Cosmopoli

 14.50

Enzo Traverso

pp. 166
Anno 2020
ISBN 9788887009597

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Collana: . Tag: , . Product ID: 2454

Descrizione

Enzo Traverso
Cosmopoli
Figure dell’esilio ebraico-tedesco
L’ascesa del nazismo al potere, nel 1933, segna l’inizio di un gigantesco esodo della cultura tedesca, una cultura in gran parte incarnata da intellettuali ebrei. Dispersi tra le due sponde dell’Atlantico, questi outsiders hanno profondamente rinnovato il pensiero occidentale, sia in Europa che in America. Nei saggi qui riuniti, l’autore mette a fuoco alcuni frammenti singolari e affascinanti dell’esilio ebraico-tedesco. Al di là del luogo comune, giusto ma unilaterale, che lo descrive come una “vita mutilata”, l’esilio è sondato in queste pagine come un osservatorio del tutto nuovo sul mondo e sulla storia. Gli scritti e le lettere di Theodor W. Adorno, Hannah Arendt, Walter Benjamin, Siegfried Kracauer e Joseph Roth rivelano i tratti salienti dell’esilio come esperienza umana e intellettuale: la solitudine del senzapatria, lo sguardo dello straniero, la bohème per necessità, il cosmopolitismo del “patriota d’hotel”, l’extraterritorialità di chi vive “fuori luogo” e, infine, l’acosmia: una “perdita del mondo” che spesso è soltanto il tragico rovesciamento dialettico dell’amore per il mondo. Da questa condizione esistenziale ed epistemologica emerge una pagina straordinaria della storia intellettuale del xx secolo.Enzo Traverso (Gavi, 1957) vive a Parigi e insegna Scienze politiche all’università della Piccardia. Autore di diverse opere, tutte tradotte in varie lingue, ha pubblicato in Italia Gli ebrei e la Germania. Auschwitz e la simbiosi ebraico-tedesca (il Mulino 1994), Totalitarismo. Storia di un dibattito (per i nostri tipi), La violenza nazista. Una genealogia (il Mulino 2002) e Auschwitz e gli intellettuali (il Mulino 2004).

RASSEGNA STAMPA

“La Stampa – Tuttolibri”, 19 novembre 2004
Tra radici e esilio, Bassani e gli erranti
di Elena Loewenthal

Le due letture di questa settimana sono situate a due antipodi concettuali, ed è per questo che la loro associazione risulta quasi d’obbligo. Fra l’una e l’altra, si apre l’orizzonte vasto della storia, che nel mutuo scambio fra opposti appare sotto una luce nuova. E’ più ombra che luce, a dire il vero, più assenza e nostalgia che presenza e vita. La Ferrara di Bassani, ad esempio, è realtà lontana, cui la nebbia invadente sfuma non solo i confini, anche la sostanza al centro. Paola Frandini ha intitolato Giorgio Bassani e il fantasma di Ferrara (Manni editore – www.mannieditori.it -, pp. 134, e13,00) il suo itinerario nella città dello scrittore, nello scrittore della città.
Bassani «è quello di Ferrara», in effetti, più di quanto Saba non lo sia di Trieste, Pratolini di Firenze, Moravia di Roma. La studiosa offre così in questo libro una vera e propria topografia personale dello scrittore: la città diventa specchio di quel ghetto immaginario, ma dolorosamente consistente, in cui le leggi razziali e l’esclusione rinchiusero gli ebrei. Ma c’è anche la Ferrara dell’amore e della consuetudine, dove lo spazio urbano è lunga dimestichezza di memoria, mentre la pianura non è simbolo di monotonia e invece il ritratto della sincerità: soprattutto dei sentimenti con cui la città contraccambia chi le appartiene.
Di Enzo Traverso escono invece in questi giorni due volumi. Uno s’intitola Auschwitz e gli intellettuali. La Shoah nella cultura del dopoguerra, pubblicato da il Mulino (pp. 250, e15,00): lo studioso vive e lavora da tempo in Francia, questo libro è stato scritto originariamente in francese, ma la traduzione italiana è divenuta alla fine un’ampia rielaborazione.
Anche Cosmopoli. Figure dell’esilio ebraico-tedesco (pubblicato invece da Ombre Corte, traduzione di Sara Ottaviani, pp. 166, e14,50) è stato scritto da Traverso non nella sua lingua madre, cioè l’italiano, bensì in quella cui la vita lo ha fatto approdare. Ed è cosa qui particolarmente significativa, dato il filo conduttore di questi saggi. Tra il 1933 e il 1938 più di 450.000 ebrei di lingua tedesca lasciano l’Europa centrale nazificata: quest’esilio è uno dei più rilevanti, «e forse il più ricco sul piano intellettuale, del XX secolo». Quanto mobile ed elastica è la mente di questi intellettuali (da Joseph Roth che visse sempre in albergo ad Hannah Arendt che dall’America scrisse montagne di lettere all’altra sponda dell’Oceano a Siegfried Krakauer e la sua extraterritorialità linguistica), tanto il «loro sguardo restava fisso su un’Europa in fiamme, il loro pensiero era completamente assorbito dall’Apocalisse che devastava l’Occidente».
Questi esilii su cui, con competenza e rara sensibilità (una sorta di autentica affinità elettiva) si sofferma Enzo Traverso, hanno anche, però, un ruolo storico che va oltre quella generazione e quel mondo: questa condizione, infatti, ha con tutta probabilità contribuito alla costruzione degli studi di genere, e del multiculturalismo di cui oggi tanto si parla.
In particolare sono le analisi del totalitarismo su cui una buona parte di questi esuli si concentrò, a porre le basi della futura battaglia femminista. Non una vera e propria filiazione, ma una concatenazione logica, e una nuova, interessantissima, chiave interpretativa.

