Abitare la frontiera

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Luca Giliberti

pp. 237
Anno 2020
ISBN 9788869481673

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Descrizione

Luca Giliberti
Abitare la frontiera
Lotte neorurali e solidarietà ai migranti sul confine franco-italiano
Prefazione di Luca Queirolo Palmas

La Val Roja, piccola valle francese al confine con l’Italia, a partire dal 2015, con la chiusura di diverse frontiere interne all’Europa, si ritrova al centro di una inedita rotta migratoria che va verso il nord Europa. Migliaia di migranti restano bloccati a Ventimiglia e, nel tentativo di varcare la frontiera, finiscono per attraversare territori rurali e alpini, nonostante la capillare militarizzazione. Una parte importante della popolazione della valle si mobilita nella solidarietà, offrendo ospitalità, cura e supporto ai migranti in transito. Si tratta di quella parte della popolazione – i cosiddetti “neorurali” – che, dalla fine degli anni Settanta a oggi, alla ricerca di uno stile di vita alternativo all’insegna della decrescita, della sostenibilità rurale e di valori solidali, sceglie la Val Roja come luogo per abitare. Un’altra parte della popolazione, legata alle famiglie native tendenzialmente “reazionarie”, si oppone all’azione solidale, dando origine a conflitti che rafforzano le frontiere sociali preesistenti nella valle. Confini politico-territoriali che irrompono in Europa e confini sociali entrano in collisione: i neorurali della valle, oltre ad abitare la frontiera tra due Stati, si ritrovano ad abitare la frontiera sociale che li divide da un universo culturale opposto.
Frutto di una lunga e intensa ricerca etnografica, il presente volume racconta l’Europa della crisi dell’accoglienza, con le sue frizioni, i movimenti solidali dal basso e i processi di trasformazione sociale che ne derivano.

Luca Giliberti è assegnista di ricerca in Sociologia presso l’Università degli Studi di Genova (Laboratorio di Sociologia Visuale, Dipartimento di Scienze della Formazione), dove lavora come ricercatore del progetto PRIN “ASIT”. È inoltre research fellow presso l’URMIS (Unité de Recherches Migrations et Société, Université Côte d’Azur) e presso l’Institut Convergences Migrations (Dipartimento Policy). I suoi interessi di ricerca ruotano attorno allo studio dei processi migratori transnazionali, delle frontiere e delle reti di solidarietà ai migranti in transito. Autore del volume Negros de Barcelona. Juventud dominicana entre racismo y resistencia (Genoa University Press, 2018), ha pubblicato numerosi articoli in riviste scientifiche nazionali e internazionali.

RASSEGNA STAMPA

il manifesto – 14 novembre 2020

Memorie sociali dell’attraversamento
di Francesca Maffioli

Percorsi critici. A proposito di due libri recenti, con testimonianze e interviste, firmati da Gabriele Proglio e Luca Giliberti. Da Ventimiglia alla Val Roja, un percorso di letture su confini e frontiere. Indagini sulle pratiche dell’ospitalità, sulle contraddizioni in territori liminali. Esperienze individuali nella storia collettiva degli spostamenti di esseri umani.

