Come imporre un limite assoluto al capitalismo?

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Jun Fujita Hirose

pp. 129
Anno 2022 (aprile)
ISBN 9788869482199

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Descrizione

Jun Fujita Hirose
Come imporre un limite assoluto al capitalismo?
Filosofia politica di Deleuze e Guattri

Nella loro prolifica produzione congiunta, Gilles Deleuze e Félix Guattari scrivono i loro tre libri principali sotto la stessa e fondamentale domanda: come rovesciare il capitalismo, come far saltare i dispositivi della sua assiomatica. E propongono, per questo, una sola e invariabile strategia: il divenire rivoluzionario di tutti. Ma la tattica che concepiscono è ogni volta diversa. Si tratta di determinare, in ogni congiuntura, un agente centrale del processo rivoluzionario: i proletari nella lotta di classe, in L’anti-Edipo (1972); le minoranze nella loro lotta contro gli assiomi, in Mille piani (1980), e “l’uomo” (il cittadino prima degli emarginati) nella filosofia politica, in Che cos’è la filosofia? (1991).
Contrariamente alle derive estetiste di molte letture dell’opera di Deleuze e Guattari e in aperta polemica con le teorie “realistiche” che oggi sostengono che non ci sia nulla oltre a ciò che offre il capitale, Jun Fujita Hirose prova a leggere questo trittico di filosofica politica come modo per aggiornare la domanda sulla rivoluzione. E lo fa in un momento preciso: quello della crisi del Covid-19. Un vero momento di distruzione creativa, dice, in cui si sta instaurando un nuovo regime di accumulazione del capitale, sotto l’egemonia tecnologica e finanziaria cinese e con i metalli rari come materiale paradigmatico. Quale tattica corrisponde a questa nuova congiutura?

Jun Fujita Hirose, filosofo e critico cinematografico, è professore di ruolo all’Università Ryukoku (Kyoto). Le sue ricerche vertono principalmente sul cinema, sul pensiero politico, sullo sviluppo della società capitalistica e sui movimenti sociali contemporanei. Il cine-capitale. Il “Cinema” di Gilles Deleuze e il divenire rivoluzionario delle immagini (uscito per i nostri tipi nel 2020) è stato il suo primo libro pubblicato in italiano.

RASSEGNA STAMPA

UN ASSAGGIO

Indice

7 Prefazione. Finalmente sul limite
di Diego Sztulwark

11 Introduzione

25 Capitolo primo. L’anti-Edipo. I borghesi, i proletari e il divenire-fuori-classe

39 Appendice 1. Capitalismo e Stato

54 Capitolo secondo. Mille piani. La maggioranza, le minoranze e il divenire-minoritario

69 Appendice 2. Maggio ’68

92 Capitolo terzo. Che cos’è la filosofia? Gli uomini, gli emarginati e il divenire animale

104 Appendice 3. Rivoluzione e filosofia

121 Conclusione. Dove, quando e come oggi?


 