“il manifesto” – 19 ottobre 2004
Il secolo dei senza patria

di sandro Mezzadra

Dal nazismo ad Auschwitz. Due libri dello storico Enzo Traverso
Da Walter Benjamin a Hannah Arendt, da Günter Anders a Paul Celan, da Pimo Levi a Jean Améry. Gli intellettuali ebrei di fronte al nazismo e all’esperienza dei campi di sterminio. Un appassionato affresco sul Novecento europeo

Il compianto Edward Said, che se ne intendeva, ha scritto una volta che “l’esilio è qualcosa di singolarmente avvincente a pensarsi, ma di terribile a viversi”. Enzo Traverso, autore di fondamentali studi sulla violenza nazista e sul concetto di totalitarismo, non ignora certo il monito di Said. Quando, proprio in apertura di un suo volume uscito in questi giorni (Cosmopoli. Figure dell’esilio ebraico-tedesco, ombre corte, pp. 166, € 14,50), afferma che “un giorno bisognerà rileggere la storia del XX secolo attraverso il prisma dell’esilio”, l’icona che richiama immediatamente è il monumento di Port-Bou a Walter Benjamin: un monumento che ricorda il suo suicidio dopo un tentativo fallito di attraversare clandestinamente la frontiera spagnola, ma che al tempo stesso, stagliandosi sulle rocce a strapiombo sul mediterraneo, parla a quanti vogliono ascoltare delle migliaia di vite infrante negli ultimi anni nel tentativo di raggiungere le coste dell’Europa di Schengen. L’esilio pare dunque stringersi fin dal principio del libro di Traverso con la morte. Ma c’è di più: Cosmopoli va letto insieme a un altro volume dello stesso autore, anch’esso fresco di stampa per i tipi del Mulino, dedicato alla Shoah nella cultura del dopoguerra (Auschwitz e gli intellettuali, pp. 250, € 15, Dell’uscita francese dei due volume ha parlato su queste pagine Michele Mani il 10 agosto). E questo non solo per la contemporanea uscita sul mercato editoriale italiano, né soltanto perché alcune delle figure chiave nella riflessione di Traverso ritornano in entrambi i volumi (da Hannah Arendt a Theodor W. Adorno). Il legame è più di fondo, e investe la tesi attorno a cui Auschwitz e gli intellettuali è costruito: almeno fino ai primi anni Sessanta la cultura europea è stata letteralmente cieca di fronte allo sterminio degli ebrei. Quale migliore, e paradossale, dimostrazione di questa cecità delle Riflessioni sulla questione ebraica pubblicate da Sartre nel 1946, in cui “la fenomenologia dell’antisemitismo si ferma al pogrom, colto come la forma estrema dell’odio verso gli ebrei”? Fu in fondo proprio la prospettiva dell’esilio che consentì a pochi intellettuali europei, quasi sempre di origine ebraica, di cogliere la radicalità di Auschwitz. Esuli, e non di rado autori di memorabili riflessioni sulla figura stessa dell’esilio, sono infatti i principali protagonisti – accanto a testimoni come Amery e Levi – del libro di Traverso: da Hannah Arendt a Günther Anders, da Adorno a Celan.
Non solo la morte, dunque, ma la sua sistematica organizzazione su scala industriale, le fabbriche della morte aperte dai nazisti nel cuore dell’Europa costituiscono lo sfondo ineludibile del ragionamento di Traverso sull’esilio. Eppure questo ragionamento può essere letto anche, non sembri un paradosso, come una meditazione sulla felicità e sulla speranza.
Torniamo a Benjamin, la cui filosofia della storia costituisce forse il tessuto connettivo fondamentale tra Cosmopoli e Auschwitz e gli intellettuali. “L’immagine di felicità che custodiamo in noi”, si legge nella seconda delle tesi Sul concetto di storia da lui scritte all’inizio del 1940, poco prima di lasciare la Francia di Vichy, dove i rifugiati tedeschi ebrei e/o marxisti venivano consegnati dalle autorità alla Gestapo, “è del tutto intrisa del colore del tempo in cui ci ha ormai relegati il corso della nostra esistenza”. E aggiungeva, ebreo e marxista, che ciò rinvia necessariamente il materialismo storico a fare i conti con il passato, in virtù di quella “”debole” forza messianica” che gli consente di afferrare l'”indice segreto” che il passato stesso porta con sé e “che lo rinvia alla redenzione”. Commenta Michael Löwi, in un bel libro sulle Tesi da poco uscito in italiano (Segnalatore di incendio, Bollati Boringhieri) e molto vicino alla sensibilità di Traverso: “perché la redenzione possa avere luogo, occorre la “riparazione” della sofferenza, della desolazione delle generazioni vinte, e il compimento degli obiettivi per cui esse hanno lottato e che non sono riuscite a raggiungere”.