L’antropologo francese Michel Agier per riassumere quanto constatato da Zygmunt Bauman in Stranieri alle porte (2016) sceglie questa frase: «I muri sono nelle nostre teste». Il muro della «Fortezza Europa» non dev’essere necessariamente solido, in senso materico, ma può anche assomigliare a quel «sistema di protezione galleggiante», fatto di reti, che il governo greco nei primi mesi del 2020 ha disposto nel mare Egeo.
In Bucare il confine (Mondadori Università, pp. 214, euro 16), Gabriele Proglio non ci dice di questi «muri liquidi», ma di quelli terrestri alla frontiera di Ventimiglia in Liguria. Luca Giliberti invece, in Abitare la frontiera (Ombre corte, pp. 237, euro 18), espone la realtà di confine dei villaggi arrampicati sulle Alpi Marittime, al limitare montuoso che separa l’Italia dalla Francia.
TRATTANDOSI DI ZONE di passaggio potremmo pensare a questi luoghi come a uno sfondo temporaneo, invece sono diventati la cornice spaziale fissa delle storie che i due studiosi scelgono di raccontare. È possibile restituire frammenti di memoria individuale e allo stesso tempo la storia collettiva degli spostamenti di esseri umani? È possibile che la pratica dell’ospitalità individuale (spontanea, etica, senza condizioni) riesca ad affrancarsi da certi modelli di pensiero e rompa quel binomio ambiguo che Jacques Derrida chiamava «l’ostipitalità»? È possibile andare al di là dell’idea di neutralità scientifica?
Le interviste di Proglio si susseguono come una raccolta eterogenea di testimonianze sul modello della storia orale, con un sovrappiù di fertile soggettivazione. I dialoghi con le intervistate e gli intervistati mirano a far emergere che la realtà delle parole di chi sceglie di raccontarsi apre alla scoperta di luoghi in cui si concentrano le storie presenti ma anche le eredità del passato, secondo una geografia multitemporale. Quelle di Giliberti compongono una mappatura del «terrero sociale» del territorio della Val Roja: il «doppio ritorno della frontiera» rinvigorisce quella idea fisica e allo stesso tempo anche il rigurgito di vecchie ostilità tra la popolazione della valle Roja o la nascita di nuove animosità tra autoctoni e neorurali.
Proglio descrive le dinamiche inscritte al Passo della Morte, il sentiero che parte da Grimaldi e arriva in Francia. Negli ultimi due secoli questo passo è stato attraversato da coloro che desideravano raggiungere la Francia in fuga dalle guerre, instabilità politiche e persecuzioni religiose. Questi attraversamenti, spiega Proglio, riferiscono una memoria incarnata che si tramanda negli anni: «Esiste una memoria dei corpi, intesa come movimento cinetico sul territorio, che è stata tramandata dai primi anarchici ai partigiani, dai poveri sotto il fascismo agli ebrei, dai dissidenti politici».
ANCHE GILIBERTI insiste su questa memoria degli attraversamenti, facendo riferimento alle reti solidali e guardando nella storia al di là dell’Europa: «un’infrastruttura di transito si genera, composta da reti territoriali in connessione tra di loro – dalla Valle del Loup, alla Valle del Var o a Marsiglia e a Parigi -, che ricorda l’Underground Railroad degli Stati Uniti nel XIX secolo. Una rete sotterranea di case solidali e approdi sicuri – che permetteva agli schiavi neri in fuga dalle piantagioni di risalire il Continente americano verso il nord fino ad approdare in Canada – si ripropone, trasfigurandosi, oggi in Europa, dove persone e reti dei territori attraversati facilitano il dispiegarsi delle rotte migranti, facendo eco alle azioni degli abolizionisti americani di ieri».
IL RIFERIMENTO all’abolizionismo da parte di Giliberti fa da controcanto al termine «apartheid» che Proglio non lesina a utilizzare per i fatti che descrive. Quando le pratiche discriminatorie si formalizzano infatti, la loro acquisizione in quanto «norma» prende la forma dell’abitudine quotidiana. Parlando di Ventimiglia spiega: «Ci sono aree per i bianchi: il centro, le panchine, i supermercati, le spiagge, il lungomare, i bar, i giardini. E ci sono parti della città per i neri: il campo della Croce Rossa e quello informale in via Tenda, quando esisteva; le sponde del fiume Roja, la spiaggia più vicina alla foce del Roja, dove non ci sono stabilimenti balneari, la Caritas. Poi esistono delle zone di contatto: in esse a determinare l’egemonia, in termini relazionali, è la tipologia di comportamento e, in particolare, la questione della mobilità». L’esclusione e il distanziamento sono radicati a tal punto da diventare invisibili agli occhi di coloro i quali osservano lo spazio che li circonda con lo sguardo cieco dell’abitudine, quella per cui la «linea del colore» maschera forme di abuso che sarebbero considerate insopportabili se subite da persone non razzizzate.
La «linea del colore» è anche il parametro che viene utilizzato per selezionare, lungo la D6204 e la SS20 che attraversano la val Roja, i soggetti che vanno controllati in modo più approfondito ai posti di blocco. Giliberti nel suo studio mette in parallelo la militarizzazione della valle, che si materializza nel 2016, al flusso di persone migranti e all’azione delle reti solidali. Pesa anche le conseguenze di questi controlli sistemici e della generalizzata militarizzazione sulla percezione di chi abita la valle, secondo una cronologia che attraversa la realtà della frontiera prima e dopo Schengen – e ora che il «dispositivo di confine» è imposto in maniera capillare su tutto il territorio.
NELLA RICERCA di Giliberti questa frontiera fisica spalleggia le frontiere sociali che abitano la Val Roja. Negli ultimi decenni la valle è stata caratterizzata da processi di neoruralità alternativa, da mobilitazioni sociali tese a guardare il territorio secondo la costruzione di un soggetto collettivo all’insegna della decrescita, della sostenibilità rurale e di valori solidali. Le teorizzazioni di Serge Latouche, André Gorz, Agnès Sinaï si concretizzano nelle scelte quotidiane secondo posizionamenti anticapitalisti, ecologisti e di decolonizzazione del pensiero – per un cambio di paradigma esistenziale che diviene anche culturale e politico.
Nella Val Roja, esperienze di solidarietà, più o meno mediatizzate, prendono forma sul territorio in un tentativo di dialogo fruttifero con le istituzioni locali oppure nella scelta di pratiche di invisibilità tattica. Proglio, nella descrizione delle esperienze di solidarietà del presidio No Borders dei Balzi Rossi descrive una forma di attivismo che si presta a «bucare il confine».
SECONDO LA SEMANTICA della «bolla» le attiviste e gli attivisti tentano di sospendere dinamiche sociali trite e di creare una sorta di parentesi sospesa: «ma è anche, e forse soprattutto, una condizione di sospensione dell’ordine, della quotidianità, uno spazio di extraterritorialità dalle dinamiche nazionali, transnazionali, globali ed europee. La bolla, poi, ha un significato anche intimo. Perché proprio in quello spazio e in quel tempo, che sono condivisi sebbene sospesi, si creano legami talmente forti da resistere nelle memorie di tanti, a distanza di anni».
I legami, la resistenza della memoria personale, la condivisione delle esperienze inscrivono nei metodi di ricerca il ricorso alla sapienza del partire da sé. Proglio e Giliberti riescono a sottrarre le proprie ricerche a una delle antinomie proprie del simbolo dominante, cioè quella tra soggettivo e oggettivo – scardinando l’illusoria presunzione del punto di vista scientifico solo in quanto oggettivo. Il loro posizionamento diventa la misura sistematica dello sguardo da cui osservare il reale che indagano.
Proglio insiste sul valore degli incontri, facendo allusione all’«intersoggettività» come «il luogo liminale e di intersezione tra le soggettività da cui è nata la storia orale di questo confine». Giliberti, allontanandosi da un impianto di ricerca di stampo positivista, ricorre al concetto di «autoetnografia», definendo la sua ricerca «pubblica», «partigiana» e «situata».
La non neutralità dell’operazione storiografica si accompagna alla funzione politica della ricerca, per cui la rivendicazione da parte di entrambi di un respiro situato e di un posizionamento attivista rafforza la scientificità del lavoro di ricerca.


 

la Repubblica – 13 ottobre 2020

I migranti e i neorurali della Val Roja, un libro racconta la frontiera solidale
di Massimiliano Salvo

È lo studio di una valle di frontiera tra Italia e Francia, la Val Roja, che durante l’emergenza migratoria si è trovata con la comunità di abitanti divisa. Da una parte chi ospitava i migranti trovati in cammino lungo la strada, chi li sfamava nelle proprie abitazioni, chi li aiutava ad arrivare al confine. Dall’altra chi vedeva nei migranti il nemico, e così pure i compaesani che avevano deciso di dar loro una mano. ll libro “Abitare la frontiera. Lotte neorurali e solidarietà ai migranti sul confine franco-italiano” di Luca Giliberti (Ombre corte) sarà presentato mercoledì alle 20.30 nell’Aut Aut 357, lo spazio sociale occupato in locali dell’Università di Genova in via delle Fontane.
L’autore, antropologo di 38 anni, assegnista di ricerca in Sociologia nel Laboratorio di sociologia visuale del Dipartimento di Scienza della Formazione (Disfor) è uno studioso dei processi migratori transnazionali, delle frontiere e delle reti di solidarietà ai migranti in transito. E proprio per questo al centro delle sue ricerche è finita la Val Roja, che con la chiusura di diverse frontiere interne all’Europa dal 2015 si è ritrovata al centro di una inedita rotta migratoria diretta verso il nord Europa. Da quel momento migliaia di migranti sono restati bloccati a Ventimiglia e – nel tentativo di varcare comunque la frontiera – si sono ritrovati ad attraversare territori rurali e alpini.
«In quel periodo tra il 2016 e il 2017 parte importante della popolazione della Val Roja si è mobilitata offrendo ospitalità e supporto ai migranti», spiega Luca Giliberti. «Si tratta dei cosiddetti “neorurali”, ovvero gli abitanti che dalla fine degli anni Settanta a oggi hanno scelto di vivere in Val Roja alla ricerca di uno stile di vita all’insegna della decrescita, della sostenibilità rurale e di valori solidali. Le famiglie native della zona, più conservatrici, si sono invece opposte all’azione solidale».
Tra gli abitanti non si sono esacerbate solamente le antipatie tra chi in politica la pensa in modo opposto: chi era contrario alla presenza dei migranti nella valle, e ovviamente alla solidarietà nei loro confronti, è passato alle denunce contro chi li aiutava. A finire nel mirino sono stati i tanti piccoli gruppi spontanei della valle che si sono mossi a supporto di “Roya citoyenne”, l’associazione che fa capo al contadino francese Cedric Herrou, finito a processo per aver aiutato 200 migranti a passare la frontiera, ma poi assolto grazie al “principio di fraternità” sancito come diritto costituzionale francese.
Alla presentazione di mercoledì parteciperà anche il sociologo Federico Rahola dell’Università di Genova, docente di Sociologia dei processi culturali e comunicativi. «Ventimiglia è stato un luogo sotto il riflettori. La Val Roja il retroscena di uno spettacolo di confine che sovverte uno dei luoghi comuni legati ai luoghi di frontiera, dove sembra che la popolazione lamenti abbandono e insicurezza», spiega il professore Rahola. «E invece in Val Roja gli episodi solidali sono stati diffusi, così come in Val Susa in Piemonte. Questi luoghi sono stati militarizzati eppure gli abitanti hanno aiutato in molti casi i migranti. Forse perché alla fine sono abitanti di frontiera: e sanno bene quanto una frontiera sia una natura zona di attraversamento».

UN ASSAGGIO

Prefazione
Per un altro spettacolo di confine
di Luca Queirolo Palmas

Abitare la frontiera non è una etnografia sui migranti in transito. Al contrario, ispirandosi all’importanza di uno sguardo rovesciato, suggerita da Abdelmalek Sayad, la ricerca si concentra sull’effetto specchio della migrazione; e quindi esplora “noi”, piuttosto che “loro”. Esplora, ovvero, come gli abitanti di una valle periferica e marginale, siano all’improvviso divenuti centrali nello spettacolo del confine. Non diversamente da Lampedusa e come Calais, Lesbo, Ceuta e Melilla.
La ricerca non incontra e non racconta le biografie di chi è in viaggio dentro le borderlands europee, ma suscita e mette in circolo la parola di guide di montagna, contadini, farmacisti, disoccupati, pittori, docenti e pensionati che popolano la Val Roja e la fabbricano quotidianamente attraverso i propri posizionamenti e rivendicazioni. Non si guarda da questo “noi” alle migrazioni, al contrario questo “noi” viene fatto parlare e viene studiato nel momento in cui è rivelato dall’impatto di una mobilità che attraversa il territorio.
Per ritornare ai classici della sociologia, come il lavoro di Elias e Watson nella comunità di Winston Parva – “The Established and the Outsiders” – questo libro potrebbe anche apparire come uno studio di comunità, a patto di liberarsi da ogni visione omogenea, insulare e irenica della comunità. Abitare la valle, al confine tra due Stati europei, significa al tempo stesso essere attraversati da – e posizionati su – una frontiera sociale e culturale, conflittuale, punteggiata di diversi luoghi di incontro, stili di vita, scelte di consumo. Tale frontiera mobile si produce e riproduce dagli anni Settanta e oggi si ravviva e intensifica sull’emergenza della questione migratoria. È l’immersione in questa storia passata che permette alla ricerca di capire il presente.
L’autore ci accompagna così nei mondi culturali dei neorurali e delle famiglie native – i cosiddetti “souche” –, delle comuni “hippies” e delle feste di paese, della caccia e dell’agricoltura biologica, osservando da un lato i vuoti generati da esodi decennali verso le città e dall’abbandono progressivo della campagna e della montagna e dall’altro l’effervescenza sociale, politica e culturale portata dai movimenti neorurali. Se i primi rivendicano a sé il privilegio dell’essere del posto “da sempre” anche se spesso in valle non abitano più pur mantenendo la proprietà e il voto, i secondi a distanza di quarant’anni dai primi arrivi devono ancora lottare per essere riconosciuti come abitanti a pieno titolo. E lo fanno, soprattutto, grazie alla cultura politica urbana a cui sono stati socializzati, dando vita a mobilitazioni per difendere i beni pubblici della valle: la scuola, la posta, il treno, la salute, la natura. Lotte di cittadinanza su cui costruiscono progressivamente il riconoscimento e il valore della loro presenza, riuscendo in qualche modo ad accorciare la distanza e aumentando la porosità e le relazioni con chi continua a ritenersi il depositario principale della storia, e del futuro, del luogo.
È sul tema del rapporto con la migrazione in transito che entrerà in stallo questo movimento di avvicinamento; le relazioni torneranno a polarizzarsi, generando un “dramma” di comunità. Il dramma è rappresentato appunto da una straordinaria rete di solidarietà informale che i neorurali organizzano su tutta la valle, paese per paese, frazione per frazione, sino a raggiungere il lato italiano e connettendosi con altre valli e altre montagne anche esse territori di passaggio.