quella cinese segnerà invece il destino del xxi, mentre le rivoluzioni anticoloniali hanno lanciato il primo vero e profondo attacco all’organizzazione del mercato mondiale.
Benché i partiti comunisti sostenessero che contadini, proletari, poveri, donne e colonizzati, agivano sotto la direzione della classe operaia, l’egemonia politica di quest’ultima cominciava a scricchiolare. Con il terzo ciclo di rivoluzioni, quello del secondo dopoguerra, i modi delle rotture e i soggetti politici mutano ancora. Tra questi ultimi se ne impone uno del tutto nuovo, il movimento femminista, che mette definitivamente fine alla centralità della classe operaia nel processo rivoluzionario e afferma una nuova molteplicità. Solo cinquant’anni dopo la rottura sovietica, le condizioni della rivoluzione sono dunque cambiate ancora, senza trovare però le forze soggettive capaci di attualizzarla.
Persa quest’arma strategica, le lotte non possono che essere difensive; esse cercano di salvaguardare ciò di cui la macchina a due teste Capitale/Stato si appropria regolarmente, senza incontrare delle vere resistenze. Scomparsa la rivoluzione, il contenuto della lotta, il suo terreno, persino i tempi dello scontro, sono nelle mani del nemico. Anche riformismo e socialdemocrazia dipendono dall’attualità della rivoluzione. La continuità che il processo rivoluzionario aveva conservato dai tempi della Rivoluzione francese, sembra interrotta.
Questo libro non pretende di rivelare quale forma avrà la rivoluzione del xxi secolo o se sarà ancora possibile. Più modestamente, cerca di tracciare un bilancio delle rotture rivoluzionarie del Novecento, che mancano ancora di una riflessione adeguata, e di definire le condizioni a partire dalle quali si potrebbe ricominciare a parlare di rivoluzione.
Nonostante l’estensione e l’intensità delle lotte che eccedono il rapporto capitale/lavoro, che investono l’insieme dei rapporti di potere (i rapporti tra uomo e donna, i rapporti coloniali, ogni forma di gerarchia e di subordinazione, comprese quelle tra umani e non umani), la rivoluzione degli anni Sessanta e Settanta subisce una sconfitta che farà scomparire dal panorama politico tanto il concetto quanto la sua possibile realizzazione. Le lotte dei colonizzati, delle donne, degli studenti e delle nuove generazioni di operai, rendono inefficaci le modalità di azione, le forme di organizzazione e gli obiettivi del movimento operaio, senza però produrre nulla di paragonabile, quanto a efficacia e determinazione, alle rotture praticate nell’Est e nel Sud del mondo.
Le ipotesi avanzate per cercare di spiegare il declino della rivoluzione chiariranno forse anche le condizioni per cominciare a ripensarla.

L’ipotesi delle due rivoluzioni – Il ciclo di rivoluzioni iniziato con il ’17 sovietico si esaurisce essenzialmente a causa della separazione tra “rivoluzione politica” e “rivoluzione sociale”. Il giovane Marx faceva della loro unità la chiave della rivoluzione. Se quest’ultima si limita esclusivamente a quella politica (come si verificherà in Russia, Cina, Vietnam, Algeria, Cuba ecc.), rapidamente si trasformerà in una riproposizione dei dispositivi della forma Stato. Il ciclo della rivoluzione mondiale del secondo dopoguerra termina negli anni Settanta con il dissolversi tanto della “rivoluzione” quanto del “divenire rivoluzionario”, concetti che nel linguaggio dell’epoca traducono le categorie del giovane Marx. Il modo di articolare le due forme della rivoluzione, cambiare il mondo e cambiare la vita, non è ancora stato trovato!
L’ipotesi della rivoluzione mondiale – Marx afferma chiaramente che il successo della rivoluzione dipende dai rapporti di forza su scala mondiale. La rivoluzione sarà mondiale o non sarà. Oggi l’internazionalismo è ancora più necessario che all’epoca di Marx. Il mercato mondiale è il luogo in cui si forma un “divario”: sebbene la strategia capitalista sia mondiale dal 1492, le forze rivoluzionarie si porranno il problema solo a partire dalla seconda metà dell’Ottocento. Ciò su cui insiste Marx quando parla di mercato mondiale, è la forza “rivoluzionaria” del Capitale, mentre i rivoluzionari del Sud e dei margini leggono lo stesso processo dal punto di vista degli oppressi. La rottura con l’imperialismo deve avvenire “qui e ora”, senza passare attraverso lo sviluppo delle forze produttive, il recupero dei “ritardi” tecnologici, la crescita della classe operaia, mettendo così in discussione lo storicismo del movimento operaio e la sua filosofia della storia. Un secolo fa Rosa Luxemburg aveva colto l’impossibilità del divenire “mercato mondiale” del capitalismo e che oggi si sta verificando sotto i nostri occhi: “mentre tende a divenire forma economica mondiale, s’infrange contro l’incapacità intrinseca ad essere una forma mondiale di produzione”. È ciò che gli esperti chiamano “fine della globalizzazione” senza poterne indicarne le cause.

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