Ecco, a me pare che il lavoro di Traverso, al di là dei suoi meriti storiografici e del grande fascino della sua scrittura, riesca in fondo a catturare il lettore per la tenacia con cui va alla ricerca di quell’indice segreto di cui parla Benjamin pur attraversando alcune delle pagine più sconvolgenti della storia novecentesca. Si prendano ad esempio le analisi dedicate all’opera di Günther Anders. Traverso restituisce con grande precisione le tonalità di fondo di un pensiero stretto tra gli incubi di Auschwitz e di Hiroschima. Conduce il lettore a condividere la disperazione di Anders di fronte all’incapacità dell’uomo non solo di controllare, ma anche di immaginare, la potenza di distruzione delle sue “creature demoniache”. Ma poi, deviando dalla lettura canonica che vede appunto nel principio disperazione di Anders la catastrofica smentita dell'”utopico” principio speranza di Ernst Bloch, finisce per ricostruire la traccia – frammentaria ed esile, ma nondimeno presente – di un pensiero che non ha mai cessato di interrogarsi, neppure nelle condizioni estreme che ne circoscrivevano lo spazio, sul rompicapo della liberazione. Fino a fare “della disperazione la scintilla della rivolta”.
Sono molti i capitoli di Auschwitz e gli intellettuali in cui si può ravvisare una “mossa” analoga a quella or ora indicata. Nella stessa ricostruzione del confronto tra Améry e Levi, dipanatosi “a partire da una percezione comune di Auschwitz come limite estremo della natura umana”, Traverso lascia trasparire chiaramente la sua maggiore prossimità al chimico italiano, che finiva per ritrovare “un filo di speranza e riaffermava la sua fiducia nell’uomo”. Tanto esile è questo filo di speranza, quanto sommessa deve essere del resto, ancora una volta coerentemente con la riflessione di Benjamin sul rapporto tra materialismo storico e teologia, la voce che, in un racconto sempre sospeso sull’abisso, si incarica di portarlo alla luce. Quella voce può parlare attraverso una deviazione appena percepibile dal corso principale della narrazione (è il caso del capitolo su Anders), oppure limitarsi a evocare un’immagine: ad esempio quella di Paul Celan, nato in Bucovina, “all’incrocio di lingue e culture diverse”, che dopo aver combattuto per tutta la vita con la lingua tedesca nel tentativo di dire l’indicibile (Auschwitz, appunto) “partecipò con entusiasmo alle manifestazioni del maggio 1968, nelle vie del Quartiere latino, accompagnato dal figlio, cantando l’Internazionale in francese, in russo e in yiddish”. È un’immagine insieme potente e commovente, che non può certo farci dimenticare il suicidio di Celan due anni dopo, nelle acque della Senna, ma che ha forse molto a che fare con l'”indice segreto” di cui parlava Benjamin.
È del resto del tutto comprensibile che Traverso abbia affinato questo modo benjaminiano di guardare al mondo e alla storia frequentando, e impegnandosi a ricostruire, le vicende di quell’esilio ebraico-tedesco di cui lo stesso Benjamin fu un esponente insigne. Si prenda ad esempio una categoria arendtiana, su cui Traverso si sofferma lungamente in entrambi i volumi di cui stiamo parlando: quella di acosmia, coniata per designare quella perdita del mondo che caratterizza in fondo, con gradi diversi di intensità, ogni esperienza di esilio. Si potrebbe forse interpretare attraverso questa categoria il titolo del libro uscito da ombre corte, Cosmopoli, e sostenere che soltanto chi ha almeno una volta perduto il proprio mondo può immaginarne, e impegnarsi a costruirne in forme non segnate dall’ipoteca del dominio, l’unità. In altre parole: il cosmopolitismo può essere qualcosa di più di una stucchevole “filosofia del cuore” soltanto se rielabora nella propria filigrana concettuale quelle esperienze di distruzione di mondi, di violenza e di abiezione di cui gli esuli sono la cifra, ancora una volta l'”indice segreto”. Seguendo questa traccia, il progetto di scrivere la storia del XX secolo, in quanto secolo della “mondializzazione”, “attraverso il prisma dell’esilio” potrebbe davvero rivelarsi un’impresa, oltre che avvincente sotto il profilo storiografico, di formidabile attualità: quando d’altronde, in uno dei capitoli più belli di Cosmopoli, riviviamo la disperazione di Joseph Roth di fronte al nazismo, in cui vide “l’incarnazione dell’anti-Europa, il clamoroso naufragio dell’idea di un’Europa cosmopolita e plurale”, viene spontaneo domandarsi se per il suo riscatto non convenga guardare più alle acque del mediterraneo, all’immaginazione e ai sogni di quanti quotidianamente lo attraversano rischiando altri naufragi, che ai palazzi di Bruxelles.