Prefazione
Finalmente sul limite
di Diego Sztulwark

Finalmente una lettura dei testi scritti in collaborazione da Gilles Deleuze e Félix Guattari. Non una “introduzione a”, né tanto meno una “spiegazione”. Né insegnamento né divulgazione. Quello che Jun Fujita Hirose ci offre è una lettura, o meglio una delimitazione, un’interrogazione e una produzione. In queste pagine ci confronteremo con tre libri – L’anti-Edipo (1972), Mille piani (1980) e Che cos’è la filosofia? (1991) –, non tanto per scoprire in essi una filosofia sistematica quanto per localizzare le politiche elaborate successivamente in ciascuna di queste date.
Arriviamo a Come imporre un limite assoluto al capitalismo? avendo potuto leggere molti saggi sull’opera della coppia di filosofi. Le cose principali sono state tradotte dal francese allo spagnolo: i testi di François Zourabichvili e il notevole saggio sui movimenti aberranti nella filosofia di Deleuze di David Lapoujade. E, soprattutto, il libro che, per oggetto e tema (cioè formalmente), potrebbe essere l’antecedente più diretto di questo: Politique et État chez Deleuze et Guattari, di Guillaume Sibertin-Blanc. Mentre i primi due leggono tutta la filosofia di Deleuze, il terzo si sofferma sulle categorie della produzione comune. Fujita fa qualcos’altro.
Abbiamo detto: una lettura. Descriviamo ora le operazioni di questa lettura. Da un lato, Fujita delimita i termini di un dato problema in ogni libro di Deleuze-Guattari. Per Fujita, un libro non deve essere letto come un’opera omogenea, né deve essere confrontato con altri secondo procedure astratte. Leggere è trovare il problema che muove gli autori. Un problema la cui formulazione sintetica si trova in un’intervista o in qualche documento minore dell’epoca. Una volta delimitato il problema in questione, un problema che è sempre datato – come abbiamo già detto – Fujita fa una deviazione attraverso i dati e il contesto – soprattutto francese – che ci permette di visualizzare il contesto in cui il problema è stato posto. Questi sono i termini di un vera interrogazione. Gli enunciati strategici di Deleuze-Guattari vengono catturati in uno spostamento (porre un problema è porre una domanda urgente). Uno spostamento che è l’indice del processo di problematizzazione. Il problema come zona di instabilità della realtà, la problematizzazione come azione che snatura e ripensa i termini. Problematizzare equivarrebbe a localizzare un evento. E pensarlo è già contrastarlo. Drammatizzarlo. Ogni volta, un teatro della differenza che vuole aprire delle possibilità.
Ma c’è di più. Perché è l’interrogazione stessa di Fujita, la sua lettura, che ci permette di vedere il pensiero degli autori come cavalcato – o afferrato – dalla dinamica irregolare dell’evento, che è la distribuzione delle mutazioni nella realtà e la determinazione reciproca delle singolarità virtuali nell’Idea. Uno stesso movimento, con due facce indistinguibili. Fujita cattura queste traiettorie e dà loro nomi precisi. L’anti-Edipo, dice, è leninista, nella sua ricerca di un soggetto di classe del taglio. Lo stesso non vale per Mille piani, che è guevarista, perché il soggetto-chiave può emergere solo nella forma di un divenire minoritario di tipo guerrigliero che diventa “due, tre, mille Vietnam”. Un decennio dopo, in Che cos’è la filosofia?, i divenire devono fare i conti con la vergogna. Primo Levi è evocato accanto a quelle che in Argentina chiamiamo – espressione di Bernardo Verbitsky – le “villas miserias” (“poblaciones” in Cile, “cantegriles” in Uruguay, “favelas” in Brasile e “chabolas” in Colombia): si tratta di scrivere davanti alle vittime, di un popolo che manca e di una nuova terra. In altre parole: non c’è modo di stabilizzare le categorie utilizzate dagli autori come schemi senza tempo. Il rigore della lettura di Fujita mira proprio a questo: mostrare che il lavoro filosofico degli autori non consiste nel creare nozioni applicabili in generale, ma nel provare movimenti e torsioni – pensiero che crea concetti – sotto la pressione di problemi precisi. Così, Deleuze e Guattari emergono per quello che sono: dei notevoli politici.
Notevoli politici? Strateghi. Cervelli impegnati nell’attualità. Anche marxisti. E non solo per la dichiarazione di Deleuze in cui confessa che sono sempre rimasti fedeli a Marx, ma nel senso preciso che – come mostra chiaramente Fujita – il metodo di problematizzazione parte sempre dal prendere sul serio le trasformazioni del capitale. Neppure nel senso che intende una certa sinistra, cercando citazioni sulla lotta di classe da appiccicare – come fossero bandiere – ai nomi Deleuze o Guattari. C’è qualcosa di più profondo, più comunista, più contemporaneo, che porta la lettura di Fujita in un luogo che i commentatori filosofici di solito non raggiungono (a cui forse si avvicinano i testi sul debito e più recentemente sulla guerra di Maurizio Lazzarato). Ci riferiamo, soprattutto, al problema dei limiti del capitalismo. Un problema che l’immaginazione contemporanea non prende più nemmeno in considerazione. Il duo Deleuze-Guattari ha ereditato da Marx il problema dei limiti del funzionamento della macchina sociale capitalista. Il capitalismo, dicono ne L’anti-Edipo, limite esterno di tutte le società precedenti, non possiede esso stesso un limite esterno. Interiorizza i suoi limiti. Li sposta. Li rende relativi. Tanto che le sue crisi finiscano per diventare parte costitutiva del suo essere. Questo sembrerebbe condannare qualsiasi rivoluzione all’impotenza.
È proprio su questo punto che la lettura di Fujita va oltre. Come abbiamo detto prima: produce. Il problema di come rendere assoluto il limite è inseparabile dal problema di come operare finalmente un taglio: dove tagliare? La domanda viene dal precedente libro dell’autore, Il cine-capitale. Il cinema di Gilles Deleuze e il divenire rivoluzionario delle immagini. È dunque un problema di strategia: come si pone il problema del taglio, del limite assoluto, in mezzo a questa pandemia, all’accelerazione del telecapitalismo e del neo-estrattivismo da cui dipende? La questione è di particolare interesse, inoltre, per il lettore spagnolo, poiché i soggetti capaci di tagliare si trovano, nella lettura di Fujita, nell’estensione territoriale neocolonizzata chiamata America Latina.